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LA PITTURA COME SCRITTURA

critico d’arte, già docente di Metodologia dell’arte all’Università di Bologna

Vincent van Gogh è stato oggetto di vilipendio, di solenni bocciature e di continui impedimenti rispetto a quella che era la sua naturale vocazione. Potremmo dire che nasce artista, con una straordinaria capacità di vedere la realtà come scrittura, di considerare ciò che osserva come oggetto di comunicazione, di riflessione, di approfondimento e, molto spesso, anche di sofferenza.

Le sue opere, in effetti, non esprimono che una sofferenza sottile, una sofferenza dettata dalle scelte dei suoi colori. Per Van Gogh il colore non è più un semplice abbellimento, qualcosa che riempie una forma: il colore diventa esso stesso forma, essenza, scrittura.

Il libro di Armando Verdiglione Vincent van Gogh (Spirali) non è suddiviso in capitoli, ma in città: le città in cui l’artista ha vissuto, ha maturato la propria formazione, la propria cultura e quella che molti hanno definito la sua “follia”. Eppure Paul Cézanne affermava: “Van Gogh non è un matto”, mentre Giordano Bruno Guerri ha significativamente intitolato la sua biografia Follia? Vita di Vincent van Gogh, con un punto interrogativo. Certamente la sua esistenza fu segnata da una salute precaria, da crisi, depressioni e profonde cadute. Ma genialità non significa follia. La testimonianza più evidente sono le sue 635 lettere: non scrive un folle, ma un pittore colto. Questo non dobbiamo dimenticarlo: Van Gogh è un pittore colto che scrive.

Vorrei soffermarmi su due brevi brani delle sue lettere, tra i più significativi, perché per comprendere un artista come Van Gogh è indispensabile possedere una buona conoscenza della cultura artistica e della storia dell’arte.

I suoi principali riferimenti, che cita continuamente e dei quali cercava sempre di visitare le mostre, vanno da Rubens a Rembrandt, fino a Delacroix, senza dimenticare Samuel Courtauld, che gli trasmise una particolare sensiilità nella ricerca della luminosità e della luce.

Il fratello Theo, più giovane di quattro anni, era un mercante d’arte. Anche Vincent attraversò un periodo in cui desiderava fare il mercante d’arte: voleva vendere le opere degli altri, non le proprie. Questo particolare è importante per comprendere le lettere che ho scelto.

“Mio caro Theo, io non ci posso fare niente se i miei quadri non si vendono. Eppure, verrà il giorno in cui si vedrà che ciò vale più del prezzo dei colori e della mia vita troppo magra che noi ci mettiamo”.

La seconda lettera ci restituisce la sua visione della vita e dell’arte: “È con un po’ di riluttanza che ti scrivo – sempre all’amato fratello – perché da troppo tempo non faccio nulla e questo per varie altre ragioni. In una certa misura sono diventato estraneo a me stesso. Ho saputo che mi avevi mandato 20 franchi da Etten: ebbene li ho ricevuti ed è proprio per ringraziarti che ti scrivo. Adesso devo annoiarti con alcune cose astratte, però vorrei che tu le ascoltassi con pazienza. Io sono passionale, capace e incline a fare cose più o meno pazze, di cui qualche volta finisco più o meno col pentirmi. Mi capita, per esempio, di parlare e di agire un po’ troppo in fretta, quando sarebbe meglio mostrare un po’ più di cautela. Penso naturalmente che anche altri fanno di queste imprudenze. Per dirne una tra le tante, ho una incontenibile passione per i libri e ne ho bisogno per maturare di continuo e se vuoi per studiare, come ho bisogno del pane per mangiare. Tu potrai capirlo: quando mi trovavo in un altro ambiente, in un ambiente di quadri e opere d’arte, mi è venuto per qualche ambiente un trasporto appassionato, una vera e propria esaltazione e non mi rincresce affatto, adesso che sono lontano dal mio paese, ho spesso nostalgia per il paese della pittura. Sarebbe un errore se tu volessi credere che adesso io sia meno preso da Rembrandt o da Millet o da Delacroix o da chicchessia, perché è proprio vero il contrario. Solo che, vedi, ci sono tante cose che dovresti capire e amare, c’è Rembrandt in Shakespeare, Correggio in Michelet e Delacroix in Victor Hugo e in Bunyan c’è Matis, Daumier e via discorrendo” (Lettera al fratello Theo, luglio 1880).

Ho scelto questi due frammenti perché esprimono non soltanto il suo sentire, ma anche la sua identità.

Van Gogh era un autodidatta. Dopo le scuole elementari e medie decise di interrompere gli studi: non si trovava bene, non sopportava i diktat. Lesse la Bibbia, ma a un certo punto la abban- donò, perché comprese che la Bibbia non coincideva con la realtà.

Ed è proprio la realtà la parola chiave per interpretare la sua pittura e la sua invenzione artistica. Van Gogh è un artista della realtà, e questo aspetto è stato spesso trascurato.

Il suo grande ispiratore fu Émile Zola, padre del naturalismo, straordinario giornalista, autore del celebre J’accuse, innovatore dello stile giornalistico, della critica letteraria e della critica d’arte. Uomo di grandissimo ingegno e di vastissima cultura, Zola sosteneva che lo scrittore non dovesse limitarsi a raccontare o illustrare, ma dovesse essere uno sperimentatore. Lo scrittore deve possedere non solo le idee, ma anche gli strumenti per tradurle in una visione realistica.

Seguendo i principi del positivismo,

noi ci muoviamo attraverso ciò che vediamo, attraverso una percezione realistica che coinvolge i sentimenti, le emozioni e il nostro modo di rapportarci con gli altri. Quando Van Gogh scrive di sentirsi “un estraneo”, lo afferma proprio perché gli manca quel contatto autentico con la realtà che ricerca nel mondo contadino. È lì che scopre ciò che Zola aveva descritto nel suo celebre romanzo Il ventre di Parigi.

Van Gogh, pittore colto, cerca nella scrittura, e nella pittura intesa come scrittura, di tradurre la quotidianità, i dialoghi che lui in modo silenzioso e sofferto apriva giorno per giorno. Uno dei risultati più alti di questa ricerca è I mangiatori di patate, dipinto quando non aveva ancora affinato la sua ricerca cromatica e dominato da tonalità scure. È un’opera fondamentale perché racchiude la filosofia della realtà che tanto amava. Vi troviamo uomini semplici che, dopo la fatica della giornata, si raccolgono attorno a un unico piatto, quasi con rispetto. Sono piccoli agricoltori che condividono l’unico alimento che possiedono, le patate coltivate nei loro campi. In questo quadro è già presente, in nuce, tutta la sua filosofia: una visione della vita priva di fronzoli, di astrattismi, di fantasie e di ogni artificio che impedisca l’identificazione con la realtà.

Molti definiscono Van Gogh impressionista, ma egli non condivideva pienamente l’impressionismo. Per correttezza dovremmo inserirlo tra i postimpressionisti. Il suo stile è infatti quello dell’impasto del colore, dell’uso energico del pennello e della spatola, del colore steso quasi in rilievo, affinché acquisti un significato non soltanto di scrittura, ma anche di lettura e d’identificazione, rendendo lo spettatore partecipe dell’opera.

Come non sentirsi partecipi, per esempio, del suo autoritratto [pubblicato in copertina di questo numero della rivista, ndr], fondamentale come tutti gli altri autoritratti? Potrei dire che Van Gogh era maniaco non solo dell’autoritratto, ma del ritratto, che gli era congeniale. Ma ciò che conta davvero è che ci ha consegnato: una chiave di lettura dell’arte e della sua storia del tutto originale, aprendo la strada alle nuove tendenze artistiche, dall’espressionismo fino all’astrattismo.

Van Gogh passava continuamente dalla scrittura alla pittura e dalla pittura alla scrittura. Pochi artisti hanno saputo descrivere la propria arte come lui, arrivando perfino a spiegare il significato dei colori. Tra questi emergono il blu e soprattutto il giallo, colore fondamentale perché luminoso, vera cartina di tornasole della sua ricerca. Non a caso, alla fine, troverà una casa per gli amici che immagina e desidera, la celebre Casa Gialla, destinata a diventare il simbolo dell’illuminazione delle sue idee, della sua arte e della sua comunicazione.

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