NON FERMIAMO IL VIAGGIO DELL’INDUSTRIA ITALIANA!

Immagine: 
Qualifiche dell'autore: 
presidente di S.E.F.A. Holding Group Spa, Sala Bolognese (BO)

Il tema che esploriamo in questo numero della rivista verte intorno al narcisismo del viaggio. Narcisismo del viaggio, quindi non del soggetto, non la vanità resa personale, in assenza di solitudine, o il contemplarsi, in assenza di tempo. Il confronto con la solitudine e l’attenersi al tempo del fare hanno caratterizzato i suoi cinquantadue anni di attività nella siderurgia, che oggi proseguono nel Gruppo SEFA Holding, leader nella commercializzazione di acciai speciali, titanio e leghe. Cosa le ha consentito di proseguire per tanti anni nel settore degli acciai, che in Italia ha registrato la drastica riduzione della produzione – anche a causa della situazione dell’ex Ilva –, trasformando il paese da produttore a importatore? La mia vita si è svolta nel settore degli acciai speciali e da utensili con la partnership di un marchio vincente della siderurgia europea come Uddeholm, oggi Gruppo voestalpine HPM, per oltre cinquant’anni. Ma non è passato un solo giorno in cui sia mancato l’entusiasmo di cercare e di trovare opportunità di scambio con tecnici e imprenditori e in cui io non abbia tratto esperienze nuove. Oggi siamo giunti a costituire una rete di collaborazioni che resta a vantaggio delle aree industriali in cui operiamo.
Ciascun giorno è per noi un viaggio nuovo, attraverso l’incontro di nuovi clienti che mettiamo in relazione fra loro: non abbiamo mai fermato il ritmo degli incontri, neanche durante le prime fasi della pandemia. Per me è stato importante anche essere generoso con i nostri interlocutori e perseguire l’ambizione di proporre prodotti siderurgici della migliore qualità performante. Non so se ci sono riuscito, ma oggi il nostro è un modello di organizzazione che funziona e che ci ha consentito di diventare un gruppo di distributori molto, molto forti, vocati a fare impresa e quindi alla produzione di ricchezza per il paese. Ecco perché ritengo di essere stato un influencer nel settore meccanico del nostro territorio, ricevendo anche molti ringraziamenti.
E questo cammino prosegue ancora.
In Italia, la siderurgia risente del pregiudizio che contrappone l’industria alla salute, ma la pandemia ha dimostrato che rilanciare l’industria del paese è essenziale per assicurare prosperità e salute ai suoi cittadini… Lungo il nostro viaggio imprenditoriale abbiamo attraversato crisi diverse, ma non crisi pandemiche come quella attuale. Ora, però, il problema maggiore è la crescente difficoltà di reperire materia prima, a causa dell’egemonizzazione del mercato da parte della Cina e di altri paesi in forte espansione, come Turchia e Corea, le cui economie hanno tratto giovamento dalla pandemia. Per le imprese di un paese manifatturiero come l’Italia, quindi, è diventato ancora più difficile acquisire materie prime da trasformare e, quando si trovano, hanno costi esorbitanti.
Per questo oggi corriamo il rischio di non avere una forte ripresa e di fermare la produzione industriale.
Ricorrere ora alla cassa integrazione per mancanza di materie prime sarebbe il colmo della beffa. A questo si aggiunge che adesso troviamo qualcun altro a occupare posti nel mercato che avevamo conquistato prima della pandemia.
Il danno della mala gestione della politica sanitaria viene pagato in toto dal comparto produttivo, in un contesto in cui avanza senza sosta lo scavalcamento delle economie occidentali da parte di quelle orientali, che stanno facendo incetta di tutta la produzione siderurgica disponibile.
E questo accade anche nei settori della plastica, dell’elettronica, del tessile e della chimica. Basta vedere quanto è avvenuto in marzo scorso nel Canale di Suez: in cinque giorni si sono fermate 422 navi, grandi in media come tre campi di calcio e cariche di container. Pensiamo al movimento economico che attraversa soltanto un canale in cui transita un miliardo e 250 milioni di tonnellate di manufatti all’anno. Ora ci troviamo in una fase di ripartenza economica e con tante aspettative di rilancio sociale e culturale, invece siamo bloccati principalmente perché negli ultimi venticinque anni la politica non ha attrezzato il paese per l’eventualità di un’emergenza sanitaria e nemmeno di un progetto che assicurasse l’avvenire industriale del paese, l’unica strada per garantire reddito reale.
Quanto pesa nel contesto attuale la questione Ilva e la mancata produzione delle quantità necessarie di acciaio per l’approvvigionamento nel mercato interno? Nel 2012, anno della crisi siderurgica, Taranto produceva 25 milioni di tonnellate di acciaio. Oggi ne produce appena 3 milioni e mezzo, con tre altiforni su quattro riaccesi da appena qualche mese, per cui mancano tutti i coils, i prodotti lunghi e piani che oggi invece importiamo, come per esempio le lamiere per costruire auto e alcune parti di esse o per il settore del bianco. Attualmente mancano nel mercato circa 23 milioni di tonnellate che servivano a costruire nastri, lamiere e profilati per l’edilizia. Il ferro è indispensabile, infatti, per costruire edifici e infrastrutture.
Se la siderurgia in Italia è risultata inquinante è perché non è stato predisposto un progetto serio di controllo dell’impatto ambientale.
Ma questo è avvenuto nella convinzione che in fondo le materie prime si potevano importare con facilità.
Quindi è stato un errore grave di politica economica e industriale. È sicuro, intanto, che questa situazione è stata causata dai compromessi politici cui da sempre devono ricorrere le aziende strategiche del paese. Per questa via siamo arrivati alla svendita dell’ex Ilva. Oggi manca il ferro necessario alla produzione interna e, tanto per fare un esempio semplice, siamo arrivati al punto che manca l’acciaio per produrre biciclette. Un mio amico che costruisce macchine per il farmaceutico qualche giorno fa cercava della lamiera AISI 316, un acciaio inossidabile adatto a realizzare presidi medicali e attrezzature per banchi e per ospedali. Purtroppo non è riuscito a trovarlo e, anche se l’avesse trovato, le scarse quantità non avrebbero permesso all’azienda di programmare la produzione nel lungo periodo.
È sempre più urgente che il polo siderurgico di Taranto sia considerato un bene nazionale, come già avviene per alcuni presidi strategici, com’era il ferro durante la guerra e come è oggi la produzione di vaccini. Le materie prime e l’energia sono strategiche e quindi la protezione dello stato si rende sempre più necessaria.
Lo stato che favorisce la prosperità del paese – perché non intende più l’industria come nociva alla salute dell’uomo e dell’ambiente – dovrebbe essere uno stato imprenditore e non burocratico e schiavo dello scambio di favori e di voti, delle correnti politiche e delle faziosità.
Negli ultimi decenni la politica si è mescolata talmente all’economia che oggi non riesce più a distaccarsene e a svolgere il ruolo che le spetta. Il crescente disinteresse alla politica da parte dei cittadini ne è un effetto.
A proposito di politica industriale, la Cina sta acquistando materie prime dai produttori europei e poi le rivende a prezzi molto elevati. Inoltre, secondo il Center for Economics and Business Research, la Cina diventerà la prima potenza economica mondiale nel 2028, grazie alla pandemia, anticipando di cinque anni le previsioni pre pandemia. Il presidente di Confindustria Alto Adriatico, Michelangelo Agrusti, ha già lanciato l’allarme per l’Italia, che rischia di non avere più industria pesante, dichiarando l’urgenza di tornare a produrre nel paese, per non dipendere da Cina e Stati Uniti… Lo sviluppo di un paese è legato alla siderurgia, alle sue fonti energetiche e a quelle delle materie prime.
Nell’Italia degli anni settanta e fino al 1995, la siderurgia e la chimica erano due asset importantissimi della nostra economia per lo sviluppo di tutte le attività collaterali, che consentivano di mantenere i prezzi calmierati.
Questo condizionava gli altri concorrenti, che, se volevano entrare nel mercato italiano, dovevano rispettare queste regole. Adesso invece ci troviamo in una situazione di libero mercato con la domanda maggiore dell’offerta, per cui il prezzo delle materie prime è molto più elevato rispetto a quello di altri competitor asiatici, come Corea, India, Cina e Turchia. Così, essendo l’Italia un paese che non ne possiede di proprie, le sue imprese dovrebbero acquistare rottame da trasformare, ma non riescono a reperirlo. Analogamente accade per la plastica, a differenza di quanto avveniva invece quando Montedison produceva il Moplen, per esempio. Per non parlare delle terre rare e del nichel, del litio e del cobalto, di cui la Cina controlla la produzione e la raffinazione mondiale, per la costruzione delle batterie delle auto elettriche (che nessun ambientalismo politicamente corretto ha ancora chiarito come sarà possibile smaltire). Inoltre, l’Occidente dipende dal Sud Est asiatico anche per i microchip. Per dare un’idea dell’entità del problema, senza i microchip non funzionano le auto, i telefoni, i semafori e le macchine medicali. La famosa economia verde su cui tanto spingono le politiche occidentali, se non è correttamente gestita, non fa altro che aumentare la nuova schiavitù dell’Occidente e la sua dipendenza dalle politiche industriali orientali.
Intanto, nei prossimi mesi le imprese italiane dovranno fronteggiare l’abbondanza di ordini avendo però scarsa quantità di materie prime, salvo acquistarle a costi più che raddoppiati.
È ora che lo stato, i media e i cittadini si accorgano che senza industria questo paese è in svendita.