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CHI SCOMMETTE NEL PRIVATO È LIBERO

ricercatrice, pedagogista, presidente dei nidi d’infanzia Giardino del Tempo, Bologna

Ho lavorato per quindici anni nel settore pubblico nell’ambito dei servizi per l’infanzia, in cui è sempre stata promossa la condivisione di un’idea unica di educazione. È stata un’esperienza che mi ha lasciato molto. Poi, da circa cinque anni ho avviato due strutture private dedicate all’infanzia e a breve ne apriremo una terza. La mia ricerca mi ha consentito di incominciare un bellissimo viaggio che ancora oggi prosegue con lo stesso entusiasmo del primo giorno.

Chi scommette nel privato è libero di crescere e di fare proposte differenti e varie nel modo di svolgere la propria attività. Questo è molto
importante, perché il cittadino che è lasciato libero di intraprendere la propria ricerca non perde l’entusiasmo di fare cose belle e di qualità.

Sono cresciuta in un paese della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia e ho imparato sulla mia pelle cosa sia il razzismo culturale. Ho incontrato scienziati e cittadini di vari paesi di grande cultura che sono stati condotti in carcere perché non diffondessero le proprie idee parlando. Mi sono chiesta perché disturbassero le loro parole. Perché, per esempio, disturbano un artista che dipinge un quadro o un intellettuale che scrive un libro, tanto da comportare di essere imprigionati o annientati? Perché parlano? Perché fanno una produzione non conforme al pensiero unico? Al politicamente corretto? Ecco, per me, sin da bambina questa era una questione.

In tale contesto anche i bambini crescevano in un ambiente di oppressione, con un’educazione che era impostata all’idea di uguale e di pubblico. L’interesse pubblico era sempre buono e l’interesse privato, anche la curiosità, erano segno di qualcosa di male, di sbagliato, ma, soprattutto, di dissidenza rispetto all’idea di Unico. Del resto non molti anni fa, anche a Bologna, un sindaco non bolognese aveva dichiarato che bisognava giungere al punto in cui tutti gli asili nido sarebbero stati gestiti dall’amministrazione pubblica, in modo che quelli privati non avessero più ragione di esistere.

Nel libro La famiglia, l’impresa, la finanza, il capitalismo intellettuale, Armando Verdiglione scrive: “Il dispositivo pragmatico dà adito al dispositivo d’impresa, al dispositivo di governo, al dispositivo di amministrazione, al dispositivo di comunicazione, quindi, al dispositivo del
profitto. Il dispositivo del profitto non è una prerogativa dell’azienda privata o dell’azienda pubblica, è una prerogativa della scrittura, di ciò che si scrive dell’impresa. Anche la distinzione tra pubblico e privato spesso risponde a un’ideologia. Il pubblico è marca o indice dell’infinito attuale e il privato – come aveva notato Sergio Dalla Val negli anni ottanta, nella rivista “Causa di verità”, che dirigeva – è l’unicum, cioè l’effetto della differenza incolmabile, della differenza e della varietà con cui avviene la scrittura dell’impresa. Il privato, perciò, non ha niente di soggettivo, niente di personale, niente di domestico e, sopra tutto, niente di autonomo”. Quindi il settore privato non è, banalmente,
inscrivibile nella categoria del cosiddetto “lavoro autonomo”.

A vent’anni io lavoravo in Jugoslavia. Pagavo l’affitto, le bollette e guadagnavo il necessario per sostentarmi. Ma, in questo contesto, mi
chiedevo se avrei mai potuto avere un avvenire diverso. Dovevo andarlo a cercare. Quando sono arrivata in Italia, nel 1990, ho scoperto che potevo lavorare quanto volevo. E più lavoravo e più guadagnavo. Potevo fare molte cose: potevo sognare.

Poi, ho incominciato a fare traduzioni dalle lingue slave per conto di agenzie statali. Eravamo tanti interpreti e ciascuno traduceva nel proprio
modo. È accaduto che, per un caso legale di una certa entità, l’avvocato della difesa abbia chiesto l’annullamento del processo, ritenendo che la traduzione presentata in aula non fosse stata effettuata in modo coretto. In questa occasione furono confrontate diverse traduzioni della stessa testimonianza, ma alcune avrebbero portato all’assoluzione dell’imputato mentre altre alla sua condanna. Una parola poteva scagionare o condannare l’imputato. Anche nei giornali si discusse molto di questo caso giudiziario.

A proposito della parola, nei nostri nidi accogliamo bambini di età compresa fra i nove e i trentasei mesi, che incominciano a dire le prime parole. Allora, si pone la questione di quali parole i bambini incontrano già dai primi mesi di vita, per esempio a casa o nel nido in cui sono iscritti. Quali parole ascoltano i bambini? Ascoltano il pettegolezzo dilagante nel luogo comune? Oppure, per esempio come facciamo noi nel Giardino del Tempo, ascoltano la lettura di poesie, la lettura di un’opera d’arte, ascoltano musicisti che suonano per loro il violino, la fisarmonica o la chitarra e partecipano a rappresentazioni teatrali.

Nel paese in cui sono nata il privato non esisteva. Era tutto a gestione pubblica, era vietato fare rappresentazioni artistiche e culturali salvo quelle che elogiavano l’apparato statale o il leader del partito unico, che a quell’e poca era Josip Broz Tito. Così come erano vietate le feste in occasione di ricorrenze religiose e tutti erano sottoposti a un capillare controllo.

Nel paese, tutti sapevano che c’era una spia. E si sapeva anche chi era. Ma anche nell’apparato educativo, che era pubblico, le insegnanti usavano un modo facile per interrogare i bambini e scoprire se nella loro famigli si celebravano le feste religiose. Pertanto, ci chiedevano cosa
avessimo mangiato per esempio il giorno della ricorrenza religiosa. Se rispondevamo con il nome della pietanza caratteristica della festività, allora era segno che non c’era un solo dio, Tito. Così fin da bambini eravamo schedati e, dopo il diploma, non avremmo avuto accesso al lavoro nel pubblico. Ma, non essendoci attività privata – salvo quella di fare il contadino per tutta la vita – era come dire che eravamo condannati a vivere senza il superfluo, cioè a restare poveri. Le famiglie erano autorizzate a vivere con lo stretto necessario.

Ma i sogni erano diversi dallo stretto necessario. E le piccole cose che io chiedevo non si potevano acquistare. Allora, il mio papà, per non rispondere sempre “no!” alle mie richieste insistenti, inventò uno stratagemma linguistico. Nella nostra casa c’era una stanza dedicata agli ospiti, in cui c’era soltanto un letto e un armadio vuoto. Così, quando io chiedevo, lui rispondeva che potevo andare nella stanza degli ospiti e prendere quello che desideravo. In quella stanza non c’era niente da prendere, non c’erano i giochi, non c’erano i vestiti o le scarpe che chiedevo. E così sono partita,per andare a cercare il superfluo.

Oggi, nei nidi d’infanzia Giardino del Tempo c’è abbondanza di giochi e materiali diversi da combinare secondo il modo e la fantasia propri di ciascun bambino. In questi anni mi sono chiesta come educare lasciando ciascun bambino libero di fare e di intraprendere. Il Giardino del Tempo offre ai propri educatori una formazione differente come la cifrematica, la scienza della parola che diviene qualità, della parola che non si attiene al canone dell’Unico utile soltanto a uniformare i soggetti. La nostra formazione valorizza il privato, lo specifico proprio a
ciascuno. Gli effetti del mio investimento hanno dato i loro frutti quando i nostri educatori hanno avuto l’occasione di andare a lavorare nel pubblico: non hanno aderito all’offerta di percepire stipendi più alti a fronte di meno ore di lavoro, dicendo che nella nostra struttura privata sono liberi di crescere e acquisiscono quel qualcosa in più che li fa tornare a casa con l’entusiasmo di vivere.

Nel libro Processo alla parola, Armando Verdiglione scrive: “La libertà di parola, come anche la libertà di ricerca e la libertà d’impresa, è qualcosa che contrasta nettamente con lo spirito di lottizzazione che, a proposito della scienza, dell’arte e della cultura, produce ostaggi per una disintellettualizzazione generale, dall’istituto pubblico all’istituto privato”.

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