Skip to content
Menu

ANORESSIA INTELLETTUALE E DIFFERENZA SESSUALE

imprenditrice, cifrematico

Dell’anoressia nell’accezione di “anoressia mentale” molti hanno sentito parlare, e ognuno crede di sapere bene che cosa sia la differenza sessuale, intesa come differenza tra i sessi. L’anoressia è stata considerata una patologia: una recente statistica indicava l’anoressia e la bulimia come le prime cause di morte per malattia tra le ragazze. Solo in Italia le “malate” sarebbero 150-200 mila, soprattutto tra i 12 e i 25 anni. Quanto alla differenza sessuale, c’è tutto un fiorire di letteratura sulle perversioni, sulla violenza sessuale, sull’impotenza, come se la differenza sessuale fosse essa stessa una patologia. Con la cifrematica, la scienza della parola, si tratta di trovare un’altra lettura di ciò che comunemente s’intende rispetto a questi termini.

Il lessema “anoressia” deriva dal greco anà-orego, in cui anà significa “non” e orego “mi protendo, tendo, miro, aspiro, bramo, desidero, ricerco, auspico”, pertanto, anoressia è “non tendo, non ricerco, non miro, non desidero più”.

Mentale venne definita l’anoressia nel 1873 da Ernest-Charles Lesègue, che la distinse dall’anoressia isterica, finché nel 1938 Grace Nicolle distinse tra isteria e anoressia: “L’anoressica cerca di dissimulare il fatto che non mangia […], tiene sulla corda e inganna le persone che le stanno attorno”. Insomma l’anoressia sarebbe mentale perché mentirebbe, cioè costituirebbe un sistema di dissimulazioni e ricatti alternativo alla mentalità corrente, alla sostanza del sociale. Così l’anoressia viene patologizzata, cercata e rappresentata dalla psichiatria nelle donne, che ne assumerebbero il segno, che sarebbero soggetti della sostanza, proprio rifiutandola, in una padronanza alternativa a quella socialmente ammessa.

Definire l’anoressia come problema mentale comporta, idealmente, togliere la questione aperta. Dire che è un problema mentale, ossia una questione di errata procedura mentale, vuol dire portarla a significazione, non tenendo conto della questione originaria che pone, ovvero di cosa vivono gli umani. Che cosa effettivamente rifiuta l’anoressica quando rifiuta il cibo? Rifiuta il cibo o la sua necessità, la sua ideologia, la sostanza che il cibo presentificherebbe?

“Di che cosa vivono gli umani?” è la prima questione che pone l’anoressia. L’anoressia sembra vivere d’aria. Ma di quale aria si tratta se, vivendo di aria, muore di fame? Gli umani vivono di sostanza o di aria? La parola si staglia sulla sostanza o sull’aria? Già l’evangelista Giovanni incominciava il suo Vangelo con l’assioma “In principio era il verbo”. “In principio era la parola: questo è l’assioma dell’anoressia intellettuale”, scrive Armando Verdiglione.

In principio era la parola, non la sostanza. Ciascuno nasce nella parola e esiste nella parola. Jacques Lacan, a proposito della “domanda orale”, scrive: “L’ambivalenza primaria, tipica di ogni domanda, sta nel fatto che il soggetto non vuole che essa sia soddisfatta […]. L’estinzione o l’annientamento della domanda nella soddisfazione non potrebbe prodursi senza uccidere il desiderio. Da qui nascono tutte le discordanze, di cui la più plateale è il rifiuto di lasciarsi nutrire nell’anoressia detta, più o meno a giusto titolo, mentale” (J. Lacan, Il seminario, Il transfert, pag. 222).

Anoressia: non c’è sostanza da assumere per togliere la domanda che instaura la pulsione. La domanda non punta alla pienezza, alla chiusura del cerchio, ma alla qualità. La pulsione disegna una spirale infinita a indicare che le cose non si risolvono ossia non finiscono, ma nel formularsi puntano alla proprietà e alla qualità della vita.

La qualità è necessaria non per sopravvivere, ma per vivere. C’è necessità del superfluo: questo indica l’anoressia intellettuale.

Possiamo dire che l’anoressia non ha incominciato a esistere da quando ne parlano i testi di medicina psichiatrica, ma dal principio, dal principio della parola. Mentalizzarla è renderla pensabile, misurabile, circoscrivibile, dunque valutabile, giudicabile.

Massimo Recalcati, nel libro Anoressia, bulimia e obesità, nota: “L’attuale programma della civiltà non esige affatto la rinuncia al soddisfacimento immediato, ma lo incentiva, lo comanda, lo richiede. All’imperativo del dovere è sostituito l’imperativo del godimento come dovere”. A proposito del godimento, l’interrogazione sulla droga è l’interrogazione sulla sostanza proibita, l’interrogazione sull’anoressia è l’interrogazione sulla sostanza prescritta. Droga malefica quella venduta sui marciapiedi, droga benefica quella venduta in farmacia o in drogheria. C’è stato, per così dire, uno spostamento dall’interrogarsi sul perché si assume la droga proibita a quello sul perché non si assume la droga prescritta. È come se occorresse rappresentare nella sostanza la droga come particolarità, come dissidenza, ciò che Freud chiamava l’inconscio. Inconsumabile questa droga perché risalta dalla struttura materiale della parola che non diventa mai sostanziale, non ha bisogno di rappresentazioni. La droga come dissidenza non dispensa nessun senso, nessun sapere, nessuna verità; ma il senso, il sapere e la verità si incontrano come effetti, insostanziali, ricercando e facendo. Ricerca intellettuale, fare intellettuale.

Nel libro La gabbia d’oro, Hilde Bruch scrive: “L’anoressia vuole proclamarsi come io, come soggetto”. Curioso che con questa proclamazione scelga la morte come modalità, sembrerebbe quasi un’incoerenza: proprio quando vuole proclamarsi, affermarsi come io, muore, o comunque fa una caricatura della morte, già nell’aspetto. Potremmo considerarlo un paralogismo, un errore di logica, segno della malattia. Ma la questione è che, come scrive l’autrice: “L’anoressica si pone come dovere di rispondere al desiderio dell’Altro, impersonificato nella maggior parte dei casi dai genitori”, dunque secondo la formulazione “io sono come tu vuoi”. Ma il “tu” in questa formulazione vale da rappresentazione dell’Altro. “Tu”, oppure la famiglia o l’insegnante valgono da giustificazione di questa rappresentazione.

La bulimia, altra faccia dell’anoressia, dice che non è possibile farsi oggetto d’amore ideale, che è impossibile farsi oggetto d’amore, paterno o materno. Dice che non c’è linea o allineamento possibile al desiderio dell’Altro. Impossibile fare dell’io l’oggetto d’amore. Farsi oggetto implica anche l’istituzione del soggetto: per rispondere al “come tu mi vuoi”, “io sono”. E poiché il “tu” qui è soltanto un’immaginazione (ossia immaginare come l’Altro mi vuole ), in definitiva diventa un “io voglio”.

Hilde Bruch scrive che “le anoressiche vogliono affermare la loro indipendenza”. Da che cosa? “Dal desiderio dell’Altro”. Ma il desiderio dell’Altro non esiste: allora prima vie ne immaginato, per poi dire che non è l’Altro a volere, ma sono io.

Quelle che sembrano incoerenze nel racconto dell’anoressica indicano invece la massima coerenza del fantasma materno, fino a farne la caricatura, la parodia. La severità, il rigore, la padronanza: “Io devo, io voglio”, oppure “non fare questo altrimenti sai come va a finire”. Sa come e quando punirsi. La punta dell’anoressia sta nella caricatura del fantasma materno. Nella parodia diventa padrona del fantasma stesso, sembra saperla più lunga. La lotta che si rappresenta è contro i mulini a vento. Riempire/svuotare, punire/assolvere. Questa parodia prende di mira il corpo come se fosse l’oggetto. Ma deve essere un oggetto vuoto. L’anoressica punta alla realizzazione dell’io ideale dove situa la perfezione del sé. Dall’immortalarsi come martire al credersi eroe.

L’anoressica punta all’autogenerazione. Alla partenogenesi. Il suo corpo è idealmente vuoto, ma nello stesso tempo è gravido di questo supposto sé ideale che deve nascere. L’idea di perfezione cui punta questo fare da sé mira a riformulare tutto ciò che è creduto genealogicamente difettoso, mancante e causa di tutti i suoi mali. Il corpo è il bersaglio principale da correggere, da limare, appiattire, assottigliare, allineare. Si tratta di ridurre fino alla soglia della sparizione la sua maschera sessuale. Punta all’unisex o meglio a togliere qualsiasi elemento che possa far pensare alla possibilità di un sesso femminile e soprattutto a ogni riferimento alla maternità. Sembra anche un percorso di purificazione dalla sessualità. Occorre il corpo posto nel sacrificio, perché così può purificare e salvare la struttura familiare. È purista e rigorosa in questa pulizia genealogica. Deve riscattare la famiglia. La via per giungere alla perfezione è togliere, tagliare, fare e rifare, riempire e svuotare ciò che è creduto sostanza imperfetta.

Farsi da sé, autogenerarsi. Tutto questo, secondo questo discorso, è possibile con l’autoeliminazione: oc corre togliere. Togliere tutto ciò che è presunto materno. Trovare lo spirito, la natura come spirito: parodia dello spirtualismo. Fino alla morte. Il farsi da sé è il modo per far fuori padre e madre togliendo, idealmente, il mito del padre e il mito della madre. La partogenesi presuppone la chiusura della generazione. Perché se l’autogenerazione comporta il farsi ideale e la perfezione, nulla ha necessità di esistere, visto che la perfezione è raggiunta. Nessun proseguimento con la generazione dell’ideale di sé. La famiglia ideale è salva in questo cerchio perfetto, il cerchio della stessità senza differenza e varietà, anche se mangiare la stessa cosa, mangiare la stessa carne viene rifiutato per non cannibalizzare e non cannibilizzarsi. È un modo per cogliere la questione sessuale nelle cose: fissare l’identità di sé e degli altri, togliere la differenza e la varietà perché questionano per la loro portata sessuale.

In questa presunta identità l’Altro come Altro tempo, ciò che strutturalmente differisce perché divide (il lessema “tempo” viene dal greco temno, “divido”, “taglio”), viene inteso come salto e non come taglio. Il salto è il modo di togliere il cammino e il percorso dove la difficoltà s’insinua in contrando l’ostacolo. Per esempio saltare i pasti, saltare la ratio nutritionis, il percorso e il cammino, l’esperienza, ovvero togliere il tempo, togliere l’Altro e la sua politica, la sessualità.

Nello studio, nel lavoro, nella cura, la presunta anoressica si trova esecutrice, per non incontrare la responsabilità che si tradurrebbe in senso di colpa. “Io eseguo ciò che tu mi dici di fare, ma, come vedi, non ci sono risultati”. “Io non c’entro”. “Io studio, io lavoro, ma non c’è niente da
fare”. Esegue per non ammettersi o meglio per dire “io non c’entro”. “Io non c’entro” è un modo per oggettivare l’io e restare indifferente: “nulla mi tange”. “Nulla mi tocca perché io sono la cosa differente. Io sono la diversa”. Si robotizza per escludere la struttura materiale ossia la traduzione, la trasposizione, la trasmissione. Astenersi dal dire, (“se non c’è il sapere come causa perché parlare?”), dal fare (come fare se viene negata l’esperienza?), dal mangiare (impossibile, se crede che ciò che mangia si tramuti immediatamente in grasso, in peso, in impurità). Nell’automaticismo non c’è intendimento né ascolto: per esempio, nello studio impara a memoria, deve ricordare tutto. Anche lo studio diventa una sostanza che va mangiata per poi essere rigettata identica a sé. Il nutrimento intellettuale è ritenuto sostanza, così come il cibo. Non ci deve essere traccia di un suo percorso. Niente deve differire. Niente di sessuale. Tutto deve essere senza differenza, il significante non deve differire da sé e la differenza che interviene con la divisione, con il tempo, viene abolita.

La padronanza per antonomasia, nel discorso occidentale, è data dalla morte, che ha due figure: la sostanza e il soggetto, sub-stantia e sub- iectum, qualcosa che stia sotto, che costituisca il fondo, il fondamento delle cose. L’anoressica lancia la sua sfida alla padronanza e al dominio, proclamando: “Sono io il padrone di me stessa”, fino ad assumere la padronanza per antonomasia, la morte, fino a fare della propria vita una regolamentazione della morte. Curioso che l’assenza di cibo risulti per l’anoressica un eccitante, uno psicofarmaco, la cosiddetta “iperattività”. Mi raccontava una ragazza: “Non avere niente nello stomaco porta a essere attivi. Quando mettevo dentro qualcosa mi sentivo trasandata, pesante”: curioso ma preciso, se s’intende che l’anoressica fa di se stessa la sostanza da consumare. Ma invano.

Bulimia e anoressia sono due facce della stessa questione: la tentazione. L’ordinamento sociale si è fondato proprio su questo: gestire la tentazione. In che modo? Ponendo la droga al di fuori della parola: attraverso la proibizione e la prescrizione si garantisce il dominio sulla tentazione. Ne fa una rappresentazione la bulimica, costantemente a dieta per rendere tutto nel proibito: proprio perché proibito quel cibo è più buono, più dolce. La proibizione istiga a trasgredire. Dopo la trasgressione il rigetto: deve reinstaurare il divieto attraverso un cerimoniale di purificazione.

Che cosa rappresenta nel suo teatro segreto la bulimia? Con il rigetto fa la rappresentazione di quella che Freud chiama funzione di rimozione, di rilancio, di rigetto. Rimozione, rigetto, per rilanciare, per provare ancora e ancora che l’inibizione esiste, che il padre non è morto.

Dall’altra parte l’anoressica, nella sua rappresentazione della resistenza (resiste alla fame o alla tentazione), più resiste e più si sente forte. Più resiste e più acquisisce padronanza (almeno è questo che vuole rappresentare con il suo iperattivismo). Modo anomalo di incontrare il narcisismo, marcando l’esibizione. Rappresenta così un’altra delle funzioni della parola: la funzione di resistenza. Parodisticamente, l’anoressica rappresenta il soggetto capace di resistere alla tentazione sostanziale sottolineando un’altra capacità della parola e dell’inconscio, la resistenza: rappresentandosi come soggetto che resiste, assume la funzione di resistenza, ossia toglie il significante che differisce da sé, di cui il filius è indice.

Quindi la bulimia e l’anoressia nella loro mentalizzazione si trovano a rappresentare due funzioni, rimozione e resistenza, quasi a farsene garanti. Due funzioni che sono due particolarità della parola, impossibili da rappresentare perché non sono originate dalla sostanza, ma sono strutturali.

Ma cosa rimuovere e a cosa resistere? La questione è quella della tentazione sostanziale, maledetta, diabolica? L’anoressia crede nel diavolo, cede al diavolo? Che cosa si enuncia in questo timore di cadere in tentazione? La tentazione non viene dal cibo come sostanza, o dalla lusinga mentale per eccellenza, il “buttati!” di Cristo: il “non ne posso più”, “non so più”, “non desidero più” alludono a una tentazione intellettuale, sono un modo per rilanciare la posta in gioco. Proprio perché la tentazione è assolutamente ineliminabile e il desiderio non trova risposta possibile, l’anoressia indica che anche la parola è irrinunciabile.

La tentazione è scommessa all’intendimento, all’intelligenza della particolarità, senza più assumere ciò che la mentalità comune ci propone. Ciascuno non è ognuno: questa è la tentazione. Ciascuno si trova nella tentazione originaria di vivere secondo il principio della parola, secondo l’originario. Questa l’accettazione della vita che non è mai rassegnazione, perché non cede (in) nulla.

Già Lacan scriveva che occorre non cedere sul proprio desiderio, ma se l’anoressia investe ciascun aspetto della parola occorre non cedere nemmeno sul godimento o sulla verità, sulla differenza sessuale e sul piacere. “Chi cede anche solo in un aspetto dell’e sperienza, cede ovunque”, scrive Verdigione, che annota: “Teorema dell’anoressia: non c’è cedimento, né cessione, né concessione”. Quello che faceva definire alle scrittrici Ginette Raibault e Caroline Eliacheff “indomabili” le cosiddette anoressiche non è una virtù soggettiva, ma una virtù della parola: indomabile è l’istanza pulsionale. E cedere sulla pulsione equivarrebbe ad assumere la morte come sostanza. E il racconto dell’assicuratore che vende la polizza al prete che gli propone l’estrema unzione indica che vendere non è cedere su nulla, tanto meno vendere se stessi. Occorre inventare una vendita che proceda dall’anoressia intellettuale, che non poggi sulla sostanza o sulla cessione: forse sta qui la questione donna, per una sessualità in assenza di prostituzione. Ma questo è un altro capitolo.

 

Questo testo inedito (proposto a cura dell’Associazione di cifrematica Daniela Gastaldello) è tratto da una conferenza tenuta dall’autrice a Bologna il 30 aprile 2009.

Avviso sui cookie di WordPress da parte di Real Cookie Banner