IL PIÙ BEL VIAGGIO DELLA MIA VITA

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direttore generale, Arco Chemical Group

Il titolo di questo numero del giornale è Il narcisismo del viaggio, come dire, l’irrinunciabilità del viaggio. Nessuno più dell’imprenditore constata questo narcisismo, che non gli consente di fermarsi o di arretrare dinanzi alle difficoltà e alle circostanze che sembrano senza via d’uscita… Un imprenditore sa quando incomincia il suo viaggio, sa quando parte, ma non sa quando, dove, come e con chi arriva alle mete che si prefigge di raggiungere. Questa è la prima regola di cui devi tenere conto quando intraprendi un’esperienza d’impresa. La seconda è che le decisioni, grandi o piccole che siano, spettano sempre a te, non puoi delegarle.
A dire il vero, c’è qualcuno con cui potresti condividerle: colui che vedi se ti metti davanti a uno specchio! Il viaggio dell’impresa è in solitudine, anche se non sei da solo e non potresti fare nulla senza il tuo valente equipaggio, ma il rischio non è condivisibile, è assoluto. Durante il viaggio sono tanti gli eventi, le storie, le tappe, ma devi capire che ciascun episodio ha un inizio e un termine e al suo interno trovi cose belle e cose brutte. Tuttavia, anche nelle circostanze che sembrano le peggiori, nell’angolo più remoto, trovi sempre qualcosa di prezioso da portare a casa. Ma, per trovarlo, non devi lasciarti travolgere dalla burrasca che sta imperversando, devi mantenere la lucidità e ragionare, analizzare la situazione e capire quali sono le rotte che ti porteranno fuori dal pericolo e, guarda caso, spesso sono le stesse che inaugurano un nuovo viaggio. Per questo, devo dire che quello dell’imprenditore è il più bel viaggio che un essere umano possa compiere, perché gli dà la libertà e l’opportunità di dare prova e di scrivere una pagina della vita molto bella. E, se per caso diventa molto brutta, non dipende soltanto dalla capacità dell’imprenditore, a volte la fortuna non lo assiste e accadono eventi assolutamente imprevedibili.
Finora, nell’arco dei ventisette anni di vita dell’azienda, ho dovuto affrontare almeno tre circostanze estremamente dolorose. La prima nel 2011, proprio quando mi sembrava di avere raggiunto l’apice del successo e, subito dopo, ho vissuto il dolore della perdita improvvisa della mia socia, Alessandra Ardizzoni: un’esperienza tremenda, che non avevo mai vissuto nella mia vita. Poco più di un anno dopo, con il terremoto che ha colpito l’Emilia il 29 maggio 2012, ho visto distrutto in pochi minuti tutto ciò che avevo costruito in vent’anni.
Infine, per la terza volta, ho dovuto affrontare un altro “terremoto” che è ancora sotto gli occhi di tutti: la pandemia.
Se qualcuno guardasse il film degli ultimi dodici anni, più che un viaggio, potrebbe pensare di vedere un calvario. Tuttavia, nessuno può togliere a questi anni la bellezza di ricostruire ciò che i terremoti hanno distrutto. Anzi, potrei dire che finora siano stati gli anni più belli della mia vita, quelli in cui, in mezzo a tanta difficoltà, ho raccolto anche tanta soddisfazione, volgendo il dolore in “cattiveria”, spinta irrefrenabile a ricostruire, a rilanciare e a riuscire, laddove tutto sembrava perduto.
Aggiungo una cosa non di poco conto, cioè che ho sempre avuto la fortuna di avere al mio fianco un equipaggio che mi ha sostenuto e mi ha dato la forza di proseguire e io ho dato in cambio i miei sogni e la tranquillità di far parte di un gruppo solido, sempre con l’avvenire dinanzi.
Come avete avviato l’Arco Chimica lei e la sua compianta socia, Alessandra? Il sogno imprenditoriale che sta alla base del nostro Gruppo è incominciato molto prima del 1993, l’anno di costituzione dell’azienda.
Con Alessandra ci frequentavamo quando avevamo soltanto quattordici anni e già a sedici, incontrandoci nella compagnia di amici comuni, era nato un sodalizio tra noi, mentre ci raccontavamo le cose straordinarie che avremmo fatto insieme un giorno.
Poi, una volta terminati gli studi, ci siamo ritrovati a condividere la nostra prima esperienza lavorativa nel settore chimico, nell’azienda di suo papà – che sarebbe divenuto mio suocero, perché ho sposato la sorella di Alessandra –, in cui lei si occupava dell’amministrazione e io della vendita nelle aree di Modena, Reggio Emilia e Parma. Quando suo papà decise di vendere la società, abbiamo estratto il nostro sogno dal cassetto e abbiamo scommesso in questa azienda, cui abbiamo dato le iniziali dei nostri cognomi: Ar-Co. Con l’entusiasmo di due ragazzi di vent’anni, siamo partiti fra mille difficoltà, ma altrettanti sogni da perseguire. I primi tre anni ci sono serviti per entrare nel mercato locale, ma ci stava troppo stretto, così abbiamo deciso di lanciare i nostri prodotti a livello nazionale. Questo passo ha richiesto una crescita prima di tutto culturale, bisognava acquisire un approccio differente nell’organizzazione, cosa che è avvenuta nei successivi tre anni e ha portato l’azienda, nel 2001, a servire quasi l’80 per cento del territorio nazionale, con circa 120 distributori.
Da lì, è incominciato uno sviluppo che ci ha portato, in dieci anni, a divenire la quarta realtà italiana e ad avviare una serie di investimenti in ricerca e sviluppo che ci hanno permesso di divenire un riferimento per il settore. In particolare, siamo diventati i pionieri del “pulito intelligente”, attraverso la proposta di una detergenza in dosi concentrate e di avanzati sistemi tecnologici di distribuzione, che favoriscono l’eliminazione degli imballaggi e la riduzione di anidride carbonica, una vera e propria rivoluzione del mercato del pulito professionale.
Fino al 2011, non sapevo che cosa volesse dire perdere una persona cara. Proprio nel momento in cui stavamo raccogliendo i frutti di tanto lavoro, Alessandra ci ha lasciato, dalla sera alla mattina. E, siccome lei aveva in mano tutti gli aspetti amministrativi e finanziari, mentre io mi ero sempre e soltanto occupato di quelli commerciali, mi sono ritrovato a dover gestire una valanga di impegni di cui non avevo la più pallida idea. Quindi, mi sono fermato un attimo a ragionare e, di lì a poco, sono riuscito a capire quale potesse essere la strada per affrontare ciascuna questione, cercando di lasciare il dolore fuori dall’ambito lavorativo e semmai usandolo come “carburante”, che mi dava la spinta per portare avanti l’azienda nella sua globalità e complessità.
Era trascorso poco più di un anno e le cose incominciavano a entrare nell’automazione, quando è arrivata la seconda batosta: la prima aveva colpito il cuore dell’azienda, il terremoto ha colpito la struttura, che è crollata in un istante davanti ai nostri occhi atterriti e, con essa, è stata compromessa tutta l’organizzazione della produzione. Quasi vent’anni di lavoro finito in frantumi e, di nuovo, bisognava rimboccarsi le maniche, di nuovo, l’imprenditore doveva dare prova dei suoi “superpoteri”.
E così è stato: in meno di un anno, abbiamo ricostruito lo stabilimento più bello di prima. Ma intanto, tornando ai giorni immediatamente successivi al sisma, nonostante la devastazione dell’intero comprensorio mirandolese, sapevamo che non avevamo scuse, non avremmo potuto permetterci di fermare la produzione per più di una settimana, avrebbe voluto dire mettere a rischio le posizioni di mercato conquistate in vent’anni. Allora, dal 29 maggio all’8 giugno, abbiamo messo l’azienda in condizioni di continuare a produrre.
In che modo? Abbiamo trovato un’azienda che produceva per noi, mentre noi ci occupavamo del confezionamento, lavorando nei container.
Quando abbiamo organizzato una convention, chiamando i nostri rivenditori a Bologna per comunicare che avremmo continuato a produrre, tutti ci guardavano increduli, perché avevano visto le immagini in Tv e credevano che fossi impazzito o che fossi talmente disperato da non rendermi conto della situazione. Invece, la mattina dell’8 giugno abbiamo incominciato a consegnare i prodotti ai clienti, come se niente fosse successo. Quell’anno abbiamo perso il 3 per cento del fatturato, con costi assurdi, però il mercato l’abbiamo mantenuto.
La stessa identica cosa è avvenuta con la pandemia: ci siamo trovati a dover ricostruire, a riorganizzare la produzione sulla base di un’emergenza sanitaria che ha comportato una richiesta dei nostri prodotti per la sanificazione tale da raddoppiare il fatturato del 100 per cento nel giro di un anno. Tutto questo nell’impossibilità di reperire la materia prima, l’alcool in particolare, o di pagarla in anticipo e a prezzi esorbitanti. Ancora una volta, l’imprenditore ha messo all’opera i suoi “superpoteri”, la sua squadra lo ha seguito alla perfezione e quindi siamo riusciti a soddisfare le richieste del mercato.
Oltre a rispondere alle esigenze del mercato, voi ne avete sempre anticipato le tendenze, ascoltando e interpretando i segnali che arrivavano dai clienti e dalla società. Da questo approccio sono nate tutte le innovazioni che vi hanno consentito di rivoluzionare la cultura del pulito professionale in tutta Europa… Nel 2013 l’azienda ha avviato un processo che ci ha portato all’attuale posizionamento, in cui non vendiamo più un prodotto, ma un servizio “chiavi in mano”, che offre ai clienti la possibilità di acquistare il pulito al metro quadro con un canone mensile.
E questo è stato il primo passo di questo viaggio straordinario, che non sarà in prima classe, ma per me è bellissimo.
Adesso partirà un altro viaggio con cui daremo un contributo ai prossimi dieci anni della detergenza intelligente.
Direi che possiamo concludere questa conversazione intorno al narcisismo del viaggio per l’imprenditore con le parole di una sua intervista pubblicata nel 2016 dal nostro giornale (n. 70): “Credo che il terremoto per noi, come per altri imprenditori della zona, sia stato soprattutto intellettuale, nel senso che ha trasformato in modo radicale il nostro modo di pensare e ci ha fatto capire che mai nulla è fermo, per questo nessun imprenditore può sedersi sugli allori”.