IL NARCISISMO È LA COSA DELLA VITA

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Qualifiche dell'autore: 
psicanalista, cifrematico, presidente dell’Associazione Culturale Progetto Emilia Romagna

“Ciò che fanno i nomadi è simile a ciò che fecero i pionieri”, dice la sorella a Fern, la protagonista del film Nomadland, della regista cinese Chloé Zhao. Nelle peregrinazioni in furgone, attraverso gli Stati Uniti, di una sessantenne che ha perso il marito e il lavoro, non c’è nessun fatalismo, nessun vittimismo: interviene un’elaborazione del lutto, del dolore e del trauma che non si rappresentano, un viaggio in cui la vita si scrive di incontro in incontro, procedendo dall’apertura e arrivando all’approdo ciascun giorno in modo differente e vario.
I pionieri, i nomadi, i migranti. E prima, i clerici vagantes, i pellegrini, i vagabondi, i viandanti. E, ancora, gli esploratori, gli esuli, i profughi e i turisti.
Dal nostós di Ulisse al viaggio spaziale di Elisabeth del film Oxigène, dall’esilio di Dante ai coast to coast nella Route 66, dalle migrazioni degli arii dal Caucaso nel 1500 a.C. agli attuali sbarchi in Europa degli africani, dai go getters, che vanno da un paese all’altro inseguendo stipendi più alti, ai repats che inseguono il mito dell’origine, come gli ebrei che si trasferiscono in Israele: gli umani non stanno fermi, non sono stabili, vivono in cammino, nel percorso, nel viaggio. Già nel 2003 l’economista Jacques Attali, nel suo libro L’uomo nomade (Spirali), scriveva: “Ogni anno, 10 milioni di persone espatriano: questo, da qui a cinquant’anni, potrà indurre più di 1 miliardo di individui a vivere fuori dal paese natale”. E proseguiva: “La mondializzazione democratica passerà attraverso la difficile messa in pratica delle virtù del nomade (tenacia, ospitalità, coraggio, memoria) durante le fasi stanziali e delle virtù dello stanziale (vigilanza e risparmio) durante le fasi nomadi”. Nel suo libro Il movimento del mondo (Fazi editore), pubblicato nel 2021, il politologo Parag Khanna rilancia, notando: “Tutte le forze che costringono le persone a sradicarsi stanno accelerando: carenza di manodopera, sconvolgimenti politici, crisi economiche, evoluzioni tecnologiche e cambiamenti climatici”.
E l’autore precisa: “Ma la generosità nell’accoglienza ai migranti deve essere bilanciata rispetto alla potenziale tragedia, che riguarda tutti i semplici cittadini, di essere sommersi dai nuovi arrivi”.
Parag Khanna nota che i populismi, come lo statalismo e il sovranismo, che si oppongono alle migrazioni, non considerano le vere minacce all’Europa: la bassa fertilità dei suoi abitanti e la fuoriuscita della sua forza lavoro, che solo una immigrazione di giovani alla ricerca di lavoro può mitigare. E sottolinea che il problema dell’Europa non è l’immigrazione, ormai inevitabile, ma la sua integrazione. La cittadinanza non può limitarsi a un’unica identità: “L’identità è plurale […] è un’alchimia, non un dogma”.
In effetti, la sovranità, la nazione, la città possono fondarsi sull’identità e sul suo presupposto, l’uguaglianza? Già con Giambattista Vico le gentes sono costituite dal fare, non dall’essere, e il fare è narrativo, è nella parola. La sua constatazione implica che la vita non è contraddistinta dall’origine: ciascuno è statuto nomade della città planetaria, senza bisogno di connessioni ideali, esente da obblighi di appartenenza e di inclusione, incompatibile con il sistema relazionale, con lo spirito sociale, comunitario, nazionale.
Infatti, non c’è spirito della nazione, sia esso spirito tedesco, americano, cinese: la nazione non è legame spirituale, identitario, è la struttura dell’Altro, è nazione pragmatica, insituabile, in viaggio. Nulla è fermo o immobile, nessuna identità e ruolo sociale parlando, facendo, scrivendo: la ricerca e il fare ignorano la dicotomia nomade-stanziale, sono prerogative del viaggio, non del soggetto. A ciascuno la sua ricerca, a ciascuno la sua poesia, a ciascuno la sua impresa, a ciascuno la sua politica: ciascuno è lo statuto nomade, linguistico, pulsionale, lo statuto nel dispositivo della vita originaria.
Il nomadismo può divenire arma di ricatto politico contro l’Europa? Può l’oligarchia mondialista, altra faccia del populismo, fare leva sull’idea di uguale per sostituire il nomadismo con il territorialismo e con lo spazialismo? Non a caso, il nomadismo e la ristorazione sono stati particolarmente colpiti dai regimi con il pretesto del Covid-19. Quale regime non rivolge i suoi precetti penali e penitenziari contro il viaggio e contro il cibo che non valga come segno d’identità, di uguaglianza e di appartenenza? La negazione del nomadismo è autofagica, è la negazione della varietà e della differenza proprie dell’Altro, negazione che conduce un paese alla sua fine.
La caccia al nomadismo è la caccia alla parola, alla vita civile, all’intellettuale.
Nomade: dal greco neméin, distribuire, contare, amministrare. Da cui anche “nome” e “numero”. Il numero, la particolarità, l’idioma: nomade è la dissidenza della parola, la sua particolarità, la sua logica. “Teorema del nomadismo: lo statuto della parola non sarà mai sociale”, scrive Armando Verdiglione. Parlando, nessuno può evitare il nomadismo, il viaggio in quanto intellettuale, l’infinito dell’itinerario.
Senza il nomadismo intellettuale, il viaggio rischierebbe di divenire circolare, di finalizzarsi: sorretto dalla sostanza o dalla mentalità, sarebbe il viaggio iniziatico, purificatore, redentivo, il viaggio verso il nulla o verso la morte, oltre il nulla e oltre la morte. Questa la preghiera dell’allievo nel poema Gitanjali di Rabindranath Tagore: “Da ogni onta e miseria libera il viandante dalla veste lacera e polverosa, stremato di forze, con la bisaccia vuota innanzi al termine del suo viaggio, e nell’ombra della tua notte benefica rinnovagli la vita come un fiore”. Questo viandante viene dalla tenebra e cerca la luce, fino alla liberazione dal ciclo delle nascite e delle morti. Mentre per Platone, nella Repubblica, il luogo del riposo e della fine del viaggio è il sommo bene. Per entrambi il viaggio è finalizzato al beneficio e al rinnovamento, all’idea del nulla.
“La strada è quella davanti, non quella che mi sta dietro”, dice nel catalogo La materia della felicità (Spirali) Alfonso Frasnedi, pittore e artista. Il viaggio non ha fine: il viaggio senza finalizzazione e senza giustificazione, senza riferimento a un principio ideale, non è l’ultimo viaggio.
Il va e vieni delle cose è incessante e il viandante, in quanto aspetto del nomadismo, non è un eroe o un autonomista: come l’artista, viaggia in modo vario e debordante, alla corda del tempo. Statuto del fare sulla via della valorizzazione, di passo in passo, si attiene al cammino immisurabile. Come tenere e mantenere il passo senza sentirsi marginalizzato o trovarsi invischiato? Viandante è anche l’imprenditore in quanto dimora nella realtà pragmatica, nella realtà civile, in quanto la scommessa e il rischio che lo costituiscono come emulo del tempo, come venditore, come cifrante, esigono anche il suo statuto di testimone, di artista, di cifratore.
Viandante e nomade sono elementi della parola, non sono soggetti che possano volgere la direzione del viaggio in direzione sul viaggio: viandante è uno statuto pragmatico della parola, nomade è il dispositivo linguistico in cui le cose sono inassegnabili, inappropriabili, indisponibili.
Chi può disporre del viaggio? Chi può mai abolirlo? Chi mai può confinarlo? Presupporre un soggetto del viaggio varrebbe a negare il viaggio, ma invano: le cose vengono e vanno, si strutturano, si combinano, viaggiano senza né circolare né inquadrarsi.
La circolarità e l’inquadramento pertengono al viaggio iniziatico, che serve come canone unificante tra unità e molteplicità, come via del divenire androgino, di cui il soggetto è supporto. Come nella mistica dell’“Unitotalità” (incarnazione dell’“anima del mondo”) avanzata nella filosofia religiosa russa di Vladimir Solov’ev, secondo cui l’uomo del futuro supererà la differenza tra la vita e la morte e tra l’uomo e la donna, sarà una creatura immortale e androgina, nel ristabilimento dell’unità platonica in cui si fondono tutti gli opposti. Con le Lezioni sulla Divinoumanità (“l’unione di Dio con la creatura”), che Solov’ev pubblicò nel 1881, prende avvio la necessità di creazione dell’uomo nuovo, creazione che va ottenuta modificando la natura degli umani: l’uomo è debole, corrotto, deve morire per divenire l’uomo nuovo. Ma così è pronta la giustificazione per il terrore rosso, per i crimini dello stato comunista. E il Pcus dove poteva trovare il miglior alleato di questa edificazione dell’uomo nuovo se non nella pedagogia, nel comportamentismo e nella neuropsichiatria, da Lev Vygotskij a Ivan Pavlov fino a Aleksandr Lurija? E come stupirsi dell’ammirazione nei confronti della psicanalisi – ridotta a scienza sociale, a scienza per l’edificazione della nuova umanità – da parte di Lev Trockij? Infatti, nel saggio Poche parole sull’educazione di un essere umano, scriveva: “Nell’angolo più profondo e più buio dell’inconscio, dello spontaneo e del sotterraneo si è celata la natura dell’uomo.
Non è chiaro che là saranno diretti i massimi sforzi del pensiero indagatore e dell’iniziativa creatrice?”. “Occorre – scriveva ancora nel saggio Sulla cultura del futuro – ripulire il suo mondo interno dall’inconscio e dall’oscurità”. Se la psicanalisi diventa scienza sociale, strumento del “pensiero indagatore”, diventa scienza dell’edificazione dello stato nuovo e dell’uomo nuovo, dunque scienza della morte dello stato e della morte dell’uomo.
Riferendosi a Nietzsche, per Solov’ev Cristo è stato ed è il vero Superuomo, la realizzazione dell’uomo superiore, divino, asceso con la carne in cielo, in cui le due nature – quella umana e quella divina – si sono unite. Attento lettore di Vladimir Solove’v e di Friederich Nietzsche, il poeta e filosofo russo Vjaceslav Ivanov accosta Cristo a Dioniso, che a sua volta muore e risorge. Dioniso è il dio androgino, come, secondo lo scrittore gnostico romano del IV secolo Gaio Mario Vittorino, androgino è Cristo, che rappresenta il principio femminile quando s’incarna e muore e quello maschile quando risorge e ascende al cielo.
Quest’idea della mistica russa, ma anche quella tedesca – per esempio di Jacob Böhme – della polarità androginica uomo-dio, morte-vita, che incomincia dal riferimento alla divinità egiziana Iside, diviene, per la psicanalista di origini russe Lou Andreas-Salomé, interlocutrice di Nietzche e di Freud, unità di natura e cultura in Prometeo e di oggetto e soggetto in Narciso. Per lei il narcisismo non si oppone all’amore, non risulta la fissazione al sé infantile, ma “l’identificazione con il tutto” come sarebbe l’amore. Salomé nota che Narciso non si guarda in uno specchio, prodotto dell’uomo, ma in una sorgente nel bosco, in cui non riconosce la sua immagine, bensì la sua unità con il mondo della natura. Come il gesto prometeico dell’introduzione del fuoco risulterebbe un gesto narcisistico, per Salomé l’amore di sé diviene amore del mondo. Da sé al mondo: versione laica dell’idea mistica secondo cui per conoscere dio occorre conoscere sé, per amare dio occorre amare sé. L’idea di narcisismo è qui l’idea di uomo divino, di un sé in cui gli opposti si uniscono, di un sé in cui soggetto e oggetto, natura e cultura, uomo e dio si unificano. Non a caso, nel luogo comune, narcisista è una creatura androginica, è chi si occupa di sé, chi si prende cura di sé: è il sé che si doppia e si unifica.
“C’è davvero una distinzione tra l’altro e se stesso, o non c’è affatto?”, scrive Zhuangzi, il riformatore del Tao. E lo scienziato e teologo Pierre Teilhard de Chardin trova il compimento dell’uomo nell’Ultra-umano, nel Cosmico. Da oriente a occidente, il viaggio all’interno di sé per conoscere e amare la totalità è mistico e iniziatico: così il narcisismo risulta un viaggio d’iniziazione e di divinazione.
Sotto il canone dell’androgino: Dioniso, Narciso, Cristo. La stessa psicanalisi del sé della scuola americana, come in Heinz Kohut, considera il narcisismo l’istanza di totalità, di coesione del sé rispetto alla sua frammentazione e alla fissazione al “Sé grandioso”, arcaico, che impedirebbe il corretto sviluppo dell’identità e della personalità.
La mistica del viaggio iniziatico non abbisogna della parola, la esclude a vantaggio dell’unità, dell’identità e della totalità.
Nessuna identità parlando, bensì la stessità.
Autós, in greco, è “stesso”: di questa stessità il sé è condizione, ma la stessità non è proprietà del sé, non consente l’edificazione del se stesso. E non dovendo più divenire se stesso, l’uomo non è difettoso o mancante, non ha bisogno del narcisismo soggettivo per divenire grandioso, onnipotente, immortale, recuperando una totalità attraverso la natura o la psicoterapia di stato o trovando un’onnipotenza con la tecnica. Il narcisismo androginico, unitario, è una negazione del narcisismo del viaggio.
Vivere è parlare. Il narcisismo del viaggio è il narcisismo della parola. Nella parola il narcisismo è la stessità del viaggio, non del sé: in questo viaggio non c’è bisogno di evoluzione e progresso, perché ritroviamo l’autós nelle due strutture della parola, l’autismo e l’automatismo.
Questi due aspetti della stessità, della proprietà linguistica della struttura della parola non fondano l’identità, ma nemmeno l’autostima, che sarebbe la conoscenza del valore di sé. L’autostima non riesce, perché conoscendosi, pensandosi, giudicandosi, il sé non può che risultare difettoso, mancante, incapace.
Con la stessità come proprietà linguistica si dissipano non solo l’ipseità, l’identità dell’essere con se stesso, ma anche la cosa in sé, custodita dalla mistica dal deus absconditus, e la cosa per sé, manifestata dalla mistica del deus revelatus. Sono due figure degli algoritmi contro il narcisismo del viaggio della parola: algoritmo geometrico nel primo caso, algoritmo algebrico nel secondo. Li ritroviamo nella distinzione dei due aspetti del presunto disturbo narcisistico, quello a “pelle sottile” e quello a “pelle spessa”, proposta dallo psicanalista inglese Herbert Rosenfeld nel saggio Comunicazione e interpretazione (Bollati Boringhieri). Ma la cosa non è in sé, né per sé, come vorrebbe la formula hegeliana per giungere all’autocoscienza, è la stessità, il viaggio in atto, senza immediatezza e mediazione.
Parlando, l’autismo e l’automatismo nel viaggio non sono patologie del soggetto, rilevano della stessità della cosa. Così, il viaggio non deraglia, non è alternativo, non è ritorno all’identico, dunque non diviene il viaggio verso il nulla o verso la morte, il viaggio verso la cosa ideale, il sé ideale, il cosmo costruito a partire dall’idea di sé.
Le cose, le persone, i popoli vanno e vengono, sono in viaggio, viaggio senza ritorno e senza fine. In questo viaggio, l’autismo insiste sulla stessa cosa, sulla struttura della ricerca, l’automatismo sulla cosa stessa, sulla struttura del fare.
La ricerca e il fare dissipano l’idea di sé e l’immagine di sé, come indicano i testi di scienziati e di imprenditori in questo numero: la ricerca non è ricerca di sé, nell’eroismo, il fare non è il farsi da sé, nell’autonomia. La ricerca e il fare sono i due aspetti della struttura del viaggio, indispensabili per la scienza e l’impresa.
Ricercando e facendo, il narcisismo è proprietà dell’itinerario di ciascuno, e della propria impresa, non è la propria soggettività considerata estrovertita o introvertita, “overt” o “covert” (secondo le formulazioni dello psicologo statunitense Paul Wink), spessa o sottile, aggressiva o ipersensibile.
Vulnerabilità narcisistica? Ferita narcisistica? Chi può ferire il narcisismo? Il viaggio di ciascuno è innegabile, intoglibile, incancellabile. Vi è chi crede di poter abbandonare o di essere abbandonato, ma il narcisismo non ci abbandona, perché non è l’identità, ma la stessità: la cosa per ciascuno non è la propria natura (mortale o immortale), il proprio destino (luminoso o oscuro), ma il viaggio che lo concerne, parlando, cioè ricercando e facendo. Un viaggio non comunitario e non sociale, il narcisismo del viaggio.
Il narcisismo trae non all’autocoscienza, ma al processo linguistico rivoluzionario narrativo, al nomadismo senza più androgino. Nessun viaggio è mai l’ultimo, il narcisismo è inevitabile: il narcisismo della vita è la proprietà linguistica di ciò che si scrive della vita, è la cosa della vita, di cui non ci si può occupare né preoccupare viaggiando sulla via della qualità, la via della cifra.