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LA SOCIETAS CIVILIS E LA GUERRA INTELLETTUALE | La città del secondo rinascimento

LA SOCIETAS CIVILIS E LA GUERRA INTELLETTUALE

Qualifiche dell'autore: 
ricercatore, membro del Movimento Cifrematico Internazionale

La modernità della parola non si afferma attraverso l’egemonia e la gerarchia, bensì sfatandole. Nell’atto di parola, non già nell’utopia. La modernità non si afferma attraverso il predominio o la supremazia, come vuole il pregiudizio arcaizzante. Non si fonda su una tavola dei valori stabiliti, dei valori convenzionali. La giustizia dell’oggetto, cioè non soggettiva e non convenzionale, e il diritto e la ragione dell’Altro, cioè non propri e non sociali, sono originari: procedono dall’equità, dal due. La Carta che può sancirli non è la carta convenzionale, non è la carta sostanziale e mentale. È la Carta nell’atto di parola, la Carta intellettuale.

La civiltà della parola non è dominante né imperante, non appiana la superficie, non toglie l’apertura e lo squarcio. Valgono alla civiltà la ricerca e l’impresa, valgono la cultura e l’arte di ciascuna contrada del pianeta nel suo modo, che, in quanto particolare e specifico, può costituire un contributo alla civiltà planetaria. E non tengono più le categorie dell’Unico, le caste, le classi, le razze o i generi. È la civiltà che non si definisce più nella Kultur.

La società senza classi non è la società che si realizza attraverso l’ultima guerra delle classi. La societas civilis è il dispositivo della guerra intellettuale, della guerra senza più l’idea di ultimo. “La guerra intellettuale è la politica del tempo e dell’Altro […] Senza più l’idea di fine del tempo, la guerra non è mai vinta, non è mai perduta: è la guerra della parola, è la guerra intellettuale, è la guerra senza alternativa” (Armando Verdiglione, La quercia e la luna. La cittadinanza planetaria, in via di pubblicazione). Il separatismo del Donbass è un separatismo dettato dall’unità ideale, dalla volontà di ricongiungimento con la Grande Madre Russia: è un separatismo in tutto e per tutto consono all’ideologia di Vladimir Putin. Il bolscevismo era così “rivoluzionario” che è riuscito a preservare la Russia nell’ideologia e nella mentalità precedente il 1917.

In Cina, il precetto: “Non si discute la perla del Drago” è antico. Mao lo ribadisce, non lo conia. Ovunque la presunta rivoluzione comunista ab[1]bia “attuato” i suoi colpi di Stato ha confermato la sacralità del sistema di potere e fondato nuove dinastie. Tutt’altro che sfatare l’ermetismo del sistema.

Alla sua incoronazione (1547), Ivan IV, primo “zar di tutte le Russie” e noto anche con il nome di Ivan il Terribile, proclama: “Due Rome sono cadute, ma non Mosca; e non ci sarà una quarta Roma”. La terza Roma è anche l’ultima, è definitiva: il non plus ultra della civiltà. La Kultur è la civiltà intesa come l’unica.

La compagnia di spirito si stupisce: “Perché mai ci deve essere chi non la pensa come noi?”. L’Unico esclude la contraddizione e il malinteso, quindi esclude l’autismo e l’automatismo della parola. Risolve i paradossi nelle antinomie dell’avere e del non avere e dell’essere e del non essere, espunge l’Altro; e la ragione come logos assurge a universale, eliminando la giustizia del sembiante, dell’oggetto assoluto, e il diritto e la ragione dell’Altro, togliendo l’apertura da cui il sembiante, il tempo e l’Altro procedono.

La lotta di classe che Marx propugnava segue uno schema facile: i figli della luce contro i figli delle tenebre. E tale rimane per Putin, per Xi Jinping, per le dittature islamiche, per le democrature, per l’oligarchia mondialista. L’ultima guerra necessaria e minima, la guerra misterica e mistica. La guerra mercenaria.

La lingua è la lingua della scrittura dell’arte e dell’invenzione, del rinascimento e dell’industria. Come potrebbe cancellarsi a vantaggio della lingua della conoscenza, cioè del canone mercenario? Il postulato della conoscenza è questo: ciò che è resta ciò che è. Sicché nulla deve restare della memoria, del suo itinerario, del suo processo di qualificazione. Il viaggio della parola si oppone a ciò che è, si definisce nel ciò che non è, nella “finzione di Satana”. Il dittatore “non vuole la guerra, vuole il bene”: è costretto a fare la guerra contro i figli delle tenebre. Sono loro a volerla, in quanto si contrappongono al bene.

Non ci sono enunciazioni vere o false. La “nobile menzogna” si definisce tale perché va creduta, come affermazione di una realtà, di una realtà che non si constata né si coglie ma che sfolgora nella sua trasparenza, nella sua evidenza e nella sua luminosità, di una realtà senza la parola, senza la vita, libera dalla vita. Se tu credi nella verità o nella falsità dell’enunciazione non ti trovi nell’ascolto, ma nella visione. Mai giungerai alla saga e alla leggenda. Diviene saga e leggenda, testo e film solo ciò che è tratto dalla domanda, ciò che approda al capitale intellettuale: ciò di cui la demonologia ha orrore.

Nord e sud, oriente e occidente non sono luoghi. Se sono luoghi, postulano il centro ideale: ecco, allora, il corpo centrale e le sue propaggini, i suoi satelliti, ecco la gerarchia di primario e secondario, ecco l’egemonia ideale, ecco il mondialismo. Nord e sud, corpo e scena, giuntura e separazione: il due, apertura e combinazione. Oriente e occidente, l’invenzione e l’arte, il “dove”: l’intersezione attraverso cui la combinazione del corpo e della scena si scrive e approda alla cifra. La dottrina ermetica contrappone il nord e l’oriente al sud e all’occidente sulla base della rappresentazione di ciò che si discosta dal centro ideale. La centralità ideale richiede la buona distribuzione del chiaro e dello scuro: la sintesi si raggiunge evitando la contaminazione, si raggiunge attraverso l’economia dello scuro fino all’assorbimento completo, fino al trionfo del chiaro sullo scuro.

Il pregiudizio, sia per chi lo impone sia per chi lo subisce, sbarra la combinazione e la combinatoria della vita. La ricerca e l’impresa sono libere, la cultura e l’arte sono libere, il percorso e il cammino non sono obbligati. Obbligata è la strada iniziatica, nel suo finalismo, senza il pleonasmo della parola. Il


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