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OCCORRONO IMPRESE SOLIDE E COLLABORATORI COMPETENTI

consigliere di amministrazione di S.E.F.A. Acciai Srl, Sala Bolognese (BO)

Lei interviene da quindici anni nell’azienda di famiglia, S.E.F.A. Acciai, che ha ereditato la migliore tradizione siderurgica europea a partire da gli acciai speciali prodotti nella storica acciaieria Uddeholm, oggi voestalpine. Quali sono stati i primi approcci con la siderurgia?

Sono entrato in S.E.F.A. Acciai intorno ai quattordici anni, prevalentemente nel periodo estivo. Mi capitava, per esempio, di spazzare per terra, pulire, tagliare, preparare e imballare la merce venduta. Poi, a diciannove anni ho avuto la possibilità di fare un percorso di formazione nell’acciaieria Uddeholm, in Svezia, dove sono rimasto sei mesi. È stata una bella scuola, soprattutto per capire come nasce il prodotto che S.E.F.A. commercializza. Ho attraversato tutte le fasi produttive, dallo stoccaggio del rottame al re parto degli ESR (electro-slag remelting), dove sono rifusi i lingotti di acciaio, ai settori delle spedizioni, del laminatoio, della forgia e così via.

Quali sono state le acquisizioni lungo l’esperienza in azienda, accanto a suo padre, Bruno Conti?

Il messaggio che i miei genitori hanno trasmesso a me e alle mie sorelle è sempre stato quello di guadagnarci i risultati sul campo. Sia da parte di mio padre sia da parte di mia madre abbiamo avuto l’esempio di persone pragmatiche e anche generose. In generale, entrare nell’azienda fondata da un genitore è sempre difficile, perché ciascuno ha un proprio modo di fare le cose e l’azienda va seguita, curata e alimentata tutti i giorni, proprio come avviene per un figlio. Però, quando un giovane non ha ancora esperienza, è necessario che entri con l’approccio di chi ha bisogno di imparare da ciascuno, dall’operatore che taglia le barre a quello che fa le bolle di carico, a chi prepara la merce, a chi parla con i clienti, a chi va fuori a proporre i prodotti.

Mio padre ha sempre avuto un carattere molto forte, ma ha saputo seguirci, l’ha fatto nel suo modo, con i suoi tempi. Per me fare questo per corso è stato basilare, anche se non sono mancate discussioni, delusioni e qualche mal di pancia. Quello che ci univa era l’esigenza di dare valore a questa azienda. Ho anche avuto voglia di stravolgere tutto, però poi mi sono reso conto che non era saggio, non era la risposta. Questa scommessa ti insegna che occorre accettare le persone, cercando di riconoscerne il valore.

Quali sono le trasformazioni che lei oggi constata nell’impresa?

Oggi, soprattutto negli anni post Covid, è diffusa la tendenza massiva ad essere liberi da responsabilità, a identificarsi meno nel lavoro inteso come missione di vita, perché viviamo nel benessere. Ecco perché le aziende fanno fatica a trovare lavoratori mediamente qualificati. In generale si tende ad avere una mentalità contraria all’impresa, senza capire che invece è il motore di tutto, perché è ciò che permette di vivere: un territorio non cresce se non ci sono industrie.

Poi, c’è un problema legato all’ecologia, con tutte le sue contraddizioni. Se vogliamo che non si producano più autovetture in Italia e in Europa, non meravigliamoci quando poi manca il lavoro. Dobbiamo chiederci anche chi potrà acquistare le auto elettriche prodotte in Cina. Se licenziamo 20 milioni di lavoratori in Europa e non possiamo fermare l’avanzata dell’AI, come facciamo a creare valore aggiunto che permetta all’operaio di acquistare la lavatrice, la lavastoviglie e l’automobile? Questi sono dati di fatto, non è ideologia. C’è un percorso che ha portato l’uomo a questo benessere ed è un percorso industriale. Oggi, per esempio, sono già disponibili biocarburanti con un impatto ambientale minore dell’auto elettrica, questo è certificato. La politica che ha favorito tutto questo è frutto di un’ideologia che ha svenduto l’Europa.

Quali sono le sfide dei prossimi anni?

Questi terremoti in atto costituiscono l’occasione per inventare un nuovo modello di imprenditori e di collaboratori. Per fare questo abbia mo bisogno di imprese solide e di collaboratori competenti, che abbiano talenti da mettere in gioco. Ma questi talenti dove sono? Noi abbia mo bisogno di avere collaboratori capaci, poi dobbiamo offrire loro una formazione specifica, ma devono avere una base culturale, che invece spesso manca. In 3D Metal, una delle aziende del Gruppo, per esempio, abbiamo impiegato mesi per trovare un progettista per la stampa in 3D, a Bologna. Occorre ripensare a un modello nuovo di impresa e sarà questa la vera sfida, valorizzando la nostra eredità industriale.

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