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SAREBBE OPPORTUNO RACCONTARE MEGLIO L’ITALIA

presidente di Marchesini Group Spa e vice presidente di Confindustria per il Lavoro e le Relazioni Industriali

L’Emilia Romagna, Bologna in particolare, può contare su una struttura economica che le ha permesso, e le permette tuttora, di affrontare con forza le grandi difficoltà – dalla pandemia al terremoto – grazie a una rete di piccole imprese, spesso connesse in maniera informale, ma strettamente legate ai capi filiera. Quando il vice presidente della Regione, Vincenzo Colla, parla di responsabilità dei capi filiera, so bene a cosa si riferisce: non si tratta solo di puntualità nei pagamenti, ma della capacità e dell’impegno di far crescere tutta la filiera.

Nel 2012, quando ero presidente di Confindustria Emilia Romagna, in seguito al terremoto abbiamo definito insieme a sindacati e amministratori pubblici una strategia chiara: ricostruire le fabbriche dove erano, non delocalizzarle, e dare priorità prima alle scuole, poi alle imprese, poi alle abitazioni e infine ai centri storici. Così abbiamo fatto. È andato tutto liscio? No. Si poteva fare meglio? Sì. Ma abbiamo mantenuto insieme il passo e la strategia e siamo arrivati al traguardo. L’impegno condiviso ha portato un forte incremento dell’occupazione, soprattutto femminile, e ha attratto investimenti – Philip Morris in primis, ma anche numerosi altri – che hanno fatto crescere il PIL regionale e, soprattutto, la capacità di esportazione in modo quasi esponenziale.

Oltre a indicare quali sono gli elementi di forza, è importante capire quali sono le difficoltà che limitano la crescita e lo sviluppo. Si tratta solo di questioni territoriali o anche di scelte – o mancate scelte – politiche e amministrative?

Prendiamo il caso dei dazi: in questo momento una nave sta arrivando negli Stati Uniti con i nostri macchinari [Marchesini Group costruisce macchine per il packaging farmaceutico e cosmetico, ndr], ma non sappiamo a quanto ammonteranno i dazi né chi dovrà pagarli, poiché i contratti non prevedevano questa eventualità. Inoltre, una partita di ricambi è bloccata in dogana: i funzionari chiedono di applicare una tassazione speciale sull’alluminio contenuto nei componenti. Anche se l’importo è modesto – due o tre dollari ogni mezzo chilo – ci viene richiesto di certificare l’origine dell’alluminio, informazione che non possediamo. Risultato: la merce resta ferma.

Il vero nodo, tuttavia, è la perdita di fiducia. L’economia ragiona sul lungo periodo, l’industria ancora di più. Navigare nell’incertezza, senza sapere cosa accadrà neanche fra un mese, è insostenibile. Qui si sta bloccando il commercio mondiale, non soltanto quello con gli Stati Uniti.

Cosa possiamo fare?

Le soluzioni esistono. Alcune sono interne alle imprese: l’industria lavora su orizzonti di medio-lungo termine e non può lasciarsi paralizzare da chi, al massimo, resterà in carica quattro anni e che, verosimilmente, dovrà rivedere le proprie politiche. La priorità è continuare a investire, a crescere, ad assumere giovani, a restare fedeli alla missione per cui l’impresa è nata. E, poi, esplorare nuovi mercati perché il mondo è vasto.

In tempi di incertezza, quando gli investimenti si fermano, è compito della politica industriale intervenire. Ma se ne parla molto e si vede poco. Abbiamo chiesto al Governo, con senso di responsabilità e determinazione, di non compromettere la fiducia delle imprese lasciando che il loro futuro dipenda da scelte tardive imprevedibili in legge di bilancio. Approfittiamo della stabilità di un governo che resterà in carica ancora tre anni: mettiamo a punto una politica industriale pluriennale, perché tre anni sono il minimo indispensabile per fare un programma nel mondo produttivo. E la politica industriale non può limitarsi agli incentivi, che sono solo l’ultima parte del percorso. Fare politica industriale significa scegliere una direzione strategica e sostenerla in modo coerente. Certo, nel mezzo ci sono anche gli incentivi, e c’è l’Europa. Ursula von der Leyen – almeno secondo quanto riportano i giornali – ha riconosciuto che molte delle azioni degli ultimi anni sono state penalizzanti per l’industria. Lo dico con rammarico, da europeista convinto: si è trattato di misure che hanno mortificato le imprese, considerate la causa di ogni male e quindi da ridimensionare secondo la logica della “decrescita felice”. Atteggiamenti punitivi che ora iniziano a presentare il conto.

Come Confindustria, stiamo rafforzando le alleanze con i partner europei, soprattutto tedeschi e francesi, per ridurre le barriere burocratiche e aprire nuovi mercati. Abbiamo chiesto al ministro Antonio Tajani di anticipare alle prossime settimane la firma dell’accordo di libero scambio con il Mercosur, prevista per dicembre. Ciascun accordo comporta criticità – in questo caso rappresentata dalla carne di pollo – ma le questioni si affrontano, si risolvono e si va avanti. Stiamo lavorando anche all’apertura commerciale con il Giappone, un partner commerciale molto importante. E questa è la risposta concreta ai dazi: moltiplicare i mercati, affrontando la realtà con un approccio pragmatico.

Il vice presidente Colla ha citato il problema del mismatch tra domanda offerta di lavoro: da un lato giovani disoccupati o in fuga, dall’altro imprese che faticano a trovare personale. Questo sta avvenendo anche a Bologna, e in che misura? Da cosa dipende questa impasse? Come uscirne? Forse, come suggeriva qualcuno, occorrerebbe che le imprese si attenessero alla domanda dei giovani più che i giovani alle esigenze delle imprese?

Il nostro Gruppo ha stabilimenti in tutta Italia e Bologna non è nella situazione peggiore, nel senso che il distretto aiuta, o dovrebbe aiutare, a ridurre il mismatch, facendo incontrare l’offerta di lavoro in alcuni settori con l’orientamento dei percorsi scolastici. Infatti, possiamo constatare che, quando si riesce ad avvicinare il mondo dell’impresa con quello della scuola e della formazione, c’è un netto miglioramento della situazione. L’esempio più lampante nella nostra regione è quello degli ITS Maker, che io chiamo Master per periti, ma potrei farne mille altri.

Tuttavia, a questo proposito, dobbiamo prendere in considerazione un nodo culturale. In Italia si chiede a ragazzi di 12-13 anni di decidere il loro percorso scolastico: è un’assurdità. In realtà decidono i genitori, spesso le madri. Ogni tanto faccio questo test: “Se avete in casa un ragazzo o una ragazza molto portati, in che scuola li mandate?”. La risposta è sempre la stessa: “Liceo classico. Se meno bravo, scientifico. Se non ha voglia di studiare, tecnico”. Un approccio tutto italiano, distante da quello tedesco, ma le trasformazioni culturali sono lente, richiedono costanza e impegno. Da qualche anno a questa parte, abbiamo iniziato ad aprire le porte delle fabbriche per far vedere che non sono più quelle di Tempi moderni di Charlie Chaplin, che l’economia è cambiata. Portiamoci anche le mamme, se serve.

Quanto ai giovani in fuga, è un problema serio. Trattenere i giovani significa anche pagarli di più e creare le condizioni perché restino nel nostro paese. Il tema della casa non è secondario: il nostro Gruppo, per trattenere alcuni ragazzi provenienti dal Sud che lavorano con noi, ha acquistato gli appartamenti e li affitta loro a canone concordato. Ma non tutte le imprese possono farlo. Serve una collaborazione -pubblico-privato per creare le condizioni perché i giovani restino o, meglio ancora, tornino dall’estero, arricchiti da altre esperienze.

A proposito dei rapporti con l’estero, sarebbe opportuno raccontare meglio l’Italia. Il rating italiano da anni non risponde alla realtà effettiva: risulta più basso di quello francese, per non parlare di quello tedesco, e a volte è più basso di quello spagnolo. Confindustria ha presentato uno studio alle agenzie di rating: sarà un caso, ma da BBB siamo passati a BBB+, un miglioramento che vale 7 miliardi sul debito pubblico. E, curiosamente, dieci minuti dopo il miglioramento del rating, Standard & Poor’s ci ha inviato una lettera di ringraziamento che conserviamo come il responso di un oracolo.

Indubbiamente ci penalizza l’abitudine a parlar male di noi stessi. Ripetere che è difficile trovare lavoro in Italia non aiuta nessuno. Dipende da cosa si è studiato: con una laurea in archeologia è difficile entrare alla Marchesini, ma con una in matematica sì, perché serve nella robotica e nell’AI. Le ragazze, poi, restano escluse dagli studi STEM per una barriera culturale incomprensibile. Le poche ingegnere che abbiamo, specie in informatica, sono eccezionali: ordinate, razionali, hanno una marcia in più. Quindi è un enorme spreco mantenere i pregiudizi sull’incapacità delle donne in ambito scientifico.

Il rapporto fra le nuove tecnologie e il lavoro è un tema che l’industria affronta almeno dalla fine dell’Ottocento, quando si distruggevano i telai per paura che togliessero posti di lavoro. Ma nessuno rimpiange la zappa: era faticosa e improduttiva. L’AI è uno strumento di potenziamento dell’intelligenza umana, e può sollevare le persone da mansioni ripetitive, alzando il livello delle competenze richieste. Per questo abbiamo bisogno di persone con mente aperta, capaci di pensiero trasversale.

I rischi dell’AI esistono, ma non riguardano la disoccupazione: i paesi più robotizzati – Germania, Giappone, Corea – hanno un tasso di disoccupazione inferiore rispetto agli altri, i veri rischi stanno negli usi distorti, come il controllo sociale in Cina tramite riconoscimento facciale. È un modello da cui dobbiamo stare alla larga.

A Bologna abbiamo un’opportunità straordinaria: il “piccolo” supercomputer Leonardo. Lo chiamo “piccolo”, anche se può eseguire 250 milioni di miliardi di operazioni al secondo, perché il vero traguardo sarà 40 volte tanto. Cosa ci facciamo con tutta questa potenza? Possiamo migliorare la vita delle persone, simulando città digitali, anticipando decisioni urbanistiche, facendo previsioni agricole di precisione. Per esempio, se avessimo avuto un gemello digitale di Bologna, avremmo potuto testare cosa volesse dire andare ai trenta all’ora, invece di discutere su tante ipotesi ideali. Un gemello digitale ci consente di stabilire, metro per metro, quale coltura sia più adatta per i prossimi dieci anni. E questo forse interessa poco all’Europa, ma può cambiare il destino dell’Africa.

 

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