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LA CIVILTÀ DELLA VITA | La città del secondo rinascimento

LA CIVILTÀ DELLA VITA

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Qualifiche dell'autore: 
psicanalista, cifrematico, presidente dell’Associazione culturale Progetto Emilia Romagna

In un libro best seller della fine dello scorso millennio, Lo scontro di civiltà e il nuovo ordine mondiale (Garzanti), il politologo Samuel Huntington scrive: “Gli Stati nazionali rimarranno gli attori principali nel contesto mondiale, ma i conflitti più importanti avranno luogo tra nazioni e gruppi di diverse civiltà. Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale. Le linee di faglia tra le civiltà saranno le linee sulle quali si consumeranno le battaglie del futuro”. In questo saggio, Huntington ritiene che le fonti dei conflitti non saranno più le differenti ideologie o economie statali, ma le ostilità e i dissidi tra le civiltà che si spartiscono il pianeta. Per lui non c’è più la civiltà, ma ci sono nove civiltà, e quella occidentale è solo una tra queste nove.

L’idea di una pluralità di civiltà nega la civiltà, riducendola a quella che Thomas Mann e Julius Evola chiamavano Kultur, ovvero all’appartenenza a sistemi culturali, religiosi, etnici, a comunità ideali che sarebbero unite da lingua, tradizioni, origini. Mentre Evola scrive, nel saggio del 1941 La dottrina aria di lotta e di vittoria: “Le forze delle origini creano imperi mondiali e recano all’uomo la ‘pace vittoriosa’”, Huntington ritiene che la cultura debba rispondere a una richiesta d’identità: “Statisti e studiosi non possono ignorare tali antiche verità: per tutti i popoli intenti a ricercare un’identità e a reinventarsi un vincolo di appartenenza etnica, l’individuazione di un nemico costituisce un elemento essenziale, e i focolai di inimicizia potenzialmente più pericolosi scoppiano sempre lungo le linee di faglia tra le principali culture del mondo”.

Lo scontro di civiltà ipotizzato da Huntington è uno scontro di inciviltà, che trovano la loro identità sull’idea di nemico. Nemico sarebbe colui che mette a rischio questa identità, questa etnia, questa appartenenza. La Kultur è un legame spirituale, animistico, è la civiltà dell’epoca. Lo dimostra Vladimir Putin già nel 2007 con il suo intervento a Monaco, con la teoria del Russkij Mir: il “mondo russo” comprende non solo il territorio russo, ma tutti gli slavi di lingua e costumi russi in qualsiasi paese si trovino; ogni invasione è ammessa in nome di questa comunità ideale, di questa idea identitaria e unificante, perché deve tutelare l’identità russa, l’anima russa, in qualunque nazione si trovi, anche in minoranza, come in Ucraina. Scriveva già nel marzo 2014, nel n. 58 della nostra rivista, il poeta e drammaturgo ucraino Anatolij Krym, a proposito dell’invasione dell’Ucraina: “L’intervento di truppe russe con la scusa pretestuosa di ‘difendere i diritti della popolazione russofona’ ricorda un cattivo teatro dell’assurdo. Vi immaginate che un bel giorno sbarchi in Sicilia l’esercito ucraino per difendere i diritti dei connazionali che lavorano nell’isola, e pretenda che alla lingua ucraina venga conferito lo status di seconda lingua nazionale accanto all’italiano? Ridicolo? Eppure gli ucraini che lavorano in Italia sono più numerosi dei russi in Crimea, i quali, a proposito, sono arrivati là dopo la deportazione dei tatari di Crimea voluta da Stalin”.

La civiltà come Kultur è comunitaria, è ideale. È tanatofagica, si nutre della morte, perché basata sulla battaglia contro il nemico e sul suo annullamento attraverso la sua assimilazione. È la civiltà ideale, la civiltà dell’Unico, che tollera l’ultima guerra contro la vita, che assorbe e contempla il pluralismo, il multilateralismo, la multipolarità. La civiltà ideale si realizza attraverso la comunione cannibalica, è basata sulla condivisione della morte e della pena, della morte come pena. A ognuno la sua morte, a ognuno la sua pena. E la tanatofagia poggia sull’autofagia: la civiltà come Kultur non si fonda tanto sull’uccisione e sulla consumazione del cadavere del padre, come credeva Sigmund Freud, quanto sull’odium sui, sulla mortificazione, sulla negazione di sé e dell’Altro, che comporta la negazione della storia e della modernità, della memoria e dell’attuale. Dal “meglio non essere nato” di Edipo al “sono un puro nulla” di Maometto: così, mangiarsi, sacrificarsi, assumersi, consumarsi sono le pratiche della purificazione e della radicalizzazione richieste dalla civiltà spirituale, cioè convenzionale, di cui materialismo e positivismo sono varianti e valgono come riferimento per i totalitarismi.

Non a caso un testo fondatore dello spiritualismo orientale, La Bhagavadgita, è imperniato sulla necessità civile della guerra di famiglia, in cui la vittoria è l’ultima pena, in cui l’uccisione è un gesto sacro, sorretto dalla divinità e fondante l’ordine sociale puro. E non diversamente accade per lo spirito della Russia di Putin, della Cina di Xi Jinping, dell’Iran di Khomeyni, della Corea di Kim Jong-un. Putinismo, comunismo, islamismo sono varianti della guerra di famiglia, guerra fratricida promossa dall’invidia della libertà della vita e della parola, invidia religiosa in cui l’odio contro i fratelli e le nazioni è un aspetto dell’odiumsui. La “grande guerra santa” di cui parla Maometto è, secondo Evola, “la lotta dell’uomo contro i nemici che porta in se stesso”, la lotta spirituale. L’odium sui nasce dall’idea di origine e dall’idea di padronanza, che spazzano via, idealmente, il sé, il tempo e l’Altro. In questo modo, il proprio itinerario va purificato, risulta preso nel giudizio positivo-negativo, giusto-sbagliato, innocente-colpevole: se viene, idealmente, tolto il tempo, con il suo giudizio impenale, ogni cosa si degrada, si corrompe, e il viaggio viene ritenuto finito o finibile, deciso o decidibile, costantemente sottoponibile al giudizio di condanna e di pena, dunque all’idea della morte o del nulla. Idea iniziatica, perché, come proclama La Bhagavadgita nove secoli prima del Corano: “Ucciso, avrai il paradiso”.

Il tempo che finisce – perché l’odiumsui compie l’estrema purificazione, fino alla proprio annullamento – non lascia Altro. Nient’Altro da dire, da fare, da scrivere. E, “tolto l’Altro, la madre uccide”, scrive Armando Verdiglione. Per questo la civiltà tanatofila, la civiltà basata sull’odio di sé e dunque dell’Altro, è spirituale, è la Kultur del matricidio, della madre che uccide, della morte e dell’annullamento della materia, di cui la morte del padre, quella del mito fondante per Freud, è solo un aspetto.

L’oligarchia, che poggia sul matricidio la sua idea di dominium e d’imperium, è la barbarie, la civiltà tanatofila. Questa barbarie non è il limite o l’antitesi della civiltà, che non entra nell’alternativa con la barbarie. La barbarie è l’ideologia dell’ultima guerra, dell’ultima morte, l’ideologia della fine del tempo e della fine di ogni cosa. La provincia Europa, fra l’islamicamente corretto, il cinesemente corretto e la cancel culture, affonda nell’odio di sé. Chi più odia la civiltà della parola più viene accolto dalla provincia Europa. E chi più accoglie, condividendo l’odio con chi invade e con chi occupa, partecipa al potere dell’uguale, sottomettendosi al vincitore. L’idea di uguale, che segue l’idea del nulla, l’idea di padronanza sulle cose, è idea di imperium, è idea di sistema, di comunità linguistica e sociale, dunque idea spirituale che sostiene il partito di spirito, il partito penalpopulista, il partito che si accoda alla Russia, alla Cina, all’Islam nella guerra contro la vita, la modernità, il rinascimento della parola e la sua industria.

Ma ben altra guerra è in atto: è la guerra della vita, la guerra della parola, la guerra senza nemico e senza fine, di cui parla Paolo Vandin nel suo articolo. È la guerra intellettuale, è la politica del tempo e dell’Altro, che non ha bisogno di mercenari, di coloro che credono che tutto si compensi e si ricompensi, si finalizzi e finisca: sono mercenari, per esempio, i politici e gli imprenditori che per un voto o per un affare svendono la loro e l’altrui libertà. Il mercenario, come il dittatore di cui è al servizio, non combatte e non rischia, è suddito di sé e dell’Altro, è sacrificans sacrificatum, da carnefice si fa vittima, pretendendo così di giustificare ogni suo arbitrio. Per questo avvalla la nobile menzogna e le fake news di chi è preso nell’odium sui, dunque è preso in una realtà costituita secondo i propri spettri, le rappresentazioni dei propri limiti, delle proprie paure, delle proprie pene. La guerra della vita, lotta e battaglia, è guerra di civiltà, non tra le civiltà, non oppone tra loro le civiltà, cioè le diverse rappresentazioni della comunità tanatofila. La civiltà della parola non è configurata dalla Kultur dei sudditi, è costituita dai cives, dai cittadini, esige la città della parola libera, dell’invenzione e dell’arte, della finanza e della scienza. Civitas è la città del tempo e dell’Altro, non l’urbs, non il dominium e l’imperium sul territorio contro il tempo e contro l’Altro.

Nonostante le dittature e le democrature, sulla parola non può fondarsi nessun impero perché la lingua non è legame sociale, non è il supporto delle comunità, non si presta a nessuna padronanza, non consente la conferma delle proprie convinzioni: come scriveva il filosofo Giovanni Vailati: “La posizione nella quale viene a trovarsi ogni persona che aspiri, sia pure in grado minimo, a sentire e a pensare in modo originale, e a dare espressione a quello che sente e pensa, si potrebbe paragonare a quella di un artista davanti a un blocco di marmo che egli sappia essere solcato internamente da numerose profonde venature, non aventi alcun rapporto con la forma che egli intende di fare assumere ad esso, e atte anzi a far seguire ai suoi colpi di scalpello degli effetti impreveduti, e non sempre compatibili con quelli che egli ha in vista” (Giovanni Vailati, Il linguaggio come ostacolo all’eliminazione di contrasti illusori, in Scritti filosofici, Laterza). Come dire meglio che gli effetti dell’atto di parola sono imprevedibili, dissipano ogni punto di vista?

Come indicano i processi contro Armando Verdiglione, che poggiano sul “punto di vista” dei marescialli anziché sulle prove, il punto di vista è cieco e sordo innanzi alla realtà effettuale, vede il proprio spettro, è sorretto dalla paura e dall’invidia della vita. La paura e l’invidia della vita sono convertibili e prescrivono la coscienza della pena. Ognuno è sospettato di pena, per questo deve essere pronto alla colpa e all’espiazione. Il sospetto di pena è il sospetto improntato alla paura e all’invidia della vita: è il sospetto contro il principio della vita e la sua civiltà, è il sospetto contro l’arte e la cultura, la scienza e la finanza, contro la vita civile. Come indicano le testimonianze degli imprenditori in questo numero, la riuscita di ciascuno non sta nel confermare il proprio punto di vista, ma nel contribuire, fosse pure con un granello, alla civiltà e al suo valore. L’impresa indica che nulla è già dato, fatto, scritto, e la civiltà che si dà per acquisita si perde. Come nota nel suo testo Bruno Conti, nessuna impresa senza l’esperienza di parola e la sua scrittura, un’esperienza senza l’eroismo e senza il sacrificio richiesti dalla “grande guerra santa”. La civiltà della scrittura dell’esperienza, che esige i dispositivi di parola e il processo linguistico narrativo, è la civiltà della vita, perché l’esperienza vanifica l’alternativa tra fatti e parole e l’alternanza tra azione e inazione, tra radicalismo e purismo. L’esperienza non può limitarsi al pacifismo, dissipa la civiltà della morte come via verso forme di vita superiori: la sua guerra non è iniziatica, non cerca l’uomo nuovo, è lotta e battaglia, con la missione di restituire il testo della civiltà della vita e di fare capitale della nostra vita.


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