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GLI ITS: UN VERO AFFARE PER GLI IMPRENDITORI

presidente dell’Associazione Politecnica ITS Emilia-Romagna

L’Associazione Scuola Politecnica ITS Emilia-Romagna, di cui lei è presidente, riunisce i sette ITS Academy della nostra regione, nati con l’obiettivo di realizzare percorsi formativi altamente specializzanti per giovani diplomati.

Il 10 settembre 2011, il nostro magazine contribuì all’organizzazione del convegno di presentazione del primo corso ITS di alta specializzazione nella meccanica con un intervento del filosofo Carlo Sini, che spezzò una lancia a favore della tecnica, in un momento in cui l’orientamento scolastico guardava con sospetto ai mestieri che richiedono l’uso della mano. Questo pregiudizio esiste ancora oggi?

È ancora un grosso problema, per tante ragioni, soprattutto perché oggi con la tecnologia, oltre che con la tecnica, viviamo tutti i giorni. Ma è un problema che risale agli albori della civiltà, se pensiamo, per esempio, a eserciti potentissimi come quello egiziano, sconfitti da popolazioni considerate barbare, che però avevano trovato un materiale più resistente del bronzo: il ferro. Lo stesso vale per tutti i grandi passaggi tecnologici: l’energia del vapore, il motore a combustione interna, l’energia elettrica, quella nucleare, quella solare. Tutte trasformazioni che hanno aiutato le persone a realizzarsi e, spesso, hanno determinato gli stessi modelli sociali. Per questo considero grave mettere la tecnica in secondo piano. L’umanità ha conosciuto democrazie, dittature, movimenti religiosi, regimi militari, repubbliche, monarchie, in un avvicendarsi continuo. Ma che cosa rimane alla base della civiltà? È l’evoluzione tecnologica a incidere profondamente sulle questioni umane e sociali.

Per fortuna, ci sono segnali molto incoraggianti in questa direzione, e gli ITS sono uno di questi. In Italia siamo arrivati dopo tedeschi, svizzeri e francesi, ma, dopo sedici anni, possiamo finalmente dire che hanno funzionato, perché, a un anno dal diploma, circa il 90% dei ragazzi viene inserito con contratti solidi in aziende che offrono una prospettiva nel settore di elezione e il restante 10% prosegue gli studi all’università. Ragazzi e ragazze entrano negli ITS affermando: “Voglio studiare queste materie, voglio sviluppare queste competenze, credo di poter dare un contributo in questo percorso” e trovano davvero quella collocazione. In Emilia-Romagna, poi, questo legame è particolarmente diretto con il sistema manifatturiero. Ed è un segnale estremamente incoraggiante.

Rimane tuttavia la necessità che, con risultati come quelli ottenuti, il percorso ITS sia promosso non soltanto verso i giovani, le scuole e le famiglie, ma sempre di più anche verso le imprese. A maggior ragione perché l’ITS è un vero e proprio “affare” per l’imprenditore, e non soltanto per la grande impresa, ma anche per la piccola e la media, perché i ragazzi e le ragazze che li frequentano sono gli “applicativi intelligenti”. In questi anni hanno dimostrato di rappresentare l’anello mancante all’interno di un’azienda produttiva, sanno tradurre le idee in processi pragmatici, lavorano sui metodi, cercano di ottimizzare tempi e marginalità, migliorano gli standard, non si arrendono di fronte alle difficoltà e mantengono un collegamento diretto con la parte creativa e progettuale.

Tra gli anni novanta e il 2010, nella nostra manifattura – e più in generale nella cultura italiana – si è affermata una narrazione che ha relegato gli istituti tecnici e professionali a scuole di serie B, se non di serie C: si è diffusa l’idea che produrre non fosse più affar nostro, ma della Cina e di altri paesi orientali, come se bastasse stare seduti su un divano a comprare, vendere o cercare altrove le soluzioni. In realtà non è così. E abbiamo perso vent’anni nel far comprendere alla società l’importanza non tanto del perito tecnico di una volta, quanto dell’applicazione intelligente: di quelle figure che hanno davvero la capacità di fare la differenza. Un’azienda non funziona soltanto con il datore di lavoro e neppure soltanto con gli ingegneri. C’è bisogno di ciascuno: collaboratori, operatori, pro- fessionalità produttive. Ma i tecnici intermedi rappresentano una chiave indispensabile.

E ne stiamo avendo prova: molti dei nostri diplomati sono diventati capi reparto, altri ricoprono funzioni apicali di processo e, forse, proprio fra questi ragazzi potremmo trovare i futuri imprenditori, persino più facilmente che in altri percorsi universitari, perché nell’ITS c’è una naturale predisposizione all’intraprendenza e all’applicazione pragmatica. E questo è importante perché l’inverno demografico non riguarda soltanto alcune categorie professionali, non mancano soltanto docenti o impiegati, rischiano di mancare anche gli imprenditori.

Negli ultimi trent’anni la narra- zione culturale, almeno in Italia, è stata questa: “Sei bravo? Continua a studiare, così diventerai un manager importante in una grande azienda”. È il racconto secondo cui il “piccolo non è più bello”, e lo abbiamo sentito fin dagli anni ottanta. Se però guardiamo oggi l’Emilia-Romagna, con circa 400.000 imprese e oltre due milioni di occupati, è evidente che quella visione non si è realizzata. Per trent’anni ai ragazzi più capaci nessuno ha detto: “Studia, perché un giorno guiderai la tua impresa”. È chiaro, allora, che molti giovani, dopo aver investito anni nello studio con il sostegno delle famiglie, cerchino quelle grandi aziende che in Italia non esistono e quindi finiscano per trasferirsi all’estero. Naturalmente le ragioni della fuga dei laureati sono molte, ma questa rappresenta un tassello importante.

Le nostre aziende di eccellenza raramente sono giganti. E forse è giu- sto così, perché la conformazione culturale italiana è diversa. Duemila anni di storia, l’alternarsi di quattro stagioni, una continua varietà di situazioni ci hanno abituato al cambiamento. Cambiamo abitudini quattro volte all’anno, per tutta la vita, e questo per noi è normale. Anzi, que- sta “normalità del cambiamento” è una delle cose più preziose di cui un essere umano possa avere esperienza. In Italia la differenza e la varietà sono costanti, per questo una grande multinazionale, che produce in modo standardizzato, spesso fatica a trova- re qui il proprio ambiente ideale. Al contrario, la nostra normalità è fatta di aziende piccole che ogni anno modificano un prodotto, rispondono a richieste nuove dei clienti, reinven- tano continuamente soluzioni. Per quale motivo dovremmo sostenere che il modello ideale sia quello della grande azienda standardizzata? È una narrazione piena di buchi.

Oggi ho cinquantasette anni, sono ingegnere da molto tempo e faccio impresa da sempre. Opero nella piccola e media impresa, tra carpenteria meccanica, costruzione di macchine automatiche nella Packaging Valley e cartotecnica. Le cinque aziende in cui lavoro occupano complessivamente circa centoventi collaboratori e sviluppano un fatturato di 17-18 milioni di euro. In ciascuna ci sono altri soci, e anche questo è un tratto tipico dell’impresa emiliana. Sono aziende di venti, trenta, quaranta o cinquanta persone. È proprio in queste dimensioni che si possono sviluppare prodotti che lo standard non realizza, ed è qui che emerge il grande valore dell’impresa italiana: l’intelligenza diffusa, dal datore di lavoro fino all’ultimo collaboratore, la capacità di cambiare continuamente, di adattarsi e d’innovare.

Queste radici di complessità, di arte e d’invenzione le troviamo nel rinascimento…

Il rinascimento è uno dei momenti più straordinari della nostra storia, ma credo che la normalità della differenza e della varietà abbia sempre fatto parte della nostra cultura, e per questo crescere in Italia è davvero un dono.

Il tentativo di convertire le imprese del nostro paese verso l’omologazione c’è sempre stato, soprattutto quando, fin dalle scuole medie, c’era la tendenza a orientare i ragazzi verso mestieri in cui “non ci si sporca le mani”. I ragazzi degli ITS rappresentano la risposta a questa deriva, diventando ambasciatori della manifattura e dell’intelligenza della mano…

Anche il vicepresidente della Regione, Vincenzo Colla, cita spesso l’espressione “intelligenza delle mani”, riprendendo Maria Montessori, Tullio De Mauro e Don Bosco. È proprio questa una delle grandi fortune dell’Italia: mettere continuamente all’opera cervello, mani e cuore. Se uno solo di questi elementi viene meno, è difficile raggiungere l’eccellenza. Lo vediamo anche nella formazione: un ragazzo che riesce a esercitarsi nella pratica prendendo spunto da ciò che ha imparato in aula, quando torna a scuola gli in- segnanti notano subito un miglioramento: nelle prove scritte, negli orali, nella capacità di ragionamento. L’intelligenza delle mani ha un va- lore enorme. In sedici anni abbiamo visto ragazze e ragazzi trasformarsi profondamente, non solo nelle com- petenze, ma anche nell’approccio alla vita. Naturalmente trasmettiamo co- noscenze, ma soprattutto ragioniamo insieme a loro.

È molto interessante. Tra l’altro questo numero della rivista s’intitola proprio La mano dell’arte e dell’invenzione…

La creatività è un tema affascinante. Se mi chiedono quanti numeri esistono fra zero e infinito, rispondo: infiniti. Ma se mi chiedono quanti numeri esistono nell’intervallo fra zero e uno, la risposta è ancora la stessa: infiniti. Anche nello spazio più piccolo esisto- no infinite opportunità di creatività. E quando parlo di creatività non penso soltanto alla moda o all’arte, ma anche agli ingegneri che progettano una Formula 1, agli informatici, a chi lavora nell’alimentare, nella logistica, nell’energia. Ma l’idea, da sola, non basta, deve convivere con chi la rende applicabile. I ragazzi degli ITS sono “applicativi” in questo senso, cercano di ottenere il massimo da ciò che esiste, traducendo un’idea in qualcosa di pragmatico.

Vorrei però aggiungere un tema che mi sta molto a cuore: l’interesse ancora troppo basso delle ragazze verso le materie Stem. Se la tecnica è stata considerata per decenni una scelta di serie B o C per i ragazzi, immaginiamo cos’è successo nel mondo femminile. Quando penso che in alcuni paesi le studentesse rappresentano la maggioranza degli iscritti alle discipline Stem, mi domando perché in Italia non accada lo stesso. Inoltre, così come abbiamo sostenuto che le materie umanistiche dovessero riguardare la formazione di ciascuno, non soltanto dei liceali, ma anche degli studenti tecnici e professionali, perché non abbiamo fatto il percorso inverso, offrendo agli studenti dei licei almeno un’esperienza di laboratorio, di officina, di processo produttivo? È stata una scelta culturale, che oggi ci presenta il conto.

Che cosa risponde agli imprenditori che le chiedono perché scommettere negli ITS?

Portate i ragazzi e le ragazze degli ITS dentro le vostre aziende perché con loro farete business. In sedici anni abbiamo verificato che fanno aumentare la produttività delle im- prese. Questi giovani introducono strumenti di intelligenza artificiale, utilizzano tecnologie digitali, sfruttano applicazioni che magari i responsabili più esperti non conoscono ancora. I diplomati ITS sono come piccoli acceleratori, veri e propri enzimi applicativi che consentono alle imprese di utilizzare meglio processi, tecnologie e strumenti, anche a parità di prodotto. E dobbiamo ricordare che oggi le aziende italiane competo- no ogni giorno sul mercato mondiale, non con il concorrente che si trova a trenta chilometri di distanza. Quel tempo è finito da molti anni.

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