Sono grata all’amico Sergio Dalla Val e, soprattutto, a Caterina Giannelli per questo incontro e per le nostre conversazioni, sempre intense e illuminanti. Caterina, quando immagina di fare un convegno, non si limita a organizzarne i contorni: avvia un dialogo profondo, un lavoro di analisi che diventa strumento prezioso non solo per l’attività professionale, ma anche per la crescita personale e familiare. La sua relazione introduttiva, densa e accurata, ne è ulteriore riprova.
Vorrei ora andare oltre quanto già espresso da lei con chiarezza. Giuridicamente, il “privato” è tutto ciò che non è pubblico: comprende i beni materiali, certamente, ma anche il mondo delle libertà individuali. Tuttavia, il privato può esistere solo a condizione che vi sia indipendenza. Prima fra tutte, quella economica, perché senza autonomia si diventa dipendenti dagli altri, siano essi familiari, amici o lo Stato stesso. Ma l’indipendenza più preziosa è quella intellettuale: nasce dalla cultura, dalla vita interiore, dal pensiero libero.
L’associazionismo moderno prende forma nell’Ottocento, quando l’industrializzazione apre scenari nuovi e complessi. La politica socialista, poi quella comunista e quella cattolica, ma anche la tradizione liberale, riconoscono nell’associazione uno strumento di organizzazione e presenza nella società. L’Associazione della Proprietà Edilizia nasce proprio così: piccoli gruppi di cittadini che comprendono come il cammino verso la modernità passi attraverso nuove forme di aggregazione, capaci però di custodire i valori tradizionali della famiglia e della proprietà. Per questo era necessario che i proprietari non rimanessero un’élite ristretta, ma diventassero una categoria diffusa, consapevole. Ed è in questo passaggio storico che il concetto di privato acquista la sua identità moderna.
L’associazionismo dei piccoli proprietari si sviluppa anche mediante la cooperazione e la nascita delle prime cooperative. Non mancarono fasi oscure: durante il fascismo queste forme libere di aggregazione vennero soppresse, ma nel dopoguerra rifiorirono con rinnovata vitalità.
Il motore profondo dell’associazionismo dei proprietari è, da sempre, la libertà. Totò, per esempio, aveva un rapporto quasi sacro con la sua casa. Quando usciva la salutava, e quando rientrava la salutava prima ancora dei familiari. Raccontava che, appena ebbe qualche risparmio, acquistò una cappella, “perché volevo avere la casa da morto”. Per lui la morte non era da temere – “è da fessi”, diceva – mentre era il tempo dell’invecchiare a turbarlo, perché allo specchio vedeva un volto che non corrispondeva al bambino che continuava a sentire dentro di sé. La
“casa”, dunque, era per Totò un luogo dell’anima: un rifugio interiore, e persino la dimora destinata alle sue spoglie non era un simbolo funebre, ma una casa fatta per accogliere ancora affetti e memoria. Il privato, certo, potrebbe essere indagato dalle scienze sociali o dalla filosofia, ma è indubbio che il valore della proprietà e della sfera privata unisce persone dalle idee politiche anche lontanissime.
Ogni giorno, nel mio lavoro di avvocato civilista, mi scontro con lo statalismo: quella forza regolatrice che, nel tentativo di disciplinare il privato, finisce spesso per limitarlo. Regolare significa anche porre divieti, e c’è sempre qualcuno che stabilisce quanto spazio debba avere la tua libertà. L’amministrazione della casa è l’esempio più chiaro di come questo accada. Oggi una casa può essere venduta liberamente – non viviamo più, per fortuna, i tempi delle requisizioni – ma il proprietario non è libero di usarla come desidera. Questa forma di statalismo permea la vita di un Paese in cui il 90% dei cittadini è proprietario. Se non posso decidere come locare un immobile — per un giorno, per due ore, per una settimana o un mese — significa che la democrazia è diventata il governo di una minoranza eletta che stabilisce come devo usare ciò che è mio, e soprattutto quanto devo pagare per farlo. È, in sostanza, una sottrazione di patrimonio privato.
La Fondazione Giorgio Morandi, che ho avuto l’onore di costituire e che presiedo, nasce anch’essa da un impulso privato. Quando entrai nella casa di Morandi a Grizzana me ne innamorai senza rimedio. La mia famiglia, originaria di Zocca, mi faceva esitare nel dire a mio padre: “Compro una casa a Grizzana”. Ma non potevo rinunciare a quel luogo, bello di una bellezza sobria e solida. Prima di Morandi, aveva ospitato la famiglia Veggetti, proprietari terrieri attivi anche sul piano culturale; custodi delle tradizioni dell’Appennino bolognese. Quell’atmosfera di
umanità e bellezza, che ha impregnato la casa, Morandi l’ha trasformata in arte: una produzione internazionale che eleva il privato a valore universale.
Acquistare quella casa fu un impegno gravoso: dovetti accendere un mutuo, non avevo i mezzi per farlo altrimenti. Ma ero attratta da essa come da un dovere morale: preservare un mondo liberale cui l’artista apparteneva profondamente. Morandi era di formazione liberale e la sua pittura è un inno alle piccole cose, che nelle sue mani si trasfigurano, invitandoci a guardare ciò che ci circonda con occhi nuovi, nella sua luce più pura. Questo è il privato.
Il pubblico dovrebbe avere il compito di tutelare questo mondo intimo e vitale, non di imbrigliarlo. Solo così ciascuno di noi, con le proprie differenze, può esprimersi pienamente.