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CAMPAGNOLA: IL ROMANZO DELL’ARTE E DELL’INVENZIONE

Chief Operating Officer di Campagnola Srl, Zola Predosa (BO)

Dalla bottega manifatturiera alla dimensione internazionale dell’industria, il suo itinerario racconta una storia di crescita e di trasformazione costanti. Oggi che è giunto alla direzione operativa di Campagnola, lei riprende le istanze dell’impresa nata come Ferretti Pio Vittorio e poi entrata nel mito della manifattura di attrezzature per la campagna come Campagnola Srl, rilanciando la formazione sul campo, l’innovazione e la manifattura italiana al centro del progetto aziendale.

Lei è entrato in Campagnola a diciannove anni, quando ancora era una realtà manifatturiera legata alla figura di Pio Vittorio Ferretti…

Sono entrato in Campagnola appena terminata la scuola superiore di agraria. In realtà, io avevo il progetto di iscrivermi alla facoltà di Scienze della Produzione Animale a Reggio Emilia, ma, quando Ferretti mi propose di entrare in azienda, ho abbandonato l’idea di fare l’università, incominciando il mio percorso nei reparti produttivi. È stata un’esperienza essenziale per me: un’azienda non si può dirigere senza sapere che cosa accade concretamente in officina. Poi, dopo il servizio militare sono tornato da Ferretti, ma non mi bastava più lavorare in produzione. Lui stette al gioco, finanziandomi i corsi serali organizzati dalla Camera di Commercio di Bologna, dove ho imparato a leggere i bilanci e ho proseguito lo studio delle lingue.

Ferretti è stato il primo grande maestro della mia vita professionale. Mi ha insegnato che per crescere bisogna accettare d’imparare dagli altri. Ricordo un episodio in particolare. Avevo circa vent’anni e, dopo il servizio militare, ero tornato in azienda con la tipica euforia giovanile. Un giorno mi chiamò nel suo ufficio, aprì un cassetto ed estrasse un metro da muratore, dicen- domi: “Io gestisco questa azienda con questo metro”. Poi lo piegò a metà e aggiunse: “Il tuo metro di misura oggi è questo. Devi tornare al mio metro, altrimenti qui dentro non hai più niente da fare”. È stata una lezione molto forte, ma che mi permise di crescere. Ferretti aveva un modo di parlare diretto e pragmatico, però aveva anche una grande umanità. Non vedeva in me soltanto un dipendente, ma un giovane su cui investire.

La sua esperienza è poi proseguita in aziende internazionali. Quanto hanno inciso questi incontri nel suo modo di intendere l’impresa?

Sono state esperienze che mi hanno permesso di esplorare settori diversi. Nel 1991 ho lasciato Campagnola e ho accettato la proposta di Sauer Danfoss, una multinazionale danese che produceva sistemi idraulici. In quegli anni ho incontrato una persona che considero un vero mentore: l’ingegnere marocchino Najib Al Habib, che mi ha insegnato moltissimo soprattutto per l’aspetto umano. Poi è arrivata la proposta di Bonfiglioli Riduttori, dove ho incominciato a lavorare come export manager. Nel 2002 sono stato chiamato in Titan International, una multinazionale americana quotata a Wall Street e produttrice di ruote e pneumatici agricoli. Anche in questo caso ho avuto la fortuna di incontrare persone straordinarie. Salvatore Santilano, che ne era il direttore commerciale europeo, mi ha insegnato che il vero leader non impone il proprio ruolo, ma ha un approccio costruttivo e solidale. Quando improvvisamente Santilano venne a mancare, mi sono trovato a dover guidare una squadra commerciale senza averne l’esperienza. Allora, ho convocato il gruppo dicendo: “Ciascuno di voi sa fare il proprio mestiere. La riuscita del team sarà frutto di ciò che ciascuno di voi sta facendo”.

Nel 2016, quando lei ha ripreso la collaborazione in Campagnola, in che modo ha avviato il processo di trasformazione dell’azienda?

Campagnola aveva un valore particolare per me, perché era qui che avevo mosso i primi passi. Credo molto nel valore della parola e per questo ho incominciato subito a incontrare ciascuno dei collaboratori di Campagnola e ho cercato di capire il funzionamento dell’organizzazione quotidiana in azienda. Campagnola ha sempre avuto collaboratori con grande esperienza, ma in alcuni di loro l’entusiasmo sembrava spegnersi. Ho sempre pensato che in azienda vi siano come dei “fuochi”, che possono restare coperti dalla cenere per anni. Chi ha una funzione direttiva non ha il compito di azzerare i problemi, ma di soffiare su quella cenere in modo che quei fuochi tornino ad ardere. Dal 2024 ho assunto la nuova funzione di direttore operativo e ho incominciato a parlare con ciascu- no dei collaboratori di Campagnola, anche con chi lavorava in produzione, chiedendo semplicemente che mi spiegassero la propria mansione. Le persone hanno incominciato a sentirsi coinvolte nel progetto dell’azienda e hanno assunto la responsabilità del proprio compito.

Il progetto Nova, nato anche dalla necessità di arginare la concorrenza cinese, ha segnato una nuova fase di rilancio della tradizione di Campagnola?

Sicuramente. Fra il 2017 e il 2018 in Italia incominciavano a entrare sempre più prodotti cinesi, soprattutto nel settore delle forbici elettriche. Sembrava un fenomeno marginale, poi ci siamo resi conto che non era così e abbiamo deciso di andare in Cina per capire chi fossero i concorrenti e quale fosse la tecnologia che stavano proponendo.

La Cina aveva introdotto un’innovazione che in Europa nessuno aveva ancora sviluppato: la batteria integrata nell’attrezzo per la potatura. I produttori cinesi avevano avuto l’intuizione di mettere la batteria direttamente sull’attrezzo, come avviene in un telefono cellulare. Noi abbiamo avuto l’umiltà di riconoscerla e abbiamo pensato che potevamo imparare da ciò che di nuovo i cinesi proponevano. Campagnola, però, non poteva perdere la propria specificità: è un’azienda manifatturiera fondata sull’ingegno e sulla capacità di costruire in Italia. Ecco allora che è nato il progetto Nova.

La domanda che ci siamo posti è stata: possiamo realizzare in Italia un prodotto che abbia questa nuova tecnologia, mantenendo però la qualità e la tradizione manifatturiera che da sempre il marchio Campagnola assicura? Abbiamo coinvolto i nostri fornitori italiani, chiedendo loro di scommettere nel nostro progetto.

Nova non è soltanto una forbice, ma un nuovo progetto che sviluppa sistemi di prodotti compatibili con la stessa batteria. Non si tratta più di vendere un singolo attrezzo, ma di inventare una gamma di prodotti che si integrano a questo per svolgere anche altre funzioni. Abbiamo lanciato un messaggio preciso: Campagnola torna a produrre innovazione italiana.

In che modo lei ha raccolto l’eredità di Vittorio Ferretti?

Io ho assunto l’eredità culturale che Ferretti ha trasmesso ad Andrea Armaroli e poi, in qualche modo, a me. Per Ferretti l’azienda non era soltanto un insieme di macchine e prodotti, ma un patrimonio di esperienza e di cultura da rilanciare con intelligenza.

Nelle multinazionali ho imparato strumenti, metodi e organizzazione, ma in Campagnola ho ritrovato l’importanza di ascoltare e di non pensare di sapere tutto. La leadership non nasce dal ruolo scritto su un organigramma. Per questo ho cercato di costruire una squadra, dando responsabilità ai nostri collaboratori, ai quali ho chiesto di contribuire con idee nuove, anche quando ciò che dicevano poteva sembrare sbagliato. L’innovazione nasce da questo approccio. Se le persone hanno paura di sbagliare, l’azienda si ferma. L’errore non deve essere inteso come una colpa: occorre imparare dall’errore e non ripeterlo, ma senza la possibilità di sbagliare non esiste crescita.

Quel giovane armato del suo entusiasmo e che avrebbe intrapreso il suo bellissimo viaggio fra manifattura italiana, mercati internazionali, gestione e formazione del personale, oggi quale avvenire prospetta per Campagnola?

Il mio obiettivo è molto semplice: lasciare l’azienda più forte di come l’ho trovata. Ho fatto un sogno: immaginavo di chiudere una cassaforte dentro la quale avevo lasciato un tesoro. Campagnola ha una storia importante, ma soprattutto ha ancora un grande avvenire. La sfida è quella di continua- re a innovare: è questa la caratteristica originaria di Campagnola. Abbiamo aperto una strada nuova con il progetto Nova, entrando anche in nuovi settori di business e mantenendo la specificità del marchio.

Inoltre, la storia di Campagnola dimostra anche che un’azienda non cresce soltanto attraverso prodotti sempre più performanti, ma quando fa emergere talenti rimasti sotto la cenere. Io ho soltanto cercato di soffiare sulla cenere perché potessero tornare a brillare. E sarà questa la vera forza di Campagnola: una squadra capace di integrare la tradizione manifatturiera italiana con la capacità di guardare avanti. Perché l’innovazione non nasce soltanto dalla tecnologia, ma da coloro che hanno l’audacia di immaginare qualcosa di nuovo.

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