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DA UN VERDE PRATO DI SOFFIONI A UN CIELO STELLATO

critico d’arte, docente di Disegno e storia dell’arte

Nel libro di Armando Verdiglione, Vincent van Gogh (Spirali), colpisce in modo particolare l’espressione “Voi dinanzi”, usata ripetutamente e programmaticamente dall’autore dopo citazioni da lettere dell’artista olandese. L’intento è evidentemente quello di richiamare chi guarda un quadro di Van Gogh a un impegno di esplorazione e approfondimento intimi e personali. Ebbene, ciò che per Armando Verdiglione è un punto di partenza, per chi come me ha insegnato quarant’anni, sembra piuttosto configurarsi quale auspicato punto d’arrivo. Compito principale di un insegnante, in effetti, è creare le condizioni perché uno studente, posto dinanzi a un’opera, colga qualcosa di interessante, utile per aggiungere anche solo un briciolo di senso alla sua esperienza di vita. Arrivare a tale traguardo non è facile. Non è detto che si debba necessariamente mirare agli ambiziosi livelli indicati dall’autore, quando scrive:

“Voi dinanzi, siete tratti nel destino del cosmo, il vostro”. Magari funzionasse automaticamente così per tutti gli studenti, ma ci si può anche accontentare di meno. Toccherà comunque all’insegnante individuare e attuare le più opportune strategie, pure nella considerazione dei possibili rapporti tra parola e immagine.

Intorno al rapporto tra ciò che si vede e ciò che la parola può esprimere di quell’esperienza è stato scritto davvero tanto. Nei pochi minuti a disposizione potrò proporre solo qualche riflessione.

Ho messo a esergo della presentazione per immagini del mio intervento due righe di Roberto Longhi, uno storico dell’arte che ha saputo coniugare il rapporto diretto con l’opera e l’uso della parola in modo davvero mirabile. Per lo studioso, per esempio, due ritratti di Pisanello sono il luogo: “[…] dove la specie umana è osservata a guisa di una curiosità di natura, quasi si trattasse di un caribù, di una foglia o di un’ala di vanessa” (Officina Ferrarese, 1934). La parola può dunque suggerire un certo tipo di esperienza visiva. Quest’ultima è però da considerare come qualcosa di specifico, di differente dall’esperienza verbale, scritta o parlata. Longhi era ben consapevole di questa differenza e, insieme, del fatto che il rapporto con l’opera d’arte è destinato a configurarsi nella forma di un dialogo continuo.

L’insegnante, impegnato a rendere almeno possibile e il più possibile probabile quel momento di dialogo personale, dato lo scattare di quel “voi dinanzi”, dovrà a sua volta seguire alcune avvertenze.

Sarà per esempio importante considerare la specificità di ogni immagine: quando parliamo di un’opera di Van Gogh ci facciamo infatti inevitabilmente aiutare da una serie di strumenti di mediazione, come suc- cede anche oggi con il proiettore e le riproduzioni che sto utilizzando in questo incontro (La mano di Van Gogh. L’affinità fra pittura e scrittura, Modena, 7 maggio 2026). È una fortuna che sia così. Ma se vogliamo arrivare ad apprezzare l’opera di Van Gogh nella sua specificità dobbiamo essere conssapevoli delle differenze tra l’originale e le sue riproduzioni, distinguendo tra i tanti casi possibili.

Un secondo punto riguarda i tempi che mettiamo a disposizione dell’analisi dell’opera. Scrive Van Gogh in una lettera al fratello Theo, citata nel libro di Verdiglione: “Quando ti diranno che questo lavoro è presto fatto”, cioè molto velocemente – lo accusavano di dipingere in modo troppo veloce – “tu potrai rispondere che essi han- no troppo presto visto”, cioè si sono fermati poco davanti a quell’opera. Il problema, dunque, non è tanto quello della velocità o della lentezza della pittura; il problema è piuttosto quello della nostra disponibilità a cedere un po’ del nostro tempo per entrare in sintonia con l’opera. Per l’insegnante tutto ciò sarà da tradurre con una nor ma del tipo: nel programma, meglio poche cose, ma quelle affrontate con i tempi giusti.

Le parole, intanto, possono introrre la figura dell’artista, e a questo proposito Raffaella Terribile, nel precedente intervento, ha già detto molto. Fin dai primi momenti della critica di Van Gogh sono state usate espressioni intese a costruire un rapporto molto stretto tra l’opera e la figura del pittore. Riporto alcune espressioni, soprattutto dal primo articolo realizzato su Van Gogh già nel 1890, di Georg-Albert Aurier, critico francese, importante soprattutto per lo sviluppo dell’arte simbolista. Scrive Aurier di un’esecuzione delle opere “vigorosa”, per richiamare evidentemente un certo impeto nel fare: il disegno è “potente”, il colore è “scintillante”, altre volte i colori sono addirittura “in fiamme”; la luce diventa un “incendio”, la vita in questo modo si traduce in una “febbre calda”. Naturalmente Aurier sta spin- gendo in direzione di una sua idea di “modernità”, guardando l’opera di Van Gogh da una certa prospettiva. Si tratta comunque di un chiaro esempio d’uso metaforico del linguaggio che insegnante e studenti dovranno considerare in modo consapevole.

Per Van Gogh è naturalmente fondamentale la questione dei colori. In questo senso, le lettere che vengono considerate e riproposte da Verdiglione risultano preziose. È interessante in particolare considerare il rapporto tra il colore in pittura e il colore in natura, perché un pittore è solito guardarsi attorno e intanto pensare a una realtà parallela, appunto, quella della pittura. Faccio qualche esempio per accompagnar lungo questo viaggio di raccordo tra il mondo fisico e quello pittorico, che comunque ha a sua volta una sua fisicità. Nella Natura morta con caffettiera l’elenco dei colori che fornisce Van Gogh è minuzioso: “Una caffettiera in ferro smaltato blu, una tazza (a sinistra) blu reale e oro, una brocca di latte a quadri blu pallido e bianco, una tazza, a destra, bianca a disegni blu e arancione, su un piatto di terracotta giallo grigio, un vaso in barbottina o maiolica blu con disegni rossi, verdi, bruni, in fine due arance e tre limoni; la tavola è coperta da una tovaglia blu, lo sfondo è giallo verde; quindi 6 blu differenti e 4 o 5 gialli e arancioni”. Van Gogh dunque ha guardato, ha analizzato con grande attenzione e poi, da bravo “contabile” della pittura, ha individuato il numero di blu che gli servono per eseguire quell’opera. Qual è la differenza, una delle tante, tra un pittore e una persona non addetta alla pittura? Noi diciamo semplicemente “blu”, mentre il pittore dice “sei tipi di blu”, in questo caso. In fondo vale così per ogni cosa: ciascuno di noi, specialista in qualcosa, è in grado nel suo campo di percepire ciò che gli altri non riescono a percepire. Ci serviamo poi delle parole per meglio articolare.

Un altro tema che emerge dalla lettura delle lettere di Van Gogh ricordate nel libro di Verdiglione è quello dell’analogia, meccanismo cognitivo grazie al quale il pittore accosta tra loro cose che agli occhi dei più risultano lontane tra loro: “Un cielo stellato è una cosa che vorrei provare a fare lo stesso giorno in cui proverei a dipingere un verde prato stellato di soffioni”. Il cielo stellato dunque come un prato di soffioni. Accostando le due immagini emerge il rapporto tra questi singoli elementi che chiamiamo stelle, da una parte, e quelli che chiamiamo fiori, dall’altra, e qualcosa d’indistinto che fa da sfondo. Il pittore trova analogie dove gli altri vedono soltanto specifici e dunque diversi rapporti funzionali con le cose.

Introduco queste considerazioni riguardanti il “noi dinanzi (ai quadri)” suggerito da Verdiglione con l’interpretazione che del problema ha dato, a suo modo, Akira Kurosawa, uno dei più grandi cineasti della storia del cinema. Nel 1990 Kurosawa realizza un film composto da nove episodi a forte valenza onirica. Uno di questi episodi è dedicato a Van Gogh. Il protagonista, a un certo punto, dopo aver visto i quadri di Van Gogh, non solo è dinanzi all’opera, ma addirittura entra nell’opera, diventa parte delle opere di Van Gogh.

Adesso vorrei aggiungere alcune informazioni a proposito di Vincent van Gogh, che si iscrive alla Delft University of Technology e si laurea in ingegneria meccanica. Si sposa con Josina Wibaut e il loro sarà un matrimonio felice. Non sto naturalmente parlando del pittore, bensì di suo nipote, Vincent Willem, figlio del fratello Theo. Quella di Willem è a sua volta una figura importante. Ne parlo per accennare a un’altra questione: nel colloquio tra l’insegnante e i suoi studenti, le opere d’arte devono trovare una connessione con una rete di persone, comprese quelle che hanno permesso a noi, in modo sempre particolare, di arrivare dinanzi a quelle opere. In questo caso, stiamo parlando dell’erede del pittore che ha donato le opere al Van Gogh Museum. Se oggi possiamo parlare dell’opera di Van Gogh in un certo modo, in buona parte è grazie a queto signore.

Bisognerebbe poi essere consapevoli di come l’opera di Van Gogh arrivi a noi attraverso una serie di interpretazioni e appropriazioni. Si dovrebbe così arrivare anche all’arontemporanea, fino a Anselm Kiefer, che ha realizzato una serie di opere per l’esposizione alla Royal Academy of Arts di Londra intitolata Kiefer/Van Gogh. A Dialogue between Wheat Fields and Starry Nights (28 giugno-26 ottobre 2025).

Nemmeno ci si dovrebbe dimenticare che un’opera non vive mai da sola, ma sempre in rapporto con altre opere, innanzitutto dello stesso autore. A proposito dei Girasoli, per esempio, si dovrebbe dire che Van Gogh aveva immaginato di riempire le pareti della Casa gialla con dodici versioni del soggetto, secondo una concezione nuova per quei tempi del rapporto pittura-spazio, pittura-ambiente. Solo apparentemente le varie versioni arrivate a noi sono uguali. Guardandole con appena un po’ di attenzione si colgono invece molte differenze, tra significative variazioni di colore e diversi gradi di matericità. Ciascuna opera, con le sue variazioni, per via di paragone, ci parla in fondo delle altre.

Il confronto diretto con le opere rimane fondamentale: non è neces- sario recarsi in Olanda, a Londra o a Tokyo per trovarsi davanti a un Van Gogh, perché già raggiungendo la Galleria nazionale d’arte moderna di Roma si può vedere il dipinto Il giardiniere (1889). Risultano nel contempo preziose le possibilità in rete, con le riproduzioni ad alta definizione nel sito del Van Gogh Museum o la sistematica raccolta di lettere di Van Gogh, in diverse traduzioni e nel facsimile della versione originale, nel sito internet vangoghletters.com.

Detto ciò, indicate le tante possibili connessioni con quanto ci sta attorno, dopo uno sforzo per intendere l’opera in direzione della complessità del mondo, vale certo la pena tornare al nostro rapporto particolare con essa, e provare a fare ciò che opportunamente ci consiglia di fare Armando Verdiglione, noi “dinanzi”.

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