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IL NUOVO VOLTO DELL’INDUSTRIA

professore di Economia dello Sviluppo all’Università di Ferrara, responsabile scientifico dell’area Industria ed Europa di Nomisma

Molti anni fa, uno studente mi fece una domanda che all’apparenza sembrava semplice, ma che in realtà racchiudeva una questione essenziale: “Professore, che differenza c’è tra manifattura e industria?”. Gli risposi che la manifattura affonda le sue radici nel pensiero di Adam Smith, dove la divisione del lavoro rappresenta l’essenza della produzione artigianale. Nella Ricchezza delle Nazioni, Smith non attribuisce la genesi della ricchezza alla macchina, ma all’organizzazione del lavoro. La conoscenza dell’uomo, la sua padronanza delle fasi produttive, è centrale. In questo senso, la manifattura è l’evoluzione dell’artigiano: è ancora l’uomo, con le sue competenze, a essere al centro del processo.

L’industria, invece, nella mia risposta di allora, la facevo risalire a Karl Marx. Marx scrive Il Capitale e lo fa per analizzare un sistema in cui tutto si fonda sull’investimento, sul capitale, sul macchinario. L’industria, in quest’ottica, è il dominio della macchina, dell’automazione, della forza impersonale del capitale.

Ma oggi, a distanza di tempo, non risponderei più così. Perché l’industria, oggi, è molto più di investimento e macchinari. Franco Mosconi e io, come economisti industriali, per lungo tempo abbiamo considerato marginali aspetti come le materie prime, la logistica, la distribuzione. Per noi la produzione era la fabbrica, il cuore pulsante, mentre ciò che avveniva prima o dopo era quasi un contorno.

Ora non è più così. Oggi la produzione di un bene è un flusso continuo di conoscenza, che parte dalla materia prima e arriva fino alla grande distribuzione. E chi controlla questo flusso controlla il mercato. Pensiamo alla Tesla: non può essere fabbricata senza terre rare, fondamentali per le batterie; ma non può essere neppure consegnata senza avere il controllo dei trasporti, dei porti, del Canale di Suez, di Panama, e così via. Questo è il nuovo volto dell’industria: qualcosa di altamente integrato e complesso. E la manifattura, in questo contesto, è anch’essa diventata una realtà molto più articolata.

Ecco perché, quando parliamo di manifattura bolognese, non possiamo limitarci a celebrare le singole fabbriche – per quanto straordinarie: Marchesini, Alfa Sigma, Ducati, Lamborghini: veri gioielli. Ma oggi non bastano le eccellenze isolate. Conta il sistema. E il sistema non è più soltanto un distretto, è qualcosa di molto più interconnesso e dinamico.

E qui arriviamo al secondo punto, sollevato nell’intervento del vicepresidente della Regione, Vincenzo Colla: il rapporto tra pubblico e privato. Uno dei fenomeni più significativi degli ultimi anni è il ritorno dell’intervento pubblico nell’economia, a livello globale. Prendiamo il caso della Cina: per entrare nel WTO nel 2000 ha dovuto dichiararsi economia di mercato. Ma, attenzione: è un’economia di mercato a guida statale.

E quando oggi parliamo di dazi, dobbiamo ricordare che non sono nati ieri: i primi risalgono al 2018. Sono, a tutti gli effetti, interventi dello stato nell’economia. E questo è un punto cruciale. L’America, che aveva definito il Washington Consensus – quella triade di regole imposte ai paesi in via di sviluppo per accedere ai finanziamenti del Fondo Monetario: niente deficit spending, moneta forte, eliminazione di dazi e contingentamenti – è la stessa che oggi impone dazi. E non solo.

Nel 2022, Biden firma l’Inflation Reduction Act, un provvedimento nominalmente nato per combattere l’inflazione, ma che in realtà introduce aiuti di stato massicci per attrarre le imprese a produrre negli Stati Uniti. Parliamo di contributi fino al 38% a fondo perduto. Una misura che un’antitrust europea avrebbe bloccato all’istante. E ora, con il ritorno di Trump, i dazi tornano centrali.

Cosa ci dice tutto questo? Che oggi la competizione non è più tra singole imprese, ma tra grandi aree geo-economiche: Stati Uniti, Cina, Europa. Ma, attenzione: in questo contesto, l’Europa è assente. Non c’è una vera politica industriale europea. E questo non ci rassicura. Pensiamo al nostro packaging, dove le imprese esportano tra il 90 e il 92% della produzione; o all’automotive, con un 90%. Le nostre imprese vanno a competere con soggetti che sono fortemente sostenuti dai rispettivi stati. E noi? Siamo vincolati dall’articolo 107 del Trattato di Roma, che vieta gli aiuti di stato.

Per fortuna qualcosa si muove. Due documenti recenti vanno nella giusta direzione: il Chip Act del 2021 e il Documento strategico per la farmaceutica del 2023. Finalmente anche l’Europa. riconosce la necessità di sostenere l’industria.

Ed è qui che torniamo alla nostra definizione di industria. Un grande economista, Colin Clark, nel 1940 elaborò un modello che classificava lo sviluppo di un paese in base al peso dei settori produttivi: quanto più alto era il valore aggiunto e l’occupazione nel primario, tanto più il paese era arretrato. Il passaggio al secondario segnava l’avvio dello sviluppo, mentre il terziario rappresentava la modernità, l’efficienza. Questo schema ha funzionato per decenni. L’America ha circa l’82% nel terziario, l’Europa il 75%. Ma poi arriva un outsider: la Cina, che anni fa aveva il 43% nel secondario. E vince. Il che ci insegna una verità spesso ignorata: senza una forte base industriale, il resto vale poco. Il terziario è importante, certo, ma se il moltiplicatore è zero, anche la potenza è nulla.

Arriviamo così al nodo della tecnologia. L’industria è sempre stata qualcosa di più della semplice produzione. Per i greci, la techné non è l’arte del fare, ma l’arte del pensare. Noi immaginiamo l’artigiano con gli attrezzi in mano, ma il vero valore dell’artigiano è nel sapere comeù deve essere la libreria, prima ancora di tagliare il legno. Questo è il valore aggiunto. E oggi è la stessa cosa con l’intelligenza artificiale.

La domanda sull’impatto dell’IA sul lavoro umano è antica. Nel Quattrocento ci furono rivolte contro i mulini che toglievano il lavoro agli impannatori. Nell’Ottocento, l’economista David Ricardo scrisse a John Stuart Mill per capire perché i contadini bruciassero le mietitrebbie. Schumpeter lo sintetizzò così: “Non è il padrone della diligenza a introdurre le ferrovie”. Franco Mosconi legge questa frase come un inno alla necessità di dimensioni maggiori per innovare. Io la interpreto diversamente: il padrone della diligenza non farà mai la ferrovia, perché significherebbe distruggere il proprio mondo.

Questa è la “distruzione creatrice” di Schumpeter. Un’innovazione non migliora soltanto: cancella ciò che c’era prima. Il transistor ha spazzato via l’industria delle valvole. E questo costo non lo si considera mai, ma è cruciale. Non tutti gli imprenditori accolgono l’IA a braccia aperte: per molti significa perdere potere a favore di un programmatore ventenne.

Concludo con un’esperienza recente. Sei anni fa a Nomisma abbiamo avviato un osservatorio chiamato Controvento, per individuare le imprese che non solo vanno bene, ma vanno benissimo. Ho chiesto un report su Bologna e sulla provincia di Modena. A livello nazionale, le imprese Controvento sono il 6,1% del totale, ma generano il 10% del valore aggiunto. Nel comune di Bologna sono solo il 4%, meno di quanto mi aspettassi, ma producono il 13% del valore aggiunto. Nella provincia di Bologna sono ancora meno numerose, ma generano il 22%. Cosa vuol dire? Che sta emergendo una frattura: da una parte un nucleo di imprese eccellenti, con margini EBITDA del 30% per cinque anni consecutivi; dall’altra imprese che arrancano. Le statistiche, come alludeva Trilussa a proposito del “pollo a testa”, non servono più. Oggi la priorità è collegare la parte più lenta del sistema a quella che corre – e questo è possibile. Non possiamo salvare tutti, ma possiamo e dobbiamo allargare il controvento. E oggi, forse, abbiamo un po’ più di tempo per farlo.

 

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