DAL PETROLIO ALLA MUSICA: VIAGGIO DI UN PROTAGONISTA DELL’INDUSTRIA E DELLA CULTURA IN ITALIA

Immagine: 
Qualifiche dell'autore: 
presidente del Gruppo West System e della Onlus “Scuola, Lavoro, Felicità”

Il viaggio della sua vita è l’emblema dell’integrazione: dall’industria petrolifera alla musica, dalla medicina alla solidarietà, dall’IT alla poesia. “Il mondo è bello come un prato verde, piantateci le vostre idee e ne nasceranno fiori profumati”, ha scritto nel sito di MondoPartner, una delle società di West Systems, di cui lei è presidente. In che modo è riuscito e riesce ancora oggi, a ottant’anni, a coniugare tanti interessi, sempre con risultati eccellenti? La mia vita è stata piacevole, anche se non sono mancati i guai – in particolare un grave incidente nel 1983 –, ma mi ritengo fortunato, tanto che ho sempre pensato di dover fare qualcosa per chi lo era meno di me, nonostante io provenga da una famiglia in cui non c’era una lira.
Non sono mai stato attaccato ai soldi e questo mi ha consentito di vivere esperienze straordinarie aiutando persone in difficoltà in vari paesi del mondo. Quando, per esempio, ho investito nella sanità privata, fondando strutture come l’Hesperia Hospital di Modena, eccellenza europea nella cardiochirurgia, mi sono impegnato con i miei soci a non farne una speculazione economica; infatti, non abbiamo mai redistribuito l’utile, ma lo abbiamo impiegato in missioni di solidarietà verso paesi come lo Yemen, dove i nostri medici operavano bambini di famiglie che non avevano le risorse economiche per curarli; oppure l’Iraq, un paese da cui compravo petrolio, che non aveva reparti di cardiochirurgia pediatrica. Il viaggio in Iraq a quei tempi era un’avventura perché non c’era la possibilità di andarci in aereo.
Abbiamo partecipato a quattro o cinque compleanni di Saddam Hussein, in cui lui non si presentava mai. Però di buono aveva che non perseguitava i cristiani, gli bastava che non entrassero nella sua sfera di potere. Morto lui, la prima cosa che hanno fatto gli integralisti è stata andare a Mosul e ammazzare i cristiani. È proprio vero che non c’è limite al peggio.
Il senso di solidarietà l’ho imparato da mia mamma, una donna che, pur essendo rimasta orfana a seguito del terremoto di Avezzano e non avendo nessuna disponibilità economica, aiutava tutti coloro che riusciva ad aiutare. Seguendo il suo insegnamento, ho sempre sostenuto o fondato istituzioni che danno una mano a chi ne ha bisogno. Così, nel 1986, ho portato in Italia il Robert Kennedy Center for Justice and Human Rights, ente per i diritti umani ideato dalla famiglia Kennedy; poi, con il mio amico tenore Ramón Vargas, ho istituito in Messico la Fondazione Eduardo Vargas per aiutare i bambini con malformazioni alla nascita e, trent’anni fa, ho fondato la Onlus Scuola, Lavoro, Felicità, che supporta i salesiani della Cambogia, che danno ai ragazzi di strada un’istruzione grazie alla quale riescono a trovare lavoro.
Nel nome della Onlus la felicità è stata accostata al lavoro e alla scuola, due termini che evocano l’impegno, mentre spesso si pensa alla felicità come qualcosa che concerne il divertimento e lo svago… Senza il lavoro non c’è felicità, chiediamolo agli abitanti della Cambogia, un paese devastato, dove fino a qualche anno fa mancava tutto. Il 72 per cento dei ragazzi che frequentano le scuole salesiane riesce a trovare lavoro subito dopo il diploma, il resto entro un anno. I salesiani hanno anche una scuola alberghiera e hanno costruito un albergo, il Don Bosco Hotel, dove lavorano i ragazzi che si formano nella scuola. Un albergo così, in Italia, varrebbe dieci milioni di euro, lì invece, per dare un’idea del valore dei soldi, se qualcuno fa una piccola donazione di cinquanta euro è come se pagasse il pranzo a dieci persone in un ristorante medio.
Quando andai la prima volta in Cambogia, con il mio amico Paolo Ferrazzi, uno dei più bravi cardiochirurghi d’Italia, c’erano ancora tanti storpi e ogni tanto saltava per aria qualcuno, perché durante la guerra erano state piazzate ben 18 milioni di mine antiuomo. Ricordo ancora la visita ad Angkor Wat, sito archeologico spettacolare, con i suoi bellissimi resti di antichi edifici sacri, che la foresta ha salvato: percorrevamo un camminamento largo un metro preceduti da un poliziotto che batteva il terreno con un bastone per far scoppiare eventuali mine.
Il suo interesse per la musica, invece, l’ha portata ad avere incarichi importanti, come la presidenza del Conservatorio Santa Cecilia di Roma, sei anni fa… La musica è una specie di condanna per me: come dicevo, vengo da una famiglia modesta, dove non c’erano soldi, mio papà era impiegato statale, però era maestro di musica e arrotondava lo stipendio suonando alle feste. Mio nonno paterno ebbe la brutta idea di regalare a me il pianoforte verticale di famiglia, per cui mio padre, nonostante non potesse permetterselo, chiese a una sua collega di darmi lezioni di pianoforte tre volte a settimana. Abitavamo al palazzo popolare di Ancona, dove alloggiavano centosedici famiglie.
Gli altri bambini giocavano a pallone nel cortile, grande quasi quanto uno stadio, mentre io dovevo fare queste cose noiosissime, che si aggiungevano ai compiti. Tra l’altro, sono andato a scuola a cinque anni, perché sapevo già leggere, scrivere e far di conto. Quando poi terminai le medie dissi a mio padre che non capivo perché dovessi fare una cosa che non m’interessava e smisi di suonare.
Poi, quando venni a Milano nel 1973 conobbi Giuseppe Di Stefano, uno dei più grandi tenori della storia della musica lirica, e incominciai a frequentarlo nel suo ambiente. Fu lui a presentarmi Ramón Vargas, che poi ha fatto una carriera meravigliosa.
Credo che negli ultimi quindici anni sia il cantante che più di tutti ha cantato al Metropolitan di New York. Così, man mano, il mio nome incominciò a girare e alcuni amici mi chiesero di divenire presidente degli Amici del Teatro La Fenice e, sei anni fa, fui chiamato alla presidenza del Santa Cecilia. Ho accettato sempre volentieri questi incarichi (onorifici e gratuiti) perché sono favorevolissimo alla musica: la musica, come l’arte in genere, è un linguaggio universale, consente a genti di lingue e culture differenti d’incontrarsi e gettare un ponte fra loro.
La sua storia è bellissima… Tutte le storie sono belle. La mia è bella perché io nella vita prendo anche “l’osso”: quando compro una bistecca la preferisco con l’osso, perché ha più gusto. Per me era una lezione di vita vedere la felicità della gente che andavo a trovare tre volte l’anno in Cambogia prima della pandemia (che lì sta provocando una situazione terribile), gente che spesso nella sua esistenza ha avuto soltanto l’osso. Quando tornavo, se per caso mi veniva un po’ di febbre o qualche altro inconveniente, pensavo a loro e guarivo immediatamente, per tornare in ufficio, dove non sono mai mancato.
Neanche quando ha avuto l’incidente? Soltanto per un breve periodo, poi, quando stavo un po’ meglio, mi facevo portare al lavoro con la sedia a rotelle. È stato un incidente piuttosto pesante: sette costole rotte, la schiena lesionata, l’occhio ammaccato e il rischio di non tornare più in piedi. Eravamo in quattro, guidava il mio amico Beppe Calori, uno dei soci con cui ho fondato l’Hesperia, ma io sono stato l’unico a essersi fracassato.
Comunque, l’importante era che ce la facessi, e ce l’ho fatta.
Dalla sua esperienza i giovani possono trarre un bel messaggio di forza… Adoro i giovani – mi chiamano Peter Pan, perché sono fantasioso – e cerco di sostenerli, insieme alle donne. Ai giovani dico: “Sognate e combattete per i vostri sogni, anche quando le difficoltà e gli ostacoli sembrano insuperabili. E, quando incominciate a lavorare, scegliete un lavoro che vi piace, ma, se siete costretti a fare un lavoro che non vi piace, cercate di farvelo piacere, perché la prima soddisfazione che si ha è il piacere, la passione di svolgere il proprio lavoro”. È successo a me: a diciotto anni sono andato a lavorare a cottimo, a due lire a nominativo, scrivevo i nomi dei contadini delle Marche all’Ufficio dei contributi unificati dell’agricoltura.
Anche all’università non ho avuto scelta: avrei voluto iscrivermi a una facoltà di chimica industriale o di fisica nucleare, ma non c’erano queste facoltà ad Ancona e mio padre non aveva la possibilità di mandarmi a Bologna. Poi hanno aperto ad Ancona una sede distaccata dell’Università di Urbino e mi sono iscritto alla facoltà di economia e commercio, che non c’entrava niente con le mie aspirazioni. Dopo la laurea, conseguita con la lode, avevo tante offerte di lavoro, soprattutto in banca. Ma in quel caso ho aspettato un’offerta che si avvicinasse un po’ di più ai miei interessi. Così, nel 1966, sono entrato alla Esso per svolgere ricerche di mercato. Era un’attività che mi piaceva e, di lì a poco, sono passato al commerciale, dove ebbi la fortuna d’incontrare il presidente, Vincenzo Cazzaniga, un uomo a cui devo moltissimo. Mi ha permesso di fare un’esperienza straordinaria nella compagnia petrolifera che è anche la più grande scuola del mondo nel settore: nutriva una grande fiducia verso di me, mi mandava alle riunioni del comitato esperti, con persone di cinquant’anni quando io ne avevo ventisei. Era un uomo eccezionale. Tra l’altro, incontravamo spesso Enrico Mattei, anche lui marchigiano. Poi, quando nel 1973 Cazzaniga lasciò la Esso per andare in Montedison, mi chiese di seguirlo.
E così feci, fino al 1975, quando mi misi in proprio.
Com’è incominciata l’avventura da imprenditore? Avevo avuto sempre in mente di fare qualcosa da solo, perché ero convinto di riuscirci, ma la scelta di lavorare in proprio nel settore del petrolio è assurda, perché richiede capitali enormi: un’impresa che fattura 200 milioni di euro all’anno è piccola. Le grandi industrie petrolifere fatturano dai 10 ai 15 miliardi di euro, per non parlare della Esso mondiale.
Tornando alla mia storia, dopo essermi licenziato, all’inizio facevo il jobber, il rivenditore di petrolio all’ingrosso, un’attività che negli anni è cresciuta sempre più, fino a quando, nel 1994, ho incontrato Mario Contini, con cui abbiamo fondato la IES (Italiana Energia e Servizi), una società con una raffineria a Mantova e 200 stazioni di benzina, che nel 2007 abbiamo venduto alla Mol, la più grande azienda ungherese. Devo molto anche a Contini, un genovese che godeva della massima stima alla banca della sua città, la Cassa di Risparmio di Genova, e che mi ha consentito di divenire socio soprattutto attraverso la capitalizzazione del mio lavoro.
Che cosa pensa dell’avvenire dell’Italia e dell’Europa? Credo assolutamente nell’Europa, ma non sono convinto che questa sia l’Europa giusta: si è sbagliato quando siamo passati da 7 a 27 stati membri dell’Unione, perché occorreva consolidare la struttura prima di allargarla a paesi con culture, tradizioni e mentalità completamente differenti dalle nostre. Io vorrei veramente un governo europeo, è ridicolo che ciascun paese abbia il proprio esercito.
Io non ho paura della concorrenza fra nazioni europee. Per esempio, durante le azioni di salvataggio dell’Alitalia, molti sostenevano che dovesse rimanere italiana. E chi l’ha detto? Per me l’Alitalia deve avere aerei che funzionano.
Per quanto riguarda il futuro dell’Italia, mi auguro che supereremo queste crisi, e non parlo solo della pandemia, ma di sicuro con l’Europa sarà più semplice che non per conto nostro.