DALLE INFOGRAFICHE DI INSTAGRAM AI “FATTI ALTERNATIVI”

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studentessa, Midreshet Ben Gurion, (Israele)

La recrudescenza del conflitto israelo-palestinese nell’ultima settimana ha portato ancora una volta la questione all’attenzione del pubblico, grazie anche alla miriade di post e infografiche condivise sui social da personaggi famosi. Qual è il problema? Tutte queste persone stanno chiaramente cavalcando l’onda per guadagnare consenso politico, e il loro attivismo unilaterale (insieme alla mancanza di comprensione dell’intera questione) fa sentire me – che sono una studentessa ebrea-israeliana quasi diciassettenne – e molti miei amici e compagni di classe a dir poco minacciati. È incredibilmente difficile vedere un noto influencer che tu segui (e che spesso ha più follower di quanti siano gli ebrei in tutto il mondo) caricare improvvisamente un’infografica scritta in fretta che nega di fatto il tuo diritto di esistere.
Naturalmente, ci sono mille ragioni per le quali questi personaggi famosi intervengono: prima di tutto, è un modo semplice per guadagnare consenso politico, e l’esito non li tocca affatto, poiché non hanno interessi in Medio Oriente. In secondo luogo, garantisce loro la possibilità di proiettare tutte le loro insicurezze sugli ebrei (proprio come i loro antenati hanno probabilmente fatto per anni). Con la rivoluzione “Black Lives Matter” nell’ultimo anno, è probabile che questi personaggi “bianchi” si siano sentiti in colpa per la loro storia: la maggior parte di questi noti utenti di Instagram sono americani o britannici, paesi che sono certamente responsabili del colonialismo bianco, oppure (come nel caso degli Stati Uniti) esistono solo grazie a esso. Pubblicare la famosa infografica Refinery29, che recita: “Non è un ‘problema complicato’; questa è colonizzazione e pulizia etnica”, per esempio, consente loro di rimediare al passato razzista dei loro paesi, oltre che di rigettare i vantaggi correnti del colonialismo bianco che sperimentano quotidianamente.
Tuttavia, mentre scorro la cronologia di Instagram e scovo le persone che smetterò di seguire (come mi sono trovata a fare tutta la settimana) una cosa mi è chiara: questi attivisti e infografici “anticolonialisti” rappresentano essi stessi il vero colonialismo – almeno rispetto alla varietà culturale –, in quanto tentano d’inquadrare un problema che va avanti da oltre settantatré anni in una regione completamente diversa del mondo, attraverso la lente razziale americana. Vedere un conflitto così complesso, che investe umanamente tutte le persone coinvolte, come se fosse un altro caso di “Black Lives Matter” avvalla la falsa narrativa della contrapposizione “bianco versus nero”, quando basterebbe un po’ di buon senso per capire che il conflitto è molto più complicato e ha radici in questioni e tensioni ben differenti.
Eppure, sembra che manchi il buon senso a questi coraggiosi e nobili guerrieri da poltrona. Continuano a circoscrivere il problema come una questione di colore, il che dimostra solo la loro ignoranza: sia gli israeliani sia i palestinesi sono di tutti i colori. Per non parlare di tweet come quello della cantante Halsey, su tutte le vite perse tra i Black e Brown, che sembra suggerire che il valore della vita di un bambino è determinato dal colore della pelle e dalla nazionalità (per non parlare del fatto che ignora le molteplici tonalità della pelle dei bambini israeliani, la cui infanzia trascorre all’insegna di costanti allarmi, che lasciano 15 secondi per raggiungere un rifugio). Gli attivisti di Internet evidentemente non riescono a vedere la tragedia che c’è nella morte di un bambino – indipendentemente da chi sono o da dove vengono – e riescono solo a vedere il vantaggio politico che deriverebbe dal menzionare (o non menzionare) questi tragici risultati, allineandosi con i tanti che si svegliano comodamente sempre dalla parte giusta.
Accanto a questa totale negazione della realtà c’è una completa e totale negazione della storia. Per chiunque sia a conoscenza di questo conflitto è chiaro che entrambi, israeliani e palestinesi, hanno un profondo legame storico con la terra (e questo è principalmente ciò che rende il problema e una possibile soluzione così complicati). Tuttavia, il politicamente corretto adesso sembra richiedere la cancellazione della storia ebraica, in particolare quella della diaspora ebraica nei paesi arabi. Bella Hadid (che, a essere onesti, ha un legame familiare con il conflitto, anche se questo non giustifica il suo razzismo!) ha pubblicato un’infografica visibile alle sue decine di milioni di followers (come dicevo, più di quanti siano gli ebrei nell’intero mondo) in cui non solo afferma che Israele non è una vera nazione, ma fa appello a un luogo comune abbastanza frequente (e conveniente) per cui ebrei e arabi avrebbero vissuto felicemente e pacificamente fianco a fianco fino a quando non sarebbero arrivati quei rompiscatole dei sionisti. Basta rimpicciolire un po’ Israele sul mappamondo per rendersi conto che non è vero: quasi non ci sono più comunità ebraiche in Medio Oriente (a parte in Israele, ovviamente), dove una volta esistevano. Forse Bella avrebbe dovuto saperlo, se si considera così esperta di pulizia etnica.
Questa cancellazione degli ebrei di origine mediorientale è fondamentale per il modo in cui questi estranei vedono il conflitto. Se riescono a dimostrare che tutti gli ebrei sono bianchi (comunque, l’etnia ashkenazita può anche affermare plausibilmente di essere indigena in Israele), allora ciò renderà vera tutta la loro comprensione della razza. Non importa se non è vero, ovviamente. Nonostante tutte le informazioni non provate che pubblicano, sembra che i “fatti alternativi” dell’era Trump regnino ancora sovrani, anche tra le persone che si considerano l’incarnazione vivente del politicamente corretto di sinistra, e benché Biden sia presidente da quasi sei mesi.
Tutto questo concorre a rendere questo periodo quanto mai pericoloso per un ebreo. Sono incredibilmente fortunata perché qui in Israele sono relativamente al sicuro: vivo nel Negev, in un’area in cui l’ultima volta che abbiamo usato i nostri rifugi antiaerei è stata nel 2014. Ma, benché io abbia la fortuna di non dovere preoccuparmi di ciò che mi aspetta all’interno del mio paese, sono invece terrorizzata da ciò che mi aspetta al di fuori di esso. Appena un anno fa ero tanto entusiasta dei coraggiosi e giovani leader che avevamo a sinistra, tra cui una certa Alexandria Ocasio-Cortez, membro della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti.
Ora riesco a malapena a contenere la mia rabbia pensando a lei: combatte contro il diritto di Israele a difendersi (lasciare Israele indifeso lo cancellerebbe completamente dalla carta geografica) e nei tre anni in cui è stata deputata al Congresso, eletta nel Distretto di New York, non ha alzato un dito per rendere il suo collegio un posto più sicuro per gli ebrei, mentre i crimini di odio contro di noi stanno andando alle stelle. Per non parlare del fatto che non ha mai lavorato per promuovere la pace (ha abbandonato una commemorazione di Yitzhak Rabin, organizzata da Americans for Peace Now lo scorso novembre), proprio perché questa situazione la avvantaggia politicamente in modo chiaro (come dicevo sopra, a leader “progressisti”, celebrità e personaggi politici basta un rapido commento sulla questione israelo-palestinese per aumentare con facilità il proprio consenso politico).
Tutto questo lascia i giovani ebrei come me e molti miei amici senza una dimora politica: siamo odiati da tutte le parti, spesso semplicemente perché esistiamo. Secondo la narrazione alimentata in Occidente, devi solo scegliere da che parte stare, come in una partita di calcio: sei filo-israeliano o filo-palestinese? Allo stesso modo di questi professionisti di parte, dobbiamo diventare tutti professionisti contro la parte avversa. Alla fine, tuttavia, entrambe le squadre sono favorevoli al conflitto e contro la pace.
Pace e convivenza possono essere l’unica soluzione: l’unica domanda è se siano ancora raggiungibili.
Permettetemi di lasciarvi con questa citazione: nella sua utopia sionista, Altneuland, Theodor Herzl descrive a lungo un Seder di Pesach (una cena durante la Pasqua ebraica, ndt), al quale partecipano ospiti ebrei, cristiani e musulmani. Speriamo che un giorno questa armoniosa convivenza sarà possibile (molti stanno già tentando di praticarla). Forse non l’anno prossimo a Gerusalemme, forse l’anno successivo o quello successivo ancora. Questi giorni sono eccezionalmente sacri sia sui calendari musulmani sia su quelli ebraici, e si spera che tutti noi possiamo conoscere un po’ di pace, anche nel mezzo della guerra.