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LA MANO DI VAN GOGH DIPINGE E SCRIVE LA VITA

critica d’arte, docente di Storia dell’arte, redattrice della rivista “Steve”

Se l’arte è un gioco, per Van Gogh è stato un gioco estremamente serio. La posta è stata la vita. La vita che si è intrecciata strettamente con l’arte a partire dai ventotto anni. E la pittura, per lui, è qualcosa d’inscindibile dalla scrittura. Le lettere più importanti di Van Gogh sono 821, 668 quelle che scrive al fratello. Una corrispondenza che inizia quando ha diciassette anni e suo fratello quattro anni di meno. Erano due giovani che incominciavano ad avere le prime esperienze e questo filo epistolare li ha tenuti legati per l’intera vita. Una vita molto breve per entrambi, trentasette anni per Vincent e trentatré per Theo, che è morto poco dopo il fratello. A volte erano lettere giornaliere, altre volte erano due lettere al giorno, senza alcuna interruzione. E non si trattava di scrittura diaristica, Vincent non scrive tutto ciò che fa, ma soltanto le cose importanti, in particolare quelle che riguardano la sua arte. Alcune di queste lettere, più di duecento, ospitano disegni, a volte piccoli come francobolli, integrati all’interno del testo e realizzati con lo stesso inchiostro che serviva per scrivere le lettere; altre volte, invece, c’è un foglio a parte allegato alla lettera; altre ancora c’è un bozzetto o più di uno, perché ciò che gli interessava era far conoscere agli altri ciò che stava facendo, i suoi progetti, le sue idee.

Proviamo a pensare che cosa ha significato per quest’uomo dedicare l’intera vita all’arte e sapere di non essere riconosciuto, se non dal fratello, che gli scrive: “Tu sei un grande artista”. Se non ci fosse stata la generosità di Theo, che gli ha materialmente consentito di dipingere, non ci sarebbe stata nemmeno la sua arte. E quando si trovava in stati di profonda debilitazione fisica e di indigenza materiale, per non approfittare troppo dell’altrui generosità, se doveva scegliere tra un piatto di minestra o un tubetto di colore, decideva per il secondo. Questo è il senso dell’arte per Vincent. Una vita raminga – ha cambiato trenta indirizzi nel corso della sua esistenza – e una vita che, a partire dalla fase di Arles, ha incontrato problematiche di salute molto importanti, ma una vita in cui non sono mai mancate la scrittura e l’arte: l’epistolario da una parte, ma anche un’immensa produzione artistica dall’altra, calcolando che in diciannove anni ha prodotto duemilacento opere, tra disegni, bozzetti e dipinti – circa novecento le opere a olio –, per una media di un’opera ogni giorno e mezzo (compresi i bozzetti e i disegni). Nei due mesi di Auvers- sur-Oise è riuscito a produrre ottanta opere in settanta giorni. Dobbiamo chiederci come sarebbe stato possibile arrivare a una produttività di questo tipo se avesse avuto una cosiddetta “alienazione mentale”. Facciamo un calcolo: Tiziano Vecellio ha dipinto per settant’anni della sua vita e ha realizzato seicento opere. Van Gogh realizzava un’opera al giorno. Quando viene internato nella clinica di Saint- Rémy i primi tre mesi rimane senza la sua arte. Poi i medici si accorgono che dipingere per lui è importante e in questa fase nascono opere bellissime, come quella intitolata Iris, che ritrae i fiori che crescono nell’aiuola dell’ospedale. Quando verrà dimesso, si immergerà nella distesa dei campi di ulivi dove dimenticherà le barriere fisiche della reclusione e comincerà a sognare a occhi aperti. A un certo punto scrisse a Émile Bernard che si nutriva di natura. Per lui l’arte era un atto di generosità estrema, la genero- sità di chi ama la vita, non la chiusura della persona sofferente. E la natura è protagonista in tutti i suoi dipinti, una natura che parte dalle piccole cose.

Nel disegno intitolato Nido d’uccello, che aveva allegato a una lettera, constatiamo come la scrittura e l’immagine siano simili perché nate dalla stessa penna, oltre che dalla stessa mano. I nidi per Vincent sono impor- tanti perché da bambino li collezionava. Nella sua famiglia amavano molto gli uccelli e con il padre Vincent e Théo compivano lunghe passeggiate, facevano gli appostamenti, ascoltavano il suono e le voci degli uccelli. Ma il nido è anche la casa, il simbolo di un piccolo cosmo. Infatti, nelle case con il tetto di paglia che egli dipinge, come non vedere piccoli nidi di creature semplici? Per lui il nido è la famiglia, una famiglia di persone dalle poche pretese. Quando il padre muore, nel 1885, per Vincent sarà un motivo di grande dolore. A parte la madre e la sorella, Willemien, la famiglia di Théo – che si sposa e nel 1890 ha un figlio – sarà di fatto la famiglia di Vincent, quella cui egli continua a pensare, quella di cui continua a informarsi nelle lettere, perché nelle lettere non si parla soltanto di tele e di colori.

Agli albori della sua ricerca, nel 1881, Van Gogh dipinge una natura morta con cavolo e zoccoli. Quando arriverà a Parigi, nel 1886, attraverso il fratello conoscerà l’ambiente degli impressionisti e rimarrà sorpreso, ma anche un po’ distaccato. Attraverserà la corrente dell’impressionismo rimanendone quasi indenne e in una lettera scriverà: “Forse la pittura che sto facendo adesso non sarebbe piaciuta ai miei colleghi impressionisti”. Vincent è un artista che vive nel suo mondo, con un carattere un po’ difficile. Tuttavia, s’interessa a ciò che accade intorno a lui. Tiene una corrispondenza artistica molto aperta con vari pittori ed è un lettore instancabile. Sfatiamo il mito che lo vede oscillare fra genio e sregolatezza, un pittore che si sia costruito le basi da solo. Anzi, ha condotto studi seri, seppure in modo non accademico, ma soprattutto si è tenuto informato. Negli anni di Parigi, quando viveva insieme al fratello, in Rue Lepic, la via che si arrampica sul- la Butte Montmartre, aveva relazioni amicali con i grandi artisti del tempo, fra cui Henri de Toulouse-Lautrec, e non fatichiamo a pensare che qualcosa abbia messo insieme questi due artisti eccezionali, due outsider, a loro modo. Si narra che, parecchio tempo dopo il loro incontro – da cui nacque anche il bellissimo ritratto di Van Gogh a opera di Toulouse-Lautrec –, un pittore criticò Vincent davanti a Toulouse-Lautrec e lui per tutta risposta lo sfidò a duello: un tributo di amicizia importante.

Le prime opere sono diverse da ciò che ci aspettiamo: appartengono a una prima fase olandese, dove, però, si vede la corretta applicazione della prospettiva e uno studio molto attento delle geometrie. Poi, pian piano, incomincia a lavorare sul colore, sul segno. E quali sono qui i suoi maestri? Ci sono maestri antichi e maestri moderni: adora Rembrandt, per esempio, e riconosce nelle figure dei contadini olandesi il volto segnato dalle rughe, dalla fatica; però gli piace molto anche Jean-François Millet, un grande pittore della scuola di Barbizon, della linea realista; apprezza Jean-Baptiste Camille Corot, suo contemporaneo, e guarda anche alle soluzioni cromatiche di Eugène Delacroix. Quindi è sicuramente un pittore informato e in grado di fare le sue scelte. Scelte che però non lo limitano mai.

Nell’opera intitolata Scene di strada a Montmartre (1887) si vedono gli stessi mulini dipinti dai colleghi impressionisti. Ma con una differenza importante: pensiamo all’opera di Renoir Il ballo al Moulin de la Galette, in cui l’artista aveva scelto di non far vedere la povertà dei campi abbandonati, ma la bellezza della gioventù che va a divertirsi e, con la gioia dei vent’anni, trasforma anche il più sordido locale di periferia nella più bella pista da ballo. All’epoca Montmartre, nonostante fosse in corso la costruzione della chiesa del Sacro Cuore, rimaneva un quartiere popolare, molto alla buona, con i giardini abbandonati, le casupole e gli orti tenuti male: uno sguardo che l’impressionista non vuole mostrare. Invece, Van Gogh osserva le cose e non se ne allontana, la natura per lui vale di per sé, per gli echi interiori che evoca.

Tuttavia, Van Gogh è un artista pronto al confronto: infatti, nello stesso periodo, adotta uno stile completamente differente nell’opera Les Ponts d’Asnières, orientato verso la pittura impressionista, con alcuni elementi in più, perché proprio in quegli anni Van Gogh, come altri suoi colleghi, era diventato fanatico dell’arte giapponese. Le incisioni arrivate in Europa insieme alle prime porcellane, dopo l’apertura del Giappone al mercato dell’Occidente, avevano portato grandi cambiamenti nel mondo dell’arte. Il tema del paesaggio acquatico è tra i più scelti dagli artisti e in quell’opera vediamo la pennellata fratta, che però non è la tache impressionista, che tende ad alleggerire e che comprende anche il bianco, andando in superficie e in alleggerimento. Per Van Gogh il colore è importante, solido, definisce le forme in qualsiasi cosa lui dipinga. Esce dall’ambito della verosimiglianza per ritagliarsi una sua funzione, quella espressiva, anche materica.

Passiamo a un dipinto molto famoso che fa parte di una serie realizzata nel periodo di Arles, Il seminatore al tramonto. È un seminatore che porta gioia. Il mese di giugno del 1888 rappresenta una stagione di grande fermento. Di lì a poco, il 23 ottobre, sarebbe arrivato Gauguin e Vincent sta preparando la Casa gialla, la sistema e sogna a occhi aperti quella comunità di artisti che nascerà a breve, dipinge tanti bei vasi di girasoli, non solo per abbellimento, ma per farne dono all’amico; e anche in questo si vede la sua generosità.

Nel periodo di Arles scopre la bellezza degli ulivi e la libertà, il colore che esplode, l’argento che cattura la luce e la riverbera come una sorta di caleidoscopio naturale.

All’ultima fase, dopo la Provenza, risale La chiesa di Auvers: qui sembra che tutto ondeggi, che tutto si muova. Il sentiero si biforca come un labirinto. Ma c’è qualcosa a cui resta agganciata questa immagine che sembra sul punto di spezzarsi: il cielo, un cielo imponente, che sembra entrare all’interno della chiesa, quasi guardandoci dalle finestre antiche.

L’ultima opera di Van Gogh non è Campo di grano con volo di corvi, come si è spesso affermato, ma probabilmente Radici, un’umile vista sulle radici degli alberi in una località che si trova in una zona periferica di Auvers. Qualche anno fa, attraverso uno studio, è stato rintracciato un ciglio erboso su cui alcuni alberi aggrappavano le loro radici ed è stato possibile verificare che Van Gogh aveva dipinto esattamente questo dettaglio. Un ulteriore riscontro è arrivato da una lettera che riferisce alle ultime ore di Van Gogh questo dipinto, ancora sul cavalletto nei giorni fatali del luglio 1890.

Anch’io – come Armando Verdiglione nel libro Vincent van Gogh (Spirali), occasione per questo dibattito – sono convinta che sia molto improbabile che un artista con tanta ricchezza intellettuale, con tanta generosità, con tanto entusiasmo nel proprio lavoro abbia deciso di mettere volontariamente fine ai suoi giorni. Alcune fonti riferiscono che, anziché un atto autolesionistico, si sia trattato di un colpo partito accidentalmente da una pistola maneggiata da due ragazzini del posto, noti al pittore, che li avrebbe coperti, confidando che la sua ferita non fosse tanto grave da mettere a repentaglio la sua vita. La parte più triste di questa vicenda è che una persona di cui Vincent si fidava ciecamente l’abbia tradito, approfittando delle sue condizioni, e abbia messo in atto una negligenza fatale (non avrebbe estratto il proiettile dalla ferita e non avrebbe condotto in ospedale il pittore). Questa persona è il dottor Paul Gachet che, come si è scoperto alcuni anni dopo, quando è morto, teneva in casa una trentina di opere di Van Gogh.

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