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DISSIPIAMO IL PREGIUDIZIO SULLE CAPACITÀ TECNICHE DELLE DONNE

general manager, Marelli Ventilazione Srl

A proposito del tema di questo numero della rivista, che riguarda l’apporto delle donne all’impresa, che cosa può dirci a partire dalla sua esperienza in un settore come il vostro, il metalmeccanico, storicamente maschile, come tanti settori in cui prevalgono le competenze tecniche?

Questo era vero fino a qualche anno fa e, soprattutto, se circoscriviamo il discorso ai reparti produttivi. Nelle altre funzioni, invece, notiamo che  le donne sono sempre più numerose nelle aziende meccaniche in genere e non soltanto nei classici ruoli di addette o responsabili degli aspetti amministrativi. Nella nostra stessa azienda una donna è responsabile dell’ufficio acquisti, un’altra del marketing e del back office commerciale, abbiamo anche avuto una disegnatrice come stagista nell’ufficio tecnico e, da un anno, abbiamo una donna in produzione, che svolge il suo lavoro con serietà e precisione e con cui gli uomini hanno dovuto confrontarsi. È un caso singolare: quando l’ho incontrata faceva le pulizie per varie ditte e lavorava per un numero imprecisato di ore al giorno perché doveva mantenere il figlio agli studi, considerando che viveva in Italia da sola con lui. Madre esemplare, niente da dire, ma così facendo non aveva neanche un giorno di ferie pagato e tornava a casa solo verso sera. Allora, le ho proposto di provare a lavorare nella nostra fabbrica di ventilatori industriali e lei ha accettato la sfida. All’inizio ha dovuto affrontare la diffidenza dei colleghi, molti dei quali stranieri, che per un loro retaggio culturale non riuscivano a concepire che una donna potesse svolgere le loro stesse mansioni: nei loro paesi le donne sono casalinghe o svolgono man sioni tipicamente femminili. Forse,  avevano anche il timore di fare brutta figura davanti a una donna, cosa che è inconcepibile per una cultura patriarcale dove l’uomo rappresenta il capo indiscusso. Poi, però, man mano che lei dava prova di abilità e precisione, i pregiudizi facevano strada all’ammirazione e i colleghi sono giunti a sentirsi persino stimolati all’emulazione verso quella signora, che ora è a pieno titolo una componente della squadra. Anzi, è divenuta quasi un riferimento, almeno per quanto riguarda le chiacchiere: mentre prima in produzione si parlava al massimo di calcio, oggi lei tiene banco su qualsiasi argomento, in pratica, fa team building senza saperlo, tiene unita la squadra e contribuisce a mantenere un approccio costruttivo. Inoltre, lei è molto felice perché, oltre a sentirsi valorizzata, finalmente riesce a tornare a casa presto e a organizzare periodi di ferie per stare di più con il figlio.

Se le donne provenienti da altri paesi intendono che possono lavorare anche nelle aziende manifatturiere, anziché soltanto nel settore dell’assistenza agli anziani e delle pulizie, forse può essere una risposta alla carenza di manodopera che sta diventando un limite per lo sviluppo nel nostro paese…

Infatti. Comunque, i pregiudizi che tenevano lontane le donne dalla tecnica si stanno man mano dileguando, anche grazie al sostegno che sta arrivando da più parti alla promozione di corsi di istruzione superiore e universitaria nelle materie STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) per le ragazze: sia l’Unione europea sia il Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) italiano portano avanti diverse iniziative e bandi per agevolare l’accesso delle donne all’ambito di studio e di lavoro STEM, ma molto fanno anche le aziende, che in Italia  portano avanti iniziative specifiche dedicate alle donne con un percorso di studi o una carriera nelle materie STEM. Sono attività indispensabili, se pensiamo che, secondo il rapporto Istat 2024, solo il 16,8% delle ragazze tra i 25 e i 34 anni possiede una laurea in materie scientifiche, rispetto al 37% dei ragazzi.

Noi stiamo facendo la nostra parte, contribuendo a dissipare i pregiudizi verso le capacità delle donne di lavorare e di eccellere in ambito tecnico, che fino a qualche anno fa erano la regola. Per esempio, oggi nessuno si rifiuta più di condurre trattative con la nostra responsabile dell’ufficio acquisti o con quella del back office commerciale soltanto perché è una donna, anzi, le nostre collaboratrici sono molto apprezzate dai fornitori e dai clienti per serietà e competenza, oltre che per la loro cortesia e per la loro capacità di conversare di argomenti non necessariamente legati alla definizione dell’accordo commerciale, che è sempre un effetto dell’incontro, non un suo fine. E loro stesse trovano soddisfazione in questo lavoro, anche se all’inizio hanno dovuto compiere qualche sforzo in più perché non avevano esperienza nel settore e non è facile redigere un’offerta commerciale di prodotti tecnici se non si hanno le competenze specifiche. Tuttavia, con impegno e costanza, sono riuscite ad acquisire la preparazione necessaria e ora si confrontano con gli interlocutori con grande sicurezza. Anche quando mi reco presso gli stabilimenti dei grandi gruppi industriali nostri clienti, constato che il numero delle donne a capo di funzioni tecniche è molto aumentato e ormai non ci sono più le signore messe lì a fare “bella presenza”, ma donne che hanno il loro peso e dicono cose che hanno i loro effetti. Per questo ritengo quasi umiliante imporre le quote rosa: la capacità, il talento, l’ingegno devono essere valorizzati a prescindere dal genere di chi li esercita, sono di ciascuno, e ciascuno può avere un talento piuttosto che un altro, indipendentemente dal fatto che sia uomo o donna.

Un’imprenditrice che ha un’azienda edile in Svizzera mi riferisce che purtroppo alcuni clienti e fornitori si rifiutano di confrontarsi con lei e chiedono di parlare con il fratello, con il pretesto che “le donne si permettono di reagire in un modo che esula dal mondo degli  affari”. Incredibile, questo accade nella civilissima Svizzera…

Noi abbiamo molti collaboratori provenienti da paesi dell’Est che arrivano qui con la loro mentalità, secondo cui la donna deve stare a casa,  proprio come pensavano i nostri nonni cinquant’anni fa, perché è considerata “una cosa in più”, un oggetto che può essere spostato o rimosso a proprio piacimento. Però, poi, se una donna dà prova del contrario, com’è accaduto per la signora che lavora da noi in produzione, gli uomini ne prendono atto e si mettono in riga. Comunque, è la donna in primis che deve prendere atto di essere pari all’uomo e deve darsi da fare come ciascuno, altro che quote rosa. Poi sicuramente le donne provenienti da paesi in cui vige ancora la discriminazione hanno uno scoglio in più da superare. Però non è detto che non siano consapevoli del proprio valore. Io ho vissuto la mia infanzia in campagna e ho constatato che erano le donne a gestire la famiglia, quindi i soldi, i beni e tutto ciò che doveva essere amministrato. Poi, è ovvio che alcuni lavori richiedevano una maggiore forza fisica, quindi erano di pertinenza dell’uomo, ma oggi non esistono attività che non possano svolgere le donne, perché quelle più faticose e ripetitive sono automatizzate. La tecnologia ormai ha reso leggeri anche i cosiddetti mezzi pesanti, per cui le donne sono in grado perfettamente di guidare camion, autobus e anche trattori. Lo stesso vale per lo sport: per esempio, nel Verona Chapter di cui sono direttore, un’associazione per i proprietari e gli appassionati di Harley-Davidson, ci sono molte donne e nessuno si sognerebbe di affermare che non siano  pari agli uomini nelle capacità di guida della motocicletta.

Lei diceva che ha vissuto in campagna. Dove di preciso?

Sono nato a Soave e, se potessi scegliere, ci vivrei ancora, ma la mia famiglia preferisce abitare in città, che sicuramente offre maggiori opportunità, soprattutto ai nostri due figli. La mia casa dell’infanzia è proprio dentro le mura del castello, ma quella in cui mi piacerebbe abitare è in piena campagna, immersa nel silenzio e nella pace dei vigneti da cui nasce uno dei vini più famosi al mondo. Tra l’altro, l’Unesco ha riconosciuto Soave come patrimonio mondiale di cultura, agricoltura e sostenibilità. È un riconoscimento frutto anche del lavoro delle giovani generazioni di agricoltori che, per fortuna, sono molto diverse da quelle che incontravo quando ero ragazzino: pensavano soltanto ad accumulare campi e non si curavano del decoro delle proprie case, che avevano ancora il pavimento in terra battuta, né dell’abbigliamento o del nutrimento. Andavo a giocare con i miei amici nelle loro grandi corti che diventavano campo da calcio e poi, nelle pause, la loro mamma ci preparava il tè: un filtro doveva bastare per un pentolone d’acqua che veniva distribuito a tutti i bambini, e non era raro che lo stesso filtro venisse usato anche il giorno dopo. Facevano il bagno in una vasca che riempivano con le tinozze, come quando non c’era ancora l’acqua corrente, e s’immergevano a turno sempre nella stessa acqua, per cui si diceva che “l’ultimo faceva i fanghi”. Stiamo parlando degli anni ottanta e novanta, non di cento anni fa, e parliamo di famiglie che possedevano campi per un valore di un miliardo di vecchie lire. Addirittura, mio nonno un giorno mi fece notare che alcuni di questi grossi proprietari terrieri, dopo la messa, andavano davanti alla pasticceria posta di fronte alla chiesa per godere della vista di chi gustava i pasticcini all’interno del negozio. Anche le merende che i loro figli portavano a scuola non smentivano lo stile della famiglia: panino con lo sgombro, che al mattino non era proprio l’ideale, o con la soppressa, rigorosamente fatta in casa, mentre noi mangiavamo le merendine. Comunque, quando andavamo a casa loro, erano molto ospitali, non avevano la Coca-Cola, ma ci offrivano quello che mangiavano e bevevano loro, magari rischiavano di offrirci un bicchiere di vino, se non il tè “stagionato”.

Oggi, come dicevo, le nuove leve per fortuna hanno tutt’altro approccio, sono ispirate dalla bellezza che sprigiona dal nostro patrimonio e organizzano eventi per attirare visitatori, tenendo le cantine aperte durante il fine settimana, ospitando turisti nei B&B e mantenendo un decoro urbano degno del contesto storico, culturale ed enogastronomico in cui vivono. E le donne in questa direzione, verso la valorizzazione del bello, hanno sempre una parte importante.

 

 

 

 

 

 

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