L’Italia custodisce fra il 50 e il 70% del patrimonio artistico e culturale mondiale, con alcune stime che arrivano al 78%. Il nostro paese, con i
suoi monumenti e la bellezza dei suoi centri storici, testimonia come senza il privato non si giunga al caso come caso di qualità.
Ma il privato in Italia è inteso come nemico della collettività, del bene comune, del pubblico, perché sfugge al canone dell’uguale come canone del bene ideale. E sul dualismo fra privato e pubblico si esercitano le tecniche postmoderne della politica, con i suoi apparati, e del giornalismo, di quello mercenario in particolare. Lo slogan “il privato è politico”, coniato negli anni sessanta, nasceva da questa idea di privato, tentando di sancire la supremazia del pubblico, giunta oggi al controllo sociale minuzioso e pervasivo che criminalizza ciò che è privato, dunque prima di tutto anomalo, ovvero ineguale. L’idea del privato come male da estirpare nasce già con l’utopia del “radioso avvenire” della comunità degli uguali, per istituire l’economia della corruzione tramite la mentalità giustizialista, che dovrebbe assolvere al compito di prevenire e di redistribuire la ricchezza.
Nell’idea comune, il privato è contrapposto al superiore interesse pubblico, garante ideale del bene comune. In nome di questo bene, sempre
incorrotto, il privato è limitato e gravato da oneri e doveri, perché sempre e comunque corrotto, con effetti non marginali anche nell’interpretazione delle norme giuridiche.
L’idea comune di privato gli assegna il significato di intimo, di personale, di segreto di famiglia, confermando l’opposizione fra il vizio privato e la pubblica virtù. Eppure il privato sfata l’idea di segreto di famiglia. Esso procede dalla famiglia come modo dell’apertura, come proseguimento, che dissipa l’idea di conoscenza, base delle idee di rivelazione e di nascondimento su cui poggia il segreto. E la famiglia non è il luogo della lingua d’origine, come lingua naturale e innata, come lingua del sistema familiare, ma è ciò da cui procede il processo linguistico narrativo di ciascuno.
La cifrematica come scienza della parola constata come non s’instaura il privato senza la questione della parola e senza la questione linguistica. La caccia al privato incomincia con il tentativo di togliere l’esigenza, la prova, la proprietà e la specificità che sono linguistiche. L’esigenza come esigenza linguistica è ineliminabile: nonostante ogni contrarietà la parola non si lascia togliere, la scrittura è un’esigenza dell’itinerario. Lo provano, per esempio, gli scrittori che hanno redatto romanzi straordinari pur perseguitati da ogni regime: oggi sono entrati nella storia dell’umanità. E la prova non è eroica, non interviene come dimostrazione ma come prova pragmatica, concerne la prova di come ciò che si fa giunge a scriversi, per esempio nella formalizzazione di un contratto o nel bilancio dell’impresa.
Al privato come caso di valore non si giunge senza la proprietà, quella proprietà che nessuno può confiscare perché non concerne un avere o un essere, dunque non costituisce il narcisismo come proprietà del soggetto, perché è proprietà linguistica, proprietà del viaggio di ciascuno, come scrive Armando Verdiglione. Non essendo mentale o sostanziale, questa proprietà non è raggiunta dall’invidia sociale, non si lascia socializzare o condividere.
Facendo, quindi raccontando, interviene la specificità linguistica dell’esperienza, che esige l’investimento per una sua specificazione. Senza l’investimento l’impresa sarebbe ideale, senza progetto e senza programma: nessuna impresa si costituisce con il tabù dell’investimento. È ciò che accade negli apparati burocratici, in cui conta l’investitura. Ma l’investimento è già linguistico, perché interviene lungo la tensione della lingua del fare: con l’investimento, le cose che si fanno trovano la piega per compiersi. Il privato esige questo compimento, perché oltre questo compimento c’è la riuscita. E con la riuscita interviene il privato, con la sua ricchezza, a cui il pubblico stesso tende. Senza il privato non si stabilisce il caso come caso di valore.

