Parlerò principalmente come artista e come docente, perché chi fa l’artista ha una lettura dell’opera, dell’artista e della vita legata all’empatia e alla sensibilità, non soltanto alla critica introspettiva o psicologica. L’invito a intervenire a questo incontro mi ha dato l’opportunità di riflettere sul perché ho scelto di fare l’artista e, più in generale, sui motivi per cui un artista sceglie questa strada.
L’artista, in realtà, non sa spiegare fino in fondo questa scelta: c’è una vocazione. Quando ero ragazzina edicevo che volevo fare l’artista, mia madre mi rispondeva: “Vuoi fare l’artista? Farai la fine di Van Gogh, che è morto suicida”. Leggendo Vincent van Gogh di Armando Verdiglione e affrontando una lettura approfondita delle lettere, mi sono immedesimata molto. Ho scoperto, a distanza di anni, che a volte mi sono persino difesa dall’essere creativa. Capisco quello che ha vissuto Van Gogh, perché è ciò che molti artisti sperimentano: la frustrazione, la paura di non vendere, di non essere inclusi in una mostra, di non partecipare a un evento, di non essere coinvolti, chiamati o riconosciuti.
Van Gogh non è morto, non si è suicidato, a vent’anni. È arrivato a una certa età portando con sé sofferenze, frustrazioni e il mancato riconoscimento sociale. Sono condizioni difficili da sostenere nel tempo. Quanto a me, forse mi sono difesa da quell’anatema lanciato da mia madre scegliendo di fare sempre anche l’insegnante, trovando così un equilibrio tra il fare arte e il trasmetterla, tra il creare e l’incoraggiare altri artisti. Il sostegno reciproco tra artisti è una vocazione, proprio come emerge anche dalle lettere di Van Gogh, nelle quali mi sono molto riconosciuta. Oggi comunichiamo con WhatsApp e con le immagini, allora c’erano le lettere. Per Van Gogh la scrittura era segno, era gesto.
Perché un artista sceglie di fare l’artista? Per la necessità di esprimersi attraverso altri linguaggi, per il bisogno di essere compreso. Forse è proprio questo che è mancato a Van Gogh. Al di là di come siano andate realmente le cose sul piano psichiatrico, questa riflessione rimane estremamente interessante.
Vorrei allora raccontare un progetto che ho realizzato con gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, per il corso di Fashion Design che ho creato, proponendo una rilettura contemporanea di Van Gogh.
Quanto è attuale Van Gogh? Lo è moltissimo. È l’artista che anticipa l’espressionismo, quella vocazione che nasce dall’interno, dal sentimento, dall’energia. La sua pittura è una forma di scrittura, è il bello dell’istante, lo splendore dell’energia. La sua gestualità attraversa tutta la storia dell’arte successiva, fino all’informale degli anni quaranta e cinquanta e viene ripresa anche dalla transavanguardia. Questo modo di dipingere, di esprimere ciò che si ha dentro, continua ancora oggi a parlarci.
Ho avuto l’occasione di curare un evento all’interno della mostra multimediale dedicata a Van Gogh, allestita nell’ex chiesa di San Mattia a Bologna. Ogni volta che entro in una mostra immersiva dedicata a un artista di questo livello mi chiedo sempre: “Che cosa si può fare qui?”. Ho uno sguardo critico, lo ammetto, ma come artista e come docente considero ciascuna sfida un’opportunità. Così, insieme agli stuenti, abbiamo sviluppato un progetto speciale e inedito, pensato per fare immergere il pubblico nella vicenda di un artista che ha rivoluzionato l’arte moderna. In questa fusione tra arte, moda e movimento, gli studenti di Fashion Design hanno reinterpretato le pennellate di Van Gogh trasformandole in elementi tridimensionali.
Nel flyer dell’evento compariva una ragazza con una giacca di raso bianco: i rilievi del tessuto evocavano i campi di grano, trasformando le pennellate in superfici materiche, quasi pop-up. Gli abiti prendevano vita. In un’altra immagine, sullo sfondo dell’autoritratto di Van Gogh, una figura femminile mostrava una giacca ricca di rilievi. La riflessione era sempre la stessa: che cosa cercava Van Gogh attraverso il gesto? Era forse il tentativo di dipingere un’unica, irripetibile volta?
Quegli abiti uscivano letteralmente dai quadri come pennellate materiche. Accompagnati da passi di danza attraversavano lo spazio della chiesa, dando vita a un evento poetico e sug- gestivo, realizzato in collaborazione con Bologna Danza by Gymmoving e la coreografa Deborah Lo Presti, che ha costruito insieme a me tutta la performance.
Durante la mostra i visitatori potevano anche indossare alcuni di questi abiti, vere e proprie tele bianche, entrando così nell’opera e diventandone parte. In molte immagini le figure quasi scomparivano, mimetizzandosi nei grandi segni proiettati. Era un Van Gogh che avvolgeva il pubblico e lo coinvolgeva fisicamente. Forse qualcuno di voi era tra il pubblico di quell’e- vento: è stata una sperimentazione nata proprio per avvicinare i giovani a una figura apparentemente lontana, appartenente alla fine dell’Ottocento ma ancora straordinariamente attuale.
La lettura del libro di Armando Verdiglione mi ha spinto anche a tornare a un altro testo importante: Van Gogh.
Il suicidato della società, di Antonin Artaud, artista, regista e attore. Anche gli artisti sono attori: sono i protagonisti della propria opera, e mettersi continuamente in gioco davanti allo sguardo del pubblico non è semplice. Artaud, già nel 1947, restituisce dignità alla figura di Van Gogh e rifiuta di ridurlo semplicemente a un suicida. Esiste infatti ancora oggi una lettura morale della malattia psichiatrica: se una persona ha un tumore, proviamo immediatamente compassione, mentre davanti a una sofferenza psichica, anche nel 2026, continuiamo ad avere difficoltà ad accogliere, a capire e a relazionarci. Eppure, moltissime persone dotate di grande sensibilità, intelligenza e creatività convivono con fragilità psicologiche o psichiatriche. Lo ripeto spesso anche ai miei studenti: perché abbiamo scelto di fare gli artisti? Non è soltanto una vocazione. È anche un modo per elaborare le difficoltà della vita. Van Gogh ha vissuto queste difficoltà producendo un numero straordinario di opere e scrivendo.
In questo senso Artaud dice che Van Gogh non è l’alienato. L’alienato autentico è colui che preferisce diventare pazzo secondo i canoni sociali, piuttosto che tradire una certa idea superiore dell’onore umano. Nel suo saggio descrive i quadri di Van Gogh non come semplici oggetti estetici, ma come formidabili ebollizioni interiori, come un fuoco greco capace di incendiare anche l’acqua: una forza impossibile da spegnere. È una pittura che esplode contro lo spettatore, una pittura come forza espressiva.
Le immagini della mostra restituivano proprio questa immersione. Erano utilizzati circa trecentocinquanta proiettori che trasformavano completamente lo spazio. Come scrive Walter Benjamin, non esiste più l’immagine unica dotata della sua aura, ma esistono famiglie di immagini. Anche la Gioconda la conosciamo attraverso libri, poster e riproduzioni, mentre l’opera reale è sorprendentemente piccola. Tutti possiamo avere un Van Gogh attraverso una fotografia, ma rileggerlo con gli occhi di oggi è un’altra cosa.
Van Gogh ha pagato con il proprio corpo. Per questo abbiamo scelto di utilizzare il corpo delle ballerine e delle modelle, il gesto, il movimento, costruendo una sincronia evocativa. In quei segni emergeva anche la sua passione per il Giappone e per l’Oriente, rivelando una figura colta, curiosa, assetata di conoscenza, come sono gli artisti, autodidatti o formati nelle accademie.
La vocazione artistica non è un diversivo. Nasce dal profondo, dal cuore, dalle viscere, ma nasce anche dalla testa, dalla poesia del segno, della pittura e del colore. Le pennellate di Van Gogh sembrano quasi graffiare la tela, sembrano dipinte con le mani. Noi abbiamo cercato di far rivivere quella scrittura pittorica, perché il segno è poesia. Molti artisti contemporanei utilizzano la scrittura nelle proprie opere e anche Van Gogh dipingeva scrivendo.
Nelle ultime immagini una danzatrice attraversava lentamente il pavimento immerso nelle proiezioni. L’esperienza era totalmente coinvolgente. Il percorso si concludeva con una figura incappucciata, sospesa tra il monaco e la morte: Eros, Ghenos e Thanatos, le pulsioni con cui Van Gogh, come ciascuno di noi, si confronta nella propria esistenza. Ma da quella morte nasceva nuovamente la vita, rappresentata dall’ingresso finale di una bambina di tre o quattro anni.
La scrittura, il bello dell’istante e lo splendore dell’energia accompagnano ciascun giorno il lavoro di noi artisti e la nostra ricerca. È questo il messaggio positivo che desideravo lasciare anche per dare ulteriore forza al lavoro che facciamo.