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IL LAVORO E IL CAPITALE FRA ECONOMIA E SIMBOLICO

professore ordinario di Estetica all’Università di Salerno, visiting professor alla Yale University

Ringrazio per l’invito a questo convegno, Gioco e lavoro: l’impresa e il suo valore (Confindustria Emilia, Modena, 27 febbraio 2026), che prende spunto dalla seconda edizione del libro di Jean-Joseph Goux, Freud, Marx. Economia e simbolico (Spirali), un testo degli anni settanta che emerge da una stagione ricca di elaborazioni teoriche che oggi definiremmo “interdisciplinari”. All’epoca questa parola, una scatola vuota nell’uso che se ne fa oggi, si riferiva a una interdisciplinarità praticata, anche perché veniva da un contesto di elaborazione teorica che aveva l’ambizione di avere una ricaduta sociale, politica.

Questo libro ci rimanda a una stagione che ha rappresentato l’ultimo momento in cui la filosofia e le scienze umane ambivano a fondarsi su
un’epistemologia e una metodologia di tipo scientifico, prospettiva che oggi è stata abbondantemente superata, anche per le critiche del mio
maestro, Jacques Derrida. Ma l’idea di dovere risvegliare quell’ambizione, non nei contenuti, ma nello spirito, cioè di ritornare a porre questioni epistemologiche e quindi di restituire un quadro scientifico alle scienze umane – di cui fa parte anche l’economia, nonostante la matematizzazione imperante – è qualcosa che condivido pienamente. La stagione di cui stiamo parlando e dalla quale emerge il libro di Goux è la stagione dello strutturalismo. Lo strutturalismo francese degli anni sessanta si costituisce attraverso l’elaborazione teorica dell’eredità del linguista Ferdinand de Saussure. Il suo Corso di linguistica generale, pubblicato nel 1927 dai suoi allievi, costituisce una prima concezione non metafisica del linguaggio e propone un metodo che si può estendere dallo studio della lingua allo studio di tutti i sistemi simbolici, metodo che poi Goux rielabora a modo suo. Negli anni sessanta, questa prospettiva viene elaborata in ambito marxista da parte di Louis Althusser, fondatore di una scuola che si chiama “marxismo scientifico”, opposto al marxismo umanistico di matrice lukacsiana a livello internazionale, mentre per noi italiani rinviava soprattutto a Gramsci. Ma anche nell’ambito della psicanalisi francese, Jacques Lacan – purtroppo popolarizzato in Italia in maniera piuttosto banale – è il grande interprete della psicanalisi nell’orizzonte dello strutturalismo
francese: egli afferma che l’inconscio è strutturato come un linguaggio e quindi possiamo utilizzare il metodo delle scienze strutturali derivato
dallo studio del linguaggio allo studio della psiche. Lacan non si riferisce direttamente a Saussure ma a Roman Jakobson, che è studioso di
Saussure proveniente dall’Opojaz, dal costruttivismo russo. Proprio marxismo e psicanalisi costituiscono il binomio strutturalista che precorre e giustifica quello che farà Goux. Ma Goux è anche contemporaneo di Derrida, il filosofo che criticherà le tesi fondamentali dello strutturalismo aprendo la strada al cosiddetto “post-strutturalismo”. Il testo di Goux sta proprio su questa frontiera che dal punto di vista storico è la frontiera tra strutturalismo e post-strutturalismo. Lo strutturalismo di Lèvi-Strauss, Barthes, Lacan e Althusser sembrava aver guadagnato alle scienze umane uno statuto propriamente scientifico, perché, come detto, questo modello diventava esportabile in tutti gli ambiti della cultura e della società – letteratura, arte, teatro, e così via –, dimostrando così la sua efficacia e coerenza. Nel frattempo, però, i giovani che seguono Roland Barthes, cioè Foucault, Deleuze, Lyotard, Derrida e Goux – che è rimasto un po’ nell’ombra, quindi è ancora più meritoria l’idea di riportarlo alla luce in questo momento – sono un po’ più “anni settanta”, vogliono utilizzare queste categorie non solo per trasformare il campo epistemologico dei saperi, ma anche per intervenire direttamente nella società. Sono pensatori radicali, i più radicali che probabilmente siano emersi nel secondo dopoguerra.

La posizione di Jean-Joseph Goux, dicevo, è esattamente sulla frontiera. Leggendo il libro mi è parso evidente che, da un lato, egli recupera la
lezione dello strutturalismo, e anzi potremmo dire che la declina in un modo originale, facendo di Marx il teorico dei sistemi simbolici, e
quindi, paradossalmente, facendo diventare Saussure un momento all’interno di una teoria più generale del valore simbolico, che sarebbe stata elaborata da Marx. Di fatto, Goux deduce in modo efficace e originale una teoria generale del valore simbolico dalla genesi della moneta quale “equivalente generale”, che Marx ricostruisce nel primo libro de Il capitale: il modo in cui le società occidentali sono arrivate a costituire l’equivalente generale equivale al processo d’astrazione ideale, che è la condizione strutturale di qualsiasi produzione simbolica. Questo è sicuramente l’elemento più interessante del lavoro di Goux, il quale rileva in Marx un lavoro di decostruzione genealogica ante litteram, descrivendo il processo storico con cui si è arrivati dal baratto – da quello che Marx chiama “scambio naturale” – a produrre un equivalente generale per regolare gli scambi economici. Non solo, quello che giustamente, rispetto a Saussure e allo strutturalismo, Goux mette in evidenza attraverso la lettura di Marx è proprio la storicità del processo di astrazione che ha portato da un rapporto di scambio basato sul baratto – in cui quindi il valore veniva stabilito di volta in volta a seconda della disponibilità di merci da un lato e dall’altro – a stabilire un termine di misura che potesse valere per tutte le merci: la moneta. Il che evidentemente è una condizione di vantaggio, in quanto permette di regolamentare tutti i processi di scambio. Tenete conto che per Goux questo processo avviene anche a livello psichico, a livello sociale e a livello culturale in generale. Però, ciò che Marx mette in evidenza è che, ad un certo punto del processo, l’equivalente generale, per
da i processi di scambio. In questo quadro, secondo Goux, emerge l’opposizione capitale-lavoro, che non vuol dire necessariamente conflitto:
infatti, dobbiamo pensare l’opposi zione innanzitutto in termini logico-formali, perché stiamo parlando comunque di un autore, Marx, che è un dialettico, che eredita la dialettica idealistica di Hegel e la vuole rovesciare, vuole proporre una dialettica materialistica: attraverso la ricostruzione genealogica, intende risalire, o meglio, ritornare dall’astrazione ideale alle condizioni materiali della produzione che ha reso possibile che arrivasse Jacques Derrida per smontarla, allora è possibile interpretarne diversamente le condizioni e i possibili esiti anche nell’orizzonte dei processi economici. La dialettica infatti è una macchina che funziona per opposizioni gerarchicamente organizzate, non per opposizioni simmetriche. C’è un’opposizione, ma non una simmetria tra i termini opposti. La dialettica idealistica, quella alla quale si oppone Marx, quella hegeliana, ma potremmo dire già platonica, mette un valore, quello di “identità”, da una parte, opposto a “differenza”. Ma l’identità è idealizzata, sta sopra rispetto poter funzionare, non tanto dal punto di vista economico, ma dal punto di vista giuridico e politico, deve essere ipostatizzato, diventando così, paradossalmente, tanto il valore che regola la possibilità degli scambi quanto e allo stesso tempo
un’eccezione rispetto al regime di scambio – diventa cioè un valore assoluto, incondizionato. In una prospettiva psicanalitica questo valore
assoluto diventerà il “fallo” – ma ne parlerà Sergio Dalla Val –, mentre nel processo economico diventerà il “capitale”; ovvero, quello che era la misura del valore, la moneta, diventa anche il valore dei valori, quello che assolutamente comanda i processi di scambio. In questo quadro, secondo Goux, emerge l’opposizione capitale-lavoro, che non vuol dire necessariamente conflitto: infatti, dobbiamo pensare l’opposizione innanzitutto in termini logico-formali, perché stiamo parlando comunque di un autore, Marx, che è un dialettico, che eredita la dialettica idealistica di Hegel e la vuole rovesciare, vuole proporre una dialettica materialistica: attraverso la ricostruzione genealogica, intende risalire, o meglio, ritornare dall’astrazione ideale alle condizioni materiali della produzione che ha reso possibile quell’astrazione, dimostrandone così la relatività storica.

Goux su questo ha assolutamente ragione e sono contento di averlo letto, perché è un’operazione decostruttiva ante litteram, cioè è attraverso la genealogia che ci rendiamo conto del perché alla fine emerge la contraddizione, e cioè del fatto che il problema non è insito nello scambio, ma nell’ipostatizzazione del valore capitale. Se intendiamo l’opposizione capitale-lavoro innanzitutto nei termini logico-formali della dialettica, cioè di un sistema di pensiero che è una macchina straordinaria, forse la macchina logica più complessa inventata dall’uomo, almeno prima che arrivasse Jacques Derrida per smontarla, allora è possibile interpretarne diversamente le condizioni e i possibili esiti anche nell’orizzonte dei processi economici. La dialettica infatti è una macchina che funziona per opposizioni gerarchicamente organizzate, non per opposizioni simmetriche. C’è un’opposizione, ma non una simmetria tra i termini opposti. La dialettica idealistica, quella alla quale si oppone Marx, quella hegeliana, ma potremmo dire già platonica, mette un valore, quello di “identità”, da una parte, opposto a “differenza”. Ma l’identità è idealizzata, sta sopra rispetto alla differenza: l’ideale sta sopra il sensibile, è opposto, ma è gerarchicamente superiore. Qual è la finalità del processo della dialettica? Metabolizzare l’Altro e ridurlo a momento subordinato di una totalità più ampia. Tenete conto che questa macchina dialettica funziona perfettamente nel descrivere la genesi della forma Stato, nota in Hegel come “dialettica del riconoscimento” o “dialettica servo-padrone”. Marx vuole opporre a questa dialettica idealistica una dialettica materialista fondata cioè sull’alterità dei processi storici rispetto alla fissità dell’idealità. La dialettica servo-padrone, che Hegel descrive ne La fenomenologia dello spirito, funziona proprio così: il padrone, a un certo punto, ha bisogno di essere riconosciuto dal servo, perché altrimenti, se il padrone elimina il servo, rimane padrone, ma padrone di che? E quindi quest’ultimo deve a sua volta riconoscere il servo. Quindi dalla società feudale si arriva allo Stato, e cioè a un’istituzione terza che regola i rapporti tra servo e padrone, perché altrimenti si sopprimerebbero l’un l’altro. Marx vuole rovesciare questa dialettica, e anche Goux vuole rovesciarla. Goux stava cercando di utilizzare Freud, Nietzsche e Derrida per rilanciare la critica materialistica alla dialettica hegeliana, che in quegli anni vuol dire anche la critica della genesi e della struttura dello Stato. Goux, vicino al gruppo “Tel Quel”, con il quale Derrida romperà brutalmente nel corso di una famosa discussione pubblicata con il titolo Posizioni, aveva ambizioni rivoluzionarie. Ma perché dico che Goux sta sul crinale? Perché usa Derrida. Tenete conto che il testo fondamentale di Derrida, Della grammatologia, è del 1967, mentre questo libro di Goux è del 1973. Derrida è una specie di bomba che cade nell’accademia francese, pubblica quattro o cinque libri nel giro di tre anni (di cui uno sulla fenomenologia e un altro sulla linguistica), è qualcosa di assolutamente nuovo e radicale e Goux ne fa uso, perché lo stesso Derrida fa vedere che la logica della produzione simbolica è stata finora pensata su basi metafisiche che privilegiano un significato trascendentale, assoluto e incondizionato, lo stesso de Il capitale, come Goux mette in evidenza. Ovvero, il linguaggio è stato determinato pensando che lo scambio linguistico sia ordinato al valore “significato”, presupponendo che ci sia un significato di per sé costituito e indipendente dallo scambio, dalla relazione linguistica. Derrida dimostra, leggendo Saussure contro gli strutturalisti, che non funziona così. Nel 1965, a poco più di trent’anni, viene invitato anche lui a un convegno a Baltimora che nella storia della filosofia contemporanea è considerato come il momento in cui inizia la “French theory” negli Stati Uniti, cioè il fatto che le università americane cominciano a chiamare questi giovani all’avanguardia nelle loro università, cosa di cui ho beneficiato anch’io, che sono stato chiamato a Yale in quanto allievo di Derrida. Lui va lì a trent’anni, con tutti gli strutturalisti, compreso Lévi-Strauss e Barthes, che celebrano il successo dello strutturalismo, e dice: “Voi non state facendo scienza, state facendo metafisica”.

Secondo me Goux questo non lo ha colto, perché la questione fondamentale di Derrida è che, attraverso la dialettica (anche lui è un pensatore della dialettica), in realtà è possibile pensare le condizioni di possibilità di costituzione dell’opposizione prima che si stabilizzi l’opposizione che prelude alla contraddizione. Per Hegel è fondamentale pensare in termini oppositivi perché poi la contraddizione implica inevitabilmente una soluzione: se c’è conflitto nel senso della contraddizione, uno o l’altro dei termini deve prevalere, che poi sia attraverso un movimento di integrazione e non un movimento di distruzione, questo è necessario al processo dialettico. Con un lavoro teoretico che è stato colto con un po’ di ritardo, in particolare da Rodolphe Gasché, anch’egli allievo di Derrida, Derrida ci fa vedere che, da un punto di vista formale, la possibilità dell’opposizione è la differenza, ma la differenza intesa come dinamica, non come differenza qualificata. Questa è una cosa che dice già Hegel perché, se pensiamo alla differenza come differenza qualificata, non stiamo pensando la differenza, stiamo pensando semplicemente ciò che distingue un’identità da un’altra, mentre ciò che rende possibile l’identità è una relazione di differenza. Quello che permette di pensare Derrida è che prima dell’opposizione, senza escludere l’opposizione come possibilità, i termini si costituiscono in relazione differenziale reciproca.

Questo che cosa vuol dire per noi? Se continuiamo a pensare l’opposizione capitale-lavoro in termini di conflitto, se continuiamo a pensare che lavoro e capitale da un punto di vista concettuale sono due cose diverse, di per sé costituite e indipendenti, possiamo al massimo arrivare alle conclusioni di questo bel convegno che dimostra che in Emilia-Romagna la piccola e media impresa c’è e funziona bene nel rapporto tra capitale e lavoro. Però, questo idillio non corrisponde alla realtà, sappiamo che l’opposizione capitale-lavoro sta vivendo tensioni estreme, anche per l’imprenditore, nel senso che la finanziarizzazione del capitale, la trasformazione del capitale produttivo in capitale speculativo penso che non faccia male solo ai lavoratori, ma anche agli imprenditori, che si devono in qualche modo agganciare allo speculatore per poter essere finanziati, per esempio. E quindi ci sono tensioni estreme, ancora più estreme se pensiamo alle cose che dice Marx riguardo al futuro del lavoro e a ciò che ci dicono oggi sull’intelligenza artificiale. Per me la questione è cominciare a pensare non solo che capitale e lavoro devono necessariamente interagire e collaborare per la reciproca sopravvivenza, perché un profitto senza lavoratori, un capitale in cui il lavoratore non ha un salario per acquistare per chi produce? E cosa produce? Beni di lusso per miliardari? Non sono così tanti da poter assorbire tutta la produzione. Ma pensare la differenza fra capitale e lavoro vuol dire innanzitutto pensare da un punto di vista teorico in che modo questa relazione costituisce i termini, un modo che può anche prevedere l’opposizione e il conflitto, ma non necessariamente, e pensare tale relazione nella consapevolezza che, se rimaniamo dentro il confitto, avremo quella situazione della dialettica servo-padrone in cui vince il più forte, con esiti che sul lungo termine saranno inevitabilmente negativi per entrambi i termini coinvolti. Per sfuggire a questa logica, che a livello internazionale sembra tradursi nell’affermarsi di un capitalismo “selvaggio”, senza regole, dobbiamo cominciare a pensare le molteplici relazioni differenziali attraverso cui capitale e lavoro si costituiscono reciprocamente producendo “valore”, un “valore” a questo punto davvero condiviso. Questo per dire in modo astratto quello che molti dei relatori hanno cercato di dire, raccontandoci esperienze positive che mettono insieme ricerca, tecnologia, progettualità complessa, che è un modo per pensare differentemente l’opposizione capitale-lavoro, senza l’illusione di poterla mai cancellare del tutto, ma interpretandola diversamente, sia teoricamente sia praticamente, mettendo in opera le differenze intese ora come condizione della produzione di “valore”.

Ripartire dal pensare, anche dal punto di vista teorico, come la differenza produce i termini e soprattutto dal pensare che l’opposizione è sì una delle possibilità della relazione differenziale, ma non la migliore sicuramente, questo è il contributo che la decostruzione può dare e che
secondo me Goux non aveva capito, perché rimane ancora nell’idea del rovesciamento, che non funziona perché, come diceva Heidegger, il
rovesciamento di una tesi metafisica è ancora una tesi metafisica. Ne riproduce la struttura formale, invertita, producendo ancora un’ipostasi
indimostrabile.

 

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