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OCCORRE UN’INTELLIGENTE POLITICA INDUSTRIALE

professore di Economia e Politica Industriale, Università di Parma

Nel mio intervento a questo convegno (Quale futuro per l’industria manifatturiera bolognese, Bologna, 10 maggio 2025) risponderò alla domanda che mi è stata posta dagli organizzatori: perché e quanto conta il manifatturiero a Bologna? Il capoluogo emiliano rappresenta l’1,7 % della popolazione italiana (l’hinterland ha poco più di un milione di abitanti), ma l’incidenza di Bologna sul PIL del paese è del 2,2%, non dell’1,7, quindi il contributo dell’economia bolognese va oltre la proporzione rispetto alla popolazione. E poi c’è un ulteriore asticella che si alza, perché Bologna vale il 3,3 % delle esportazioni nazionali. Sono cifre (1,7%, 2,2%, 3,3%) che possiamo riassumere con l’immagine di un crescendo rossiniano. E ancora: Modena, con l’1,2% di popolazione, produce l’1,6% di valore aggiunto e il 3% di export. Ferrara, rispetto a questi due colossi manifatturieri, è più piccola. Sempre secondo l’Ufficio Studi di Unioncamere Emilia-Romagna – la fonte che utilizzo in questa analisi – sulle tre variabili chiave (ripeto: popolazione, Pil, export) mostra questi dati: 0,6%, 0,5%, 0,4%. Facendo un semplice calcolo, le province rappresentate da Confindustria Emilia-Area Centro pesano in Italia per il 3,5% in termini di popolazione, per il 4,3% in termini di valore aggiunto e per un notevolissimo 6,7% in termini di esportazione.

Il passo successivo, allora, è analizzare la composizione del valore aggiunto, perché questo ci dà la misura della qualità del manifatturiero. A questo proposito, è accaduta una cosa importante: nei quindici anni che ci siamo lasciati alle spalle – quelli dopo il crack di Lehman Brothers del 2008, in cui il PIL del mondo, per la prima volta nella storia, ha avuto un segno negativo – dal 2010 a oggi, a Bologna il valore aggiunto della manifattura, fatto 100 il valore aggiunto totale, era il 22,7% nel 2010, mentre oggi è arrivato al 25,8%. In pratica, da noi non solo la base manifatturiera non è diminuita, ma è aumentata. Lo stesso è accaduto a Modena. Ci vorrebbe un’intera mattina per spiegare perché, mentre in tante regioni avanzate del pianeta la manifattura si è spenta, da noi addirittura si è rafforzata. Io credo che due forze motrici abbiano operato in modo più intenso di altre: la prima è il consolidamento dimensionale delle imprese, soprattutto in alcuni settori. I nostri distretti (o cluster o filiere, che dir si voglia) non sono più aggregazioni di piccole imprese tutte uguali fra loro: si sono venute affermando le imprese leader. Le imprese leader sono cresciute in due modi, sia tramite la cosiddetta “crescita interna” (il loro fatturato è cresciuto spesso a due cifre), sia perché hanno realizzato tante “fusioni e acquisizioni”, aderendo a quella che viene chiamata “crescita esterna” delle imprese. E allora capiamo che questo consolidamento dimensionale, con l’emergere di varie realtà medie e medio-grandi, è importantissima e l’immediata conseguenza è il miglioramento qualitativo delle produzioni. Queste imprese fanno più ricerca, hanno più laboratori, attraggono più talenti: l’innovazione tecnologica è stata e resterà il motore del progresso economico. Le spese in ricerca e sviluppo (R&S), da un lato, che costituiscono quel che entra nel processo innovativo, e il numero dei brevetti dall’altro, che è ciò che esce dal processo innovativo, confermano questa constatazione. Vale a dire, che l’Emilia-Romagna, con un ruolo particolare di Bologna e Modena, è la più innovativa regione italiana. Alle performance in termini di R&S e numero di brevetti si aggiungono le nuove imprese high-tech, quelle che chiamiamo start-up o, se nascono dal mondo accademico, spin-off.

Ma a proposito d’innovazione, dobbiamo richiamare l’opera di uno dei più grandi pensatori del Novecento: Joseph A. Schumpeter. La sua teoria intorno al cambiamento tecnologico e a ciò che rende il capitalismo la forma economica di ordine superiore evidenzia l’importanza delle “nuove combinazioni” di fattori produttivi e sottolinea la nascita di nuove combinazioni accanto alle vecchie (“innovazioni di prodotto”, “innovazioni di processo”, e così via). Nel libro La teoria dello sviluppo economico del 1911, scrive la famosa frase: “Non è il padrone della diligenza a introdurre le ferrovie”. E allora capiamo quanto sono importanti le grandi imprese, ma anche le piccole che, se sono davvero innovative, crescono.

È importante sottolineare che la manifattura ha enormemente bisogno una contaminazione con il settore dei servizi, e in particolare dei servizi avanzati, cioè le tecnologie dell’informazione, la finanza, e così via. E lungo tutta la via Emilia, e in special modo da Bologna a Parma, nelle quattro province centrali, questa osmosi fra ricerca e produzione non si è smarrita. Sullo stesso territorio abbiamo le persone che fanno ricerca e i poli della produzione, in un interscambio di conoscenze che fa aumentare notevolmente il livello tecnologico. Pensiamo agli straordinari risultati del packaging, chi incrocia più tecnologie, della meccatronica reggiana, della farmaceutica tra Parma e Bologna, del biomedicale di Mirandola: sono tutte produzioni che combinano la ricerca scientifica, l’innovazione tecnologica e il “saper fare”.

Inoltre, come diceva il vice presidente della Regione Emilia-Romagna, Vincenzo Colla, che ha una conoscenza straordinaria di ciò che accadde tra Rimini e Piacenza, noi siamo, per definizione, una regione aperta. Quasi la metà del prodotto interno regionale è costituito dall’export. Siamo, per così dire, un Land tedesco, da questo punto di vista. Allora, anche qui, è interessante analizzare i dati aggiornati di Unioncamere Emilia-Romagna (Ufficio studi) sulle destinazioni delle esportazioni bolognesi: Stati Uniti 13%, Germania 10,1%, Francia 7,1%, Giappone 6,3%, Regno Unito 5%. Per trovare la Spagna dobbiamo arrivare al sesto posto dei nostri partner commerciali. Gli Stati Uniti nel 2023 hanno superato la Germania, che tradizionalmente era il nostro primo partner commerciale. Allora è chiaro che questa vicenda dei dazi, se per tutto il mondo è una specie di cataclisma, anche per noi è problematica, soprattutto per l’incertezza intervenuta dal 2 aprile. Non siamo la Cina, primo obiettivo delle politiche protezionistiche dell’Amministrazione americana, ma quando domina l’incertezza vale l’effetto farfalla.

Secondo le proiezioni di Prometeia, con le tariffe che il Presidente Trump ha annunciato all’inizio, l’Emilia-Romagna – le cui esportazioni verso gli Stati Uniti, cito il think tank bolognese, “sono trainate dalla meccanica e dall’automotive, ma coinvolgono anche altri settori, tra cui quello delle piastrelle, chimico, farmaceutico e agroalimentare” – mostra un livello di esposizione ai nuovi dazi relativamente elevato. In questo caso – prosegue Prometeia – “se da un lato la notevole internazionalizzazione potrebbe amplificare l’impatto negativo dai dazi, dall’altro è ragionevole che un tessuto produttivo solido sia più pronto a mettere in atto strategie efficaci, attraverso la diversificazione dei mercati”.

Lungo la stessa linea, il Presidente di Unioncamere Emilia-Romagna ha presentato uno studio che mi limito a citare: “I dazi imposti da Trump, il cui ammontare complessivo supera i 2 miliardi di euro come impatto teorico sull’economia italiana, se venissero applicati alle massime tariffe annunciate, peserebbero mediamente l’1,6% sul fatturato delle imprese che esportano verso gli Stati Uniti”.

Avviandomi a concludere e lasciando in sospeso, dati gli stop and go, la questione dazi, vorrei tornare alle fondamenta del mostro modello economico territoriale. Del mio libro più recente (2023), intitolato Modello Emilia, sono più affezionato al sottotitolo: Imprese innovative e spirito di comunità. Io penso che questi due pilastri s’influenzino a vicenda e che dalle nostre parti uno più uno faccia 2, 3 o 5. Poi, guai a cullarsi sugli allori, e fra i pregi di noi emiliano-romagnoli c’è quello di non cullarsi sugli allori.

L’Emilia Romagna vanta, per esempio, straordinarie performance considerando, per esempio, la R&S (2%-2,1% di investimenti sul PIL). Accade però che nel Land tedesco con cui possiamo siamo soliti confrontarci (il Baden-Württemberg), quello stesso rapporto sfiori il 6%.

Allora, abbiamo basi solide che vengono da lontano e che penso permangano anche nell’attuale contesto geo-politico ed economico, perché la forza delle imprese in tutte le nostre città e in tutti i nostri distretti è interconnessa con questo straordinario spirito di comunità. Lo spirito di comunità è una cosa che è nell’aria, è difficile da calcolare, ma il mio esempio preferito è rappresentato dagli asili nido: non a caso l’Emilia Romagna è la regione italiana con la più alta disponibilità di posti per i bimbi al nido, e questo porta con sé il record italiano di partecipazione femminile al mondo del lavoro. È questa una caratteristica importante di per sé perché offre a più bambini maggiori possibilità di crescita: studi recenti indicano che le capacità cognitive delle ragazze e dei ragazzi sono molto legate alle attività svolte nei primissimi anni di istruzione; inoltre, è importante perché il nido è un potente strumento di crescita dell’occupazione femminile (vista sia dal lato del lavoro dipendente sia dal lato imprenditoriale), caratteristica cruciale e insostituibile delle nostre società complesse.

Credo che la nostra scommessa sia quella di continuare ad attrarre giovani a Bologna e in particolare in tutta l’Emilia, che con Milano è uno dei due poli del paese che attraggono giovani in misura consistente. A questo proposito, oltre al contributo dell’Alma Mater, che è stata anche la mia università di origine, è certamente essenziale ciò che si sta costruendo al Tecnopolo dei Big Data (ora ribattezzato DAMA: Tecnopolo Data Manifattura Emilia-Romagna).

La crescita del sistema imprenditoriale ha bisogno, oggi più di ieri, di una intelligente politica industriale: un’area di politiche pubbliche che per vent’anni (e più) è stata pressoché cancellata dal dibattito (in primis, accademico). Adesso è stata riscoperta. Infatti, il Rapporto Draghi ne parla esplicitamente e così la Presidente Ursula von der Leyen. Importante è il contributo, al riguardo, del Presidente di Confindustria Emanuele Orsini. Naturalmente, dobbiamo intenderci su che cosa sia, oggigiorno, la politica industriale, che non può essere quella degli anni Settanta (e forse potremmo estendere ai decenni dai Sessanta agli Ottanta). Essa, oggi, è soprattutto un investimento “in conoscenza”, vale a dire: ricerca, innovazione, capitale umano, intelligenza artificiale. La sfida è gigantesca, Bologna e l’Emilia Romagna tutta hanno un ruolo da giocare.

Sergio Mattarella, il nostro Presidente della Repubblica, quando venne in Emilia per i dieci anni dal terremoto, tenne un discorso ufficiale a Medolla, che fa parte del distretto industriale di Mirandola, il distretto più colpito dal terremoto del 2012. In quell’occasione – il discorso è pubblicato sul sito del Quirinale – disse, fra le altre cose: “(…) In una terra così industriosa si è rimesso il lavoro al centro della vita della comunità”. Non penso si possa dire in modo migliore.

 

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