Da oltre sessant’anni, l’Elettromeccanica Tironi progetta e produce trasformatori e reattori che rispondono alle più svariate esigenze di potenza e di tensione di enti pubblici e grandi società in tutto il mondo. Lei è direttore dell’area acquisti. Che cosa comporta la sua funzione in un’azienda come la vostra, che segue con grande cura e attenzione gli impianti, dallo studio delle specifiche tecniche in fase di offerta fino alla consegna e all’esaurimento del ciclo di vita del trasformatore? E quando ha incominciato a lavorare nell’azienda di famiglia?
Nel 2003, subito dopo la laurea in Ingegneria gestionale, sono entrato nell’area controllo di gestione, quel la più affine ai miei studi. Poi, dopo circa un anno e mezzo, il responsabile acquisti dell’epoca fu costretto a lasciare e mi affidarono ad interim quell’ufficio. Da allora ho sempre proseguito all’interno dell’area acquisti, di cui sono tuttora responsabile. Un’area che negli anni è cambiata tanto, sia perché siamo cresciuti molto e sia perché è cambiato il contesto globale.
Curo l’approvvigionamento di tutti i componenti per arrivare al prodotto finito, ovvero alla macchina pronta per la sala prove, ma seguo anche tutti i fornitori dei servizi necessari nella fase post-vendita, quindi il trasporto e l’installazione in sito. E anche questa parte è cresciuta tanto, non solo perché sono aumentate le dimensioni delle macchine che produciamo e la quantità di commesse – quindi di installazioni in giro per il mondo, in Europa in particolare –, ma anche perché durante la pandemia siamo stati costretti ad affidarci a società locali, quindi da allora seguo anche i contratti di acquisto delle società di installatori in loco.
Quali sono le fasi che ha attraversato l’ufficio acquisti da quando lei ha incominciato?
Quando sono arrivato stavamo quasi terminando la fase in cui l’azienda produceva piccoli trasformatori di distribuzione, che si compravano in serie, e ci stavamo specializzando sempre più nei trasformatori di grande potenza, sempre su misura, veri prototipi customizzati per ciascun cliente. Quindi è cambiato anche il modo di acquistare, non più standard, ma a commessa.
Nel frattempo, anche i clienti hanno iniziato a diventare sempre più selettivi ed esigenti dal punto di vista non solo della qualità tecnica, ma anche di quella estetica: una volta il trasformatore era semplicemente un oggetto funzionale con cinquant’anni di vita garantita. Invece, negli ultimi quindici anni, il cliente ha iniziato a dare molta più importanza alla sua “bellezza tecnologica”, al design, alle finiture, alla verniciatura. Forse perché la spinta verso la transizione energetica ha fatto in modo che fossero puntati maggiormente i riflettori sul nostro settore.
A questo proposito, mi viene in mente un episodio singolare: nel gennaio 2011, un nostro collaboratore ci portò una copia della rivista “Chi”, dove una modella di Ermanno Scervino posava in una stazione elettrica di Milano, davanti ai nostri trasformatori. Anche se all’epoca non si parlava ancora tanto di transizione elettrica, lo stilista aveva associato il nostro prodotto all’idea della bellezza e del design e ci aveva colpito molto vedere un prodotto, che per noi era sempre stato soltanto funzionale, entrare nel contesto della moda.
Un altro particolare che ho notato, adesso che i miei due figli stanno crescendo e hanno iniziato a giocare ai videogiochi, è che in certi giochi di guerra iniziano a comparire stazioni elettriche con trasformatori al loro interno come obiettivi strategici. Purtroppo, anche nella realtà sono tra i primi obiettivi in caso di conflitto, perché togliendo la corrente si mette in ginocchio una città. Questo per dire come oggi si presta attenzione anche a come “appare” un trasformatore. Ed è paradossale, anche perché spesso viene installato in zone isolate, dentro grotte o in alta montagna. Tuttavia, al collaudo deve essere perfetto, bello come se fosse un’automobile. Forse perché oggi c’è l’esigenza di ridurre al minimo l’impatto ambientale per cui si utilizzano colori meno forti per ottenere una maggiore integrazione della macchina con il paesaggio, e per lo stesso motivo si sostituiscono il più possibile gli oli minerali con oli vegetali per evitare disastri ambientali nel caso di perdite o di sversamenti. Ricordo che qualche anno fa abbiamo fornito alcune macchine in Scozia e il cliente, dovendole posizionare non troppo lontano da fattorie e pascoli, ci aveva chiesto di isolare i trasformatori con casette insonorizzate per abbattere la rumorosità e le vibrazioni, così da non disturbare le mucche durante la notte, perché temeva che questo potesse avere ripercussioni sulla produzione del latte.
Con la globalizzazione, com’è cambiata la mappa dei vostri fornitori?
Mentre prima erano italiani o europei, localizzati in Germania e in Francia, oggi stiamo andando sempre più in India e in Cina, e gli stessi cinesi stanno venendo sempre più verso l’Europa. Questo è dovuto al fatto che la loro domanda interna non è più sufficiente, mentre l’Europa è molto attiva sulla transizione energetica. E poi oggi i cinesi non sono più quelli di vent’anni fa: non si limitano a copiare, hanno investito molto, producono bene, e riescono a offrire componenti a prezzi molto competitivi. Inoltre, il nostro prodotto è quello di cinquant’anni fa, a livello tecnologico non si è evoluto tanto, quindi ormai non c’è quasi più nulla da copiare. Questo suscita un certo timore: di recente parlavo con un fornitore italiano molto preoccupato per l’avvicinamento dei cinesi al nostro continente, perché hanno una capacità produttiva talmente elevata e una riduzione dei prezzi talmente competitiva rispetto a noi che il trasporto non incide più così tanto, quindi si teme che possano iniziare a trasportare componenti e semilavorati anche pesanti a un prezzo decisamente inferiore a quell’europeo e italiano, mantenendo lo stesso livello di qualità, se non migliore. Per questo alcuni dei nostri fornitori storici italiani stanno pensando di fare lobbying a livello europeo per introdurre forme di protezione. Alcuni temono che, dopo i componenti, i cinesi inizieranno a consegnare trasformatori finiti. Tant’è che già stanno partecipando a parecchie gare, vincendole, anche per grandi committenti italiani come l’Enel.
La globalizzazione ha portato la concorrenza ovunque, per questo l’Europa deve essere più attenta e adottare politiche più protezionistiche, soprattutto rispetto a componenti critici ed essenziali per la manifattura.
Anche perché non possiamo permetterci di perdere la manifattura, un patrimonio culturale e tecnico che ha radici nel Rinascimento, se non prima. E poi intorno alla manifattura ruotano anche i servizi…
L’indotto della manifattura è vitale per il nostro territorio: anche solo nella nostra piccola città, un’impresa come la nostra porta clienti, fornitori e collaboratori, che magari vengono da altre regioni e si trasferiscono con le famiglie. Se questo si moltiplica per tutte le imprese manifatturiere della provincia, quanto indotto produce a livello di servizi sia alle aziende sia alle persone? Quindi, se si perde la manifattura, s’impoverisce tutto il resto.
A proposito di servizi, per voi, ciascun trasporto eccezionale di un trasformatore è un avvenimento. Che cosa è cambiato in questo ambito negli ultimi anni?
Soprattutto dopo il crollo del ponte Morandi di Genova, è cambiato molto a livello di permessi, di autorizzazioni e di concessioni, e oggi fare un trasporto eccezionale è diventato molto più difficile e oneroso. E questo chiaramente si ripercuote sul prezzo e sulla competitività. Ogni ponte che si trova lungo il tragitto va studiato con verifiche strutturali e vanno prodotte relazioni tecniche da presentare all’ente pubblico che le richiede. Poi noi a nostra volta giriamo la richiesta al trasportatore, che collabora con ingegneri specializzati, in grado di fornire tutte le risposte necessarie a ottenere il permesso di transito, nei casi migliori. Nei casi peggiori, invece, devono progettare ed eseguire opere come, per esempio, sovra ponti metallici per rinforzare il ponte in modo da far passare il convoglio in sicurezza, con tutti i costi che ne conseguono. E, se questo non è fattibile, bisogna cambiare tragitto e trovare un’altra soluzione, come sta accadendo nel caso di una stazione elettrica di Verona: è paradossale, gli ingegneri di una società specializzata stanno avendo grandi difficoltà a trovare il percorso stradale per raggiungere questa stazione a un’ora di macchina da qui. Se in futuro dovessimo decidere di costruire uno stabilimento altrove, certamente sceglieremmo un’area vicina a un porto e/o raccordo ferroviario. Però ormai siamo insediati in questo territorio e bene o male troviamo sempre la soluzione per raggiungere il porto di Ravenna, con tutte le difficoltà del caso, o quello di Marghera o di Livorno, e giungere a destinazione. Questo per dire delle difficoltà legate alla sicurezza e in particolare allo stato attuale delle infrastrutture italiane, che sono un po’ obsolete. Appena si varca il confine, pur restando la difficoltà dell’ottenimento dei permessi, le cose migliorano.
Quali altre difficoltà affronta nella sua funzione?
Lavorando per enti pubblici e grandi società e fornitori, in linea di massima, il nostro è un settore abbastanza equilibrato. Tant’è che, nonostante alcuni fornitori siano anche nostri concorrenti – grandi multinazionali come Siemens o Hitachi –, ci sono sempre stati rispetto e puntualità nelle consegne. Tuttavia, ho notato un cambiamento nei rapporti personali in generale: una volta c’era più lealtà, oggi c’è più diffidenza. Anche i contratti, pur essendo blindati, non danno più garanzie: possono essere disattesi. Soprattutto, nel 2022, dopo l’inizio della guerra in Ucraina, che ha provocato un aumento nei prezzi di energia e materie prime, alcuni fornitori ci hanno chiesto di rinegoziare contratti già firmati, sostenendo di non riuscire più a mantenere le condizioni pattuite. È comprensibile, ma lavorare sempre con l’ansia che un accordo possa essere messo in discussione non è il massimo. Sarebbe bello tornare ad avere un po’ più di fiducia reciproca. Ma noi proseguiamo come abbiamo sempre fatto, attenendoci alla parola, perché la civiltà si costruisce anche con i piccoli gesti quotidiani.