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A CIASCUNO IL SUO ROBOT

CEO di SIR Robotics, Modena

Il 30 gennaio di quest’anno è una data storica: si è tenuta la prima presentazione a Milano (Magna Pars L’hotel À Parfum) dei robot umanoidi sviluppati da Agibot (Shangai), che la SIR Robotics adotterà per soluzioni su misura non solo nelle industrie italiane, ma anche nel settore dei servizi, dell’ospitalità e dell’intrattenimento, o nel campo della sicurezza e del pattugliamento in ambienti complessi. La vostra esperienza, con oltre quarant’anni di personalizzazione in 4000 applicazioni robotizzate installate nel mondo, vi consente ora di essere protagonisti in questa sfida, che vedrà i robot lavorare a fianco degli umani

Il nostro intento era proprio aprire un dibattito sul futuro del lavoro e sulla collaborazione uomo-macchina. Durante l’evento abbiamo voluto dimostrare una cosa semplice ma di grande impatto: queste tecnologie non sono prodotti “finiti”. Sono dispositivi che possono imparare, adattarsi e soprattutto essere personalizzati. Questo significa che, con il tempo, possono diventare parte reale dei processi industriali, dei servizi e degli spazi condivisi. Non parliamo quindi di robot che eseguono un programma rigido, ma di macchine che apprendono, si muovono accanto alle persone e crescono insieme ai contesti in cui vengono impiegate, rimanendo comunque sempre e solo al servizio dell’uomo.

In che modo avviene questo apprendimento?

Uno dei metodi più interessanti è l’imitation learning, o apprendimento per imitazione. In pratica l’operatore può indossare una tuta dotata di sensori o utilizzare telecamere tridimensionali collegate a un computer che comunica con il robot. Il sistema registra tutte le movenze del corpo umano, per esem- pio una sequenza di mosse di karate, e le traduce in movimenti degli assi del robot. Un robot umanoide ha circa quaranta gradi di libertà, cioè quaranta movimenti indipendenti. Non sono esattamente gli stessi di un essere umano, ma riescono comunque a coprire una gamma quasi completa di azioni complesse, proprio perché ogni gesto viene scomposto e registrato.

Il discorso è diverso se, invece di una sequenza predefinita, si deve insegnare a un robot un task complesso, cioè un compito che implica interazione con l’ambiente e cambio continuo delle variabili al contorno. Prendere una bottiglia da un tavolo è già un compito che presenta notevole variabilità: la bottiglia può trovarsi in posizioni diverse, in giaciture diverse, può essere di plastica o di vetro, piena o vuota. Anche noi umani adattiamo automaticamente la presa: se scivola stringiamo di più, se è fragile la trattiamo con cautela. Tutto questo per noi è inconscio, ma insegnarlo a un robot è estremamente complesso. Per farlo, occorre utilizzare un approccio simile a quello che si usa con un bambino: gli si mostrano decine e decine di situazioni diverse, in pratica differenti posizioni, giaciture, materiali, pesi e situazioni ambientali. Dopo centinaia di esempi il robot comincia a generalizzare e a prendere la bottiglia con sempre maggiore efficacia, perché ha memorizzato innumerevoli tentativi di successo e anche tutti i possibili errori, che sono anch’essi uno strumento di affinamento nel percorso di apprendimento. Ma finora abbiamo risolto un solo, singolo compito: versare l’acqua della bottiglia nel bicchiere è un altro, riposizionarla sul tavolo un altro ancora. In realtà ogni azione è composta da moltissimi micro-compiti.

Ed è qui che emerge uno dei limiti dell’intelligenza artificiale fisica: insegnare questi compiti richiede tempo, tanto tempo. Per insegnare a un robot a prendere una bottiglia in modo efficiente una persona può impiegare anche due o tre settimane.

Quindi il vero mercato non sarà solo quello dei robot?

Esattamente. Il robot sarà l’hardware, un po’ come lo smartphone. Il mercato del futuro saranno i compiti, che possiamo identificare come le “app”. Il robot è il telefono, e le app sono le azioni che sarà possibile eseguire: prendere una bottiglia, apparecchiare una tavola, caricare un carrello. Questi singoli task saranno venduti per poter essere installati sui robot, proprio come accade per le app negli store digitali. In Cina ci sono aziende che stanno già lavorando in questa direzione: Agibot, per esempio, ha un data acquisition center con centinaia persone, per lo più giovani universitari, in cui ciascuno lavora con il proprio robot e gli insegna un compito diverso. L’obiettivo è creare migliaia di micro-compiti da distribuire poi su tutti i robot della stessa piattaforma. Va anche detto che questi compiti non sono universali: funzionano su quel modello di robot e su altri identici, ma non su robot di marche diverse. E nel mondo degli umanoidi, tra Cina e Stati Uniti, il numero di aziende che sviluppa umanoidi sta crescendo rapidamente.

In Italia siete i primi a introdurli?

Più che a costruirli, siamo tra i primi a commercializzarli. In realtà siamo ancora all’inizio: stiamo completando le certificazioni e per ora non abbiamo ancora fatto vendite vere e proprie. Esistono comunque già alcune sperimentazioni industriali. Ho visto, per esempio, che in una linea di saldatura della BMW, si sta provando a utilizzare gli umanoidi per caricare i profilati di alluminio sulle attrezzature, un’operazione che normalmente viene eseguita da un operatore umano. È però ancora tutto molto sperimentale. Il problema principale è normativo: quando si realizza un impianto industriale, si deve rispettare la direttiva macchine, che stabilisce le regole di sicurezza. Ma questa normativa è stata scritta prima che esistessero i robot umanoidi.

Quali saranno allora i primi vantaggi effettivi?

Probabilmente li vedremo prima nei servizi, nelle attività accessorie e nella vita domestica. Tutti dicono che fra qualche decennio ciascuno avrà il proprio robot in casa, un po’ come nei film: può sembrare fantascienza, ma in realtà ci stanno già lavorando. Pensate per esempio a un compito apparentemente banale: caricare la lavastoviglie. È una delle operazioni più difficili da insegnare a un robot, perché ogni volta gli oggetti sono diversi e devono essere incastrati in modi differenti. Inizialmente sarà più facile commercializzare i robot quadrupedi, quelli che vengo- no anche chiamati “cani robot”, di cui esistono già alcune applicazioni pratiche. Il loro impiego tipico è l’ispezione: possono pattugliare una fabbrica durante le ore notturne, essendo dotati di telecamere e sensori di movimento e, se rilevano qualcosa di anomalo, avvisare la proprietà direttamente sul telefono e allertare le forze dell’ordine. Sono difficili da intercettare perché possono correre fino a oltre trenta chilometri orari e muoversi su terreni accidentati. Inoltre, sono utilissimi in ambienti pericolosi o contaminati, perché possono muoversi in aree dove un essere umano non potrebbe andare senza correre gravi rischi.

Avete anche un progetto più ampio legato al territorio.

Sì, in SIR stiamo riorganizzando i no- stri spazi, grazie alla costruzione della nuova sede che sarà pronta a fine anno, e vogliamo creare qualcosa che in Italia non si vede spesso: un polo della robotica. Nei nuovi uffici, oltre alla SIR Robotics, ospiteremo SIR Humanoids, la nostra nuova azienda dedicata alla commercializzazione degli umanoidi, e probabilmente una o due start-up universitarie che lavorano su progetti di robotica avanzata. Sono aziende di piccole dimensioni, generalmente con sei o sette addetti, ma con competenze di altissimo livello.

Il rapporto con il mondo della formazione è sempre stato importante per voi.

Infatti, fin dal 2004 ospitiamo tesisti e ricercatori e collaboriamo con università e scuole tecniche. Negli ultimi anni abbiamo lavorato molto anche con gli istituti superiori. Con l’Istituto Corni, per esempio, abbiamo realizzato un progetto molto interessante: una cella robotizzata progettata interamente dagli studenti. Noi abbiamo fornito solo l’idea generale, loro hanno fatto tutto il resto: progettazione meccanica, elettrica, pneumatica e software. Poi sono venuti in azienda, hanno realizzato la loro piccola isola robotizzata e l’hanno fatta funzionare: un’applicazione semplice, ma per gli studenti è stata un’esperienza molto formativa. Alcuni di quei ragazzi oggi lavorano qui e spesso sono entusiasti di questo mondo: è molto appagante, per esempio, vedere che il codice che si è scritto fa muovere una macchina che produce qualcosa. Credo che sia molto più entusiasmante che realizzare qualcosa di puramente digitale, come una app.

E con l’università?

Stiamo rafforzando anche quella collaborazione, soprattutto ora che lavoriamo anche con gli umanoidi. L’interesse accademico è enorme perché su questi robot si può fare molta ricerca. All’evento di presentazione di Milano abbiamo organizzato una tavola rotonda con diversi ospiti: il di- rettore del Dipartimento d’Ingegneria di Unimore, Francesco Leali, imprenditori e manager del settore e uno dei massimi esperti mondiali di robotica, Bruno Siciliano dell’Università di Napoli. Oltre ad aver sviluppato in passa- to algoritmi utilizzati praticamente in tutti i robot industriali, Siciliano ci ha raccontato come stia sperimentando l’uso di robot quadrupedi in agricoltura, visto che su un terreno accidentato possono muoversi molto meglio di un umanoide. Con opportune termocamere è possibile infatti capire se un frutto è maturo e, in caso affermativo, raccoglierlo con un braccio robotizzato posto sul quadrupede. È un’idea ancora in fase sperimentale, ma dimostra quanto rapidamente queste tecnologie possano trovare nuovi impieghi. La robotica, in fondo, è proprio questo: immaginare compiti nuovi e insegnare alle macchine a svolgerli accanto a noi.

Infatti. E la robotica ci porta anche al tema del convegno che pubblichiamo in questo numero della rivista, Gioco e lavoro: l’impresa e il suo valore (Confindustria Emilia, Modena, 27 febbraio 2026)…

Certo, niente più di un robot suscita curiosità in adulti e bambini. Un robot consente di lavorare giocando e nasce dalla combinazione fra arte e invenzione. E in questo noi italiani siamo campioni indiscussi fin dal rinascimento.

 

 

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