OCCORRE UN NUOVO PROTEZIONISMO?

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presidente di Palmieri Group Spa, Gaggio Montano (BO)

Quest’anno il vostro Gruppo ha compiuto cinquant’anni di attività, trascorsi progettando e costruendo macchine e utensili che sono innovazioni assolute a livello mondiale nei settori tunneling e drilling e da alcuni anni anche nel recycling. In questo numero della rivista, apriamo il dibattito sul narcisismo, spesso inteso come lo specchiarsi di Narciso che contempla se stesso, ma la vostra stessità non è contemplativa e semmai è data dalla differenza e dalla varietà delle vostre produzioni… Avevo concluso da qualche mese il servizio militare quando, nel dicembre di cinquant’anni fa, ho incominciato la scommessa di questa impresa. Noi siamo nati come costruttori di utensili da impiegare nelle macchine meccanizzate per escavazioni sotterranee di tunnel e di tutte le attività collaterali di perforazione verticale, per grandi pozzi verticali, sia discendenti sia salienti, per la ventilazione e per il collegamento tra i vari livelli nelle miniere, in modo da creare un ambiente più salubre per i minatori. Prima dell’invenzione di questo tipo di macchine, infatti, l’area sotterranea di lavoro causava la perdita di moltissime vite umane. Ma la macchina più apprezzata in questo momento, fra quelle di nostra produzione, è PASS, Palmieri Advanced Splitting System, impiegata nel riciclaggio, per rigenerare la raccolta differenziata con la produzione di biogas. Questo ambito è connesso al forestry, attraverso la triturazione di legno e alberi dal cui percolato si ottiene biometano. Tramite PASS, il processo che in natura comporterebbe migliaia di anni è ridotto a una settimana. La stessa cosa avviene con i rifiuti molli: separando ferro e plastica dal FORSU (Frazione Organica del Rifiuto Solido Urbano), produciamo 15 tonnellate all’ora di purea organica da cui ricavare biometano.
Quest’anno la Cina ha registrato un aumento di PIL senza precedenti rispetto alle economie di altri continenti. Quali sono le tendenze nel mercato? Quelli che noi chiamiamo rappresentanti o promotori di prodotti sono i cercatori di occasioni. La Cina sta crescendo grazie a loro, al punto che oggi i cinesi si permettono di dire: “Qual è l’area produttiva migliore d’Italia? L’Emilia-Romagna? Allora sarà lì che costruiremo le nostre sedi”. Che poi diventa: “Bene, costruiamo anche noi un prodotto simile a quello di Palmieri”.
Per concludere: “Chiediamo l’autorizzazione al governo cinese per acquistare Palmieri”. È accaduto, e accadrà, nel caso di molte imprese italiane, che si sono viste offrire così tanti soldi da vendere poi tutto. E lo stato cinese autorizza l’acquisto, perché fa affari attraverso la quota che detiene in tutte le società di bandiera: il capitalismo cinese è nato statalista ma è diventato capitalismo di mercato, che è ancora peggio, perché all’ideologia politica ha sostituito l’ideologia economica.
In Italia come possiamo fronteggiare la carenza di materie prime, causata principalmente dalla strategia di gestione delle risorse dell’industria mondiale da parte della Cina? Bisogna chiedersi se lo stato italiano non debba attuare una strategia protezionista. “Protezionismo” è una cosa diversa da “statalismo”. Perché il prezzo del rottame ha avuto un’impennata? Perché è diventato di difficile reperimento. Se noi pensiamo che tra un prodotto grezzo e uno finito c’è un 50 per cento di differenza di peso, vuol dire che quel 50 per cento che è tolto dal grezzo rimane al produttore cinese: il rottame non è più riciclato dall’Italia ma dalla Cina. Perché oggi il 90 per cento delle qualità di acciaio si ricava dallo stesso rottame e soltanto il 10 per cento dal minerale del ferro.
Quindi, se lo stato non interviene in modo immediato, oltre la logica delle politiche green, a cosa andiamo incontro? Se la tendenza resta quella attuale, noi non riusciremo più a produrre prodotto finito con valore aggiunto sui nostri prodotti, riciclando il rottame.
Fino a un anno fa l’acciaio costava il 50 per cento in meno di adesso. Oggi costa 1,10-1,30 euro al chilogrammo. Il rottame, da 0,15/0,18 euro al chilogrammo, è arrivato a quotare circa 0,28-0,36 euro al chilogrammo, vuol dire 280/360 euro alla tonnellata. Siamo giunti a un punto in cui soltanto lo stato può fare una politica autarchica, perché corriamo il grande rischio di perdere il rottame, cioè la materia prima essenziale per un paese manifatturiero come l’Italia.
Faccio un esempio: io taglio un pezzo di 10 chili e poi lo trasformo; quando l’ho trasformato pesa a caldo 7,5 chili; poi, procedo alla tornitura e arriva a pesare 5 chili. Sono partito da dieci chili. Questo vuol dire che se uso 10 chili ne perdo 5 nella lavorazione del rottame da riciclare. Più che uno stato statalista, ora sarebbe necessario uno stato narcisista che difenda gli interessi dell’industria nazionale.