Dal presidente americano Bill Clinton all’attore Tony Curtis, da Totò a Peppino De Filippo sono solo alcuni fra gli estimatori degli apparecchi acustici Maico, promossi anche dal celebre musicista e compositore italo-americano Guy Lombardo, che li aveva definiti: “La musica più dolce da questo lato del Paradiso”, e dal giornalista sportivo bolognese Gianfranco Civolani che scriveva: “Maico è un amico che mi accompagna sul posto di lavoro e nella vita privata”.
Nata nel 1937 a Minneapolis dall’ingegno del suo fondatore, Leland Alfred Watson, Maico ha messo in questione i pregiudizi dell’epoca intorno a coloro che, per problemi di udito, erano associati a persone poco intelligenti. Maico, oggi confluita nella multinazionale danese Demant Group, è leader nel mercato delle protesi acustiche. Maico ha sempre scommesso sulle donne, non soltanto dal 1941, quando ha accolto le donne nella linea di produzione dei suoi apparecchi, ma anche dagli anni settanta, quando in Italia ha ingaggiato alcune donne per il rilancio del marchio. Da quanti anni lei lavora in Maico?
Da oltre cinquant’anni ho promosso la qualità di quest’azienda, investendo nella sede di Bologna, nata all’inizio degli anni settanta in Piazza dei Martiri, e ho proseguito con il mio socio a cercare concessionari del marchio anche in altre regioni. Poi, man mano abbiamo deciso di investire soltanto nelle sedi dell’Emilia-Romagna, anche perché sarebbe diventato molto oneroso per noi seguire altre filiali.
Io sono originaria di Medicina, in provincia di Bologna, e, dopo qualche anno dalla mia nascita, mia madre si è ammalata ed era costretta a letto dalla sclerosi a placche, più nota come sclerosi multipla. Mio padre avrebbe voluto che facessi la sarta, lavoro che molte donne svolgevano in casa, negli anni sessanta. Invece, appena ho concluso le scuole medie, ho pensato: “No, a me non piace fare la sarta. Non mi piace proprio!”. Ecco perché poi, quando ho compiuto i diciotto anni e ci siamo trasferiti con la famiglia a Bologna, ho trovato un lavoro presso un’azienda farmaceutica. Ebbi allora in dotazione la macchina aziendale e presi subito la patente, per fare la promozione di prodotti sanitari presso le farmacie e gli studi medici, come l’informatore farmaceutico di oggi.
Allora, il babbo disse che questo lavoro non era adatto a una donna e mi mise letteralmente fuori di casa. Del resto, avevo trovato un lavoro che mi permetteva di guadagnare e avevo a disposizione anche l’automobile, perciò sono andata a vivere in hotel. A me piaceva molto andare in giro a promuovere i prodotti. Poi, nel 1970, ho incontrato a una festa l’uomo che avrei sposato l’anno seguente e che, oltre a essere mio socio in affari, mi ha regalato la gioia di tre figli che collaborano al nostro progetto. E mio padre, constatando che avevo trovato la mia strada, ne fu molto contento.
Da venditrice lei era diventa imprenditrice in Maico e, insieme a suo marito, ha inaugurato l’apertura di varie filiali in Emilia-Romagna…
Nell’Italia degli anni settanta la pubblicità non era ancora massificata e io vendevo gli apparecchi con la formula del porta-a-porta, andando in giro per le strade, nelle piazze dei paesi, nelle feste patronali, nelle fiere e nei mercati a cercare i sordi. Mentre camminavo fra le bancarelle del mercato, per esempio, ero solita chiedere a chi incontravo: “Dov’è il sordo del paese?”. E tutti sapevano sempre dove abitava. Io andavo a trovarlo a casa e, quando uscivo, erano tutti contenti perché avevo portato loro l’apparecchio acustico che gli cambiava la vita. Spesso le persone non sapevano neanche che fossero in commercio apparecchi del genere ed era una meraviglia quando li provavano, perché nessuno si aspettava di sentire bene. D’altra parte non erano ancora nati i negozi specializzati. Oggi noi curiamo l’udito di molti clienti nelle sedi che abbiamo aperto in tutta l’Emilia-Romagna, ciascuna dotata di un tecnico audioprotesista, e mia figlia, Marina Gaddi, è un’audioprotesista molto richiesta.
Può raccontarci qualche aneddoto che è intervenuto lungo la sua esperienza?
Sono molti i clienti che vengono a trovarci e spesso ci dicono che siamo diventati parte della loro famiglia. Al punto che, soprattutto fino a qualche anno fa, erano soliti portarci anche il “ricordino” del caro estinto che era stato nostro cliente. Noi cerchiamo sempre di andare incontro alle loro esigenze, non solo per le occorrenze legate all’uso dell’apparecchio acustico, ma anche perché ci raccontano la loro vita e a me piace molto parlare con queste persone. Non sono soltanto clienti, ma persone alle quali ci siamo affezionati.
Negli ultimi anni le cose sono un po’ cambiate, anche perché la concorrenza è agguerrita. Inoltre, spesso i giovani audioprotesisti sono abituati a usare il computer e credono che basti la competenza tecnologica per fare questo lavoro. Ma non è così. Quando i clienti ci chiamano per esporre il problema acustico, spesso riscontro che non raccontano solo di un problema legato all’udito, ma dicono di un’inadeguatezza nelle relazioni con le persone vicine. Allora mi dispiace non riuscire ad accontentarli, perciò cerco il modo di venirgli incontro. Parlare e ascoltare è davvero essenziale in questo lavoro e occorre molta pazienza nel parlare con queste persone.
Ecco, mi racconti di questa “pazienza”. Molti parlano dell’ascolto ma sembra che pochi ne intendano la portata. Forse lei, invece, ha inteso qualcosa…
Il principio di uguaglianza non vale nell’ascolto e nella vendita: i clienti non sono tutti uguali. Per me la pazienza è qualcosa che riguarda la capacità di ascoltare. Ascoltando senza fretta, l’esperienza mi consente di intendere qualcosa di più del loro problema di sordità. Bisogna pensare alla carenza di udito un po’ come avviene per la vista, dico così per semplificare. Se non vedi, cosa fai? Ti metti l’occhiale. Per l’apparecchio acustico è lo stesso: se non senti, metti l’apparecchio. Io ho incontrato persone, per esempio, che non sentono bene ma si vergognano di dirlo perché sarebbero giudicati dai familiari. Ma è soltanto un pregiudizio che, per esempio, non interviene per coloro che hanno problemi di vista oppure per chi usa l’apparecchio per i denti. La capacità di ascoltare deve essere il talento di chi si approccia al nostro lavoro. Un collega mi ha raccontato, per esempio, di aver dovuto informare una sua cliente che avrebbe potuto beneficiare delle esenzioni della AUSL per l’acquisto dell’apparecchio acustico. Ma, oltre alla ricetta medica, occorreva che la signora esibisse anche l’opportuna attestazione di invalidità per ipoacusia. Invece, il suo giovane tecnico, non vedendo l’attestazione, le aveva semplicemente fornito la protesi pur assicurandole lo sconto. Occorreva informare la signora dell’opportunità del rimborso per l’invalidità e sarebbe stato un modo ulteriore di venirle incontro.
Purtroppo, nella fase di apprendistato oggi accade che talvolta si scambi la professionalità con la rigidità, abituando il tecnico apprendista a rispondere con i monosillabi “sì” o “no”, anziché a esercitarsi nell’arte del colloquio. Ma, forse, è anche l’utilizzo del cellulare che induce a evitare la complessità della conversazione, perché tanto basta un sms. Invece è importante parlare, per capire qual è il problema e quali sono le sue sfumature, prima di proporre l’apparecchio. Se il nostro cliente porta gli occhiali, per esempio, possiamo inserire l’apparecchio acustico nel frontale dell’occhiale e scegliere fra i diversi modelli. Poi oggi, a differenza di quanto avveniva una volta, è possibile tenere in prova l’apparecchio anche per un mese e in modo gratuito. La protesi deve essere regolata man mano, perché possa adattarsi meglio all’orecchio e all’uso abituale. Purtroppo, se non si parla con il cliente, questi tende a mantenere il suo pregiudizio intorno all’utilizzo della protesi, perciò, anche quando ce l’ha in prova, spesso non la indossa e il problema rimane. Quando l’apparecchio è stato acquistato, invece, il cliente tende a indossarlo quotidianamente ed è più propenso a farselo regolare man mano che lo utilizza. Anche per questo io lascio a tutti i nostri clienti il mio numero di cellulare e, quando ne hanno bisogno, sanno che possono chiamarmi. Del resto Maico ci consente di offrire apparecchi acustici con la garanzia di due anni e l’assistenza continua gratuita. Chi si rivolge alle nostre filiali non acquista soltanto l’apparecchio, ma anche un servizio per protesi che sono costruite su misura, sia dell’orecchio sia in base alla gradazione della sordità che rileva l’esame audiometrico. Ecco perché prendiamo l’impronta dell’orecchio, come per esempio avviene per la dentiera. Quando poi intervengono problemi nell’utilizzo, noi andiamo a trovare subito i nostri clienti perché possiamo capire quale sia la disperazione di chi non riesce a sentire bene.
Nel corso degli anni voi avete raccolto come in un piccolo museo anche alcuni audiometri storici di Maico…
Noi conserviamo alcuni audiometri della Maico costruiti nei primi anni del Novecento, con tanto di documentazione fotografica. E oggi chi viene nella nostra sede centrale di Bologna ha anche l’opportunità di ammirarli.