Skip to content
Menu

IL PRIVATO È MOTORE DELL’IMPRESA E DELLA CIVILTÀ

filosofo, già docente di Filosofia politica e Dottrina dello Stato, Università di Bologna

Parlando di privato, si parla anche di case e di edilizia e io, che sono stato anche assessore all’urbanistica, vorrei incominciare parlando di quella parentesi della mia vita. Bologna non è nata con la pianificazione, e non parlo della Bologna romana: i Romani non avevano molta fantasia, le loro città erano costruite sullo schema degli schieramenti militari, facendo un impianto ortogonale con due strade principali, il cardo e il decumano. Ma quando nacque Bologna, quando nacquero Assisi, Gubbio, Perugia, c’era forse un piano regolatore deciso da
un’amministrazione pubblica? Assolutamente no. L’invenzione della città radiocentrica come Bologna (città che ha un centro, poi i raggi
come di una bicicletta e le mura che chiudono) è un’invenzione privata. Un’invenzione di privati cittadini – non erano neanche cittadini, erano dei privati fuggiti dai castelli, dal servaggio rispetto al feudalesimo – che, trovata finalmente una zona libera, avevano deciso di rimanere. E si sono organizzati costruendo le città in quel modo, senza architetti, senza grandi progetti, ma come un unicum che, su scala mondiale, è straordinario. Ogni città medievale è riconoscibile nella sua identità, perché non ci sono standard, non ci sono piani regolatori: sorgevano con il fermento di quella gente che si sentiva libera, perché il motto che vigeva in quel periodo era: “L’aria della città ci rende liberi”. Questo era il privato, era non essere più schiavi del castello, non dover sottostare a tutta la gerarchia feudale e a tutti gli obblighi di quel mondo.

Eppure, prima che io arrivassi in Comune, a Bologna erano giunti al punto che un privato cittadino non aveva bisogno di incaricare un architetto, ma andava direttamente in Comune, dove riceveva il disegnino già pronto della piccola casa, secondo il modello sovietico: si stabilivano le altezze, la forma e il portichetto obbligatorio, con un’idea pubblica così invasiva che imponeva persino un modello architettonico.

Ma poi, più in generale, nella mia esperienza ho constatato che, mentre tutti i cittadini sono titolari di diritti (e i diritti devono essere protetti, tutelati e rispettati), il proprietario di un immobile è considerato un corruttore, uno che non ha un interesse, non ha un’idea, ha semplicemente dei soldi in tasca e vuole corrompere per ottenere dei vantaggi. Questo non è accettabile, giacché il diritto di proprietà, da John Locke in poi, è considerato il fondamento dell’azione dell’uomo. Aristotele stesso, in polemica con Platone, diceva chela proprietà è come la longa manus dell’uomo: l’uomo, oltre al suo corpo, allunga le mani e ha i beni che è riuscito a possedere. Quindi, la proprietà fa parte della sua identità e della sua capacità operativa.

Dunque, io tentai di inventare e praticare quella che si chiama urbanistica concertata, in cui l’amministrazione non propone, ma ascolta le proposte del proprietario, e anche quelle dei vicini e di tutti coloro che possono essere interessati, per raggiungere il meglio. E il meglio non sta scritto nei piani regolatori, perché i piani regolatori sono degli elefanti, sono obsoleti: anche quando sono fatti bene, non scadono mai.
Quarant’anni fa, la zona del Pilastro era stata stabilita come area agricola, anche se nessuno ci ha mai seminato niente. Ma noi, con varianti ai piani regolatori – che prevedevano l’agricoltura e si ostinavano a prevederla anche quando di fatto non era più realizzabile – concertando con i proprietari, abbiamo lasciato che venisse costruito l’Hotel Savoia Regency, che mi sembra una realtà non solo decorosa, ma un punto d’orgoglio per la città.

È inaccettabile che si pensi che i proprietari siano solo corruttori. Un signore qui a Bologna aveva il sacrosanto diritto di costruire venti appartamenti, già licenziati dalla vecchia amministrazione, in un edificio abbandonato vicino a via Indipendenza. Ma, approfittando della passione per la musica, l’ho convinto a fare una cosa per lui antieconomica: costruire il teatro Manzoni, anziché venti appartamenti che non avrebbero espresso il meglio invia Manzoni. Sono solo due esempi di come non sia accettabile che una parte di territorio debba avere una sola destinazione possibile e che quell’unica destinazione possa essere individuata soltanto da una “mente” pubblica, ritenendo il privato un corruttore che può turbare con i soldi la realizzazione di quel processo.

A proposito del privato nel diritto, gli antichi Romani dicevano che il diritto è privato se tocca gli interessi dei singoli, mentre è pubblico se riguarda l’utilità generale. Ma i singoli hanno un nome e cognome, hanno un’identità, sono riconoscibili, mentre l’utilità generale è un concetto astratto: fior di filosofi hanno ragionato su cos’è l’utilità generale e non si sono trovati d’accordo. Tanto è vero che, per trovare una
via d’uscita, hanno dovuto inventare la democrazia come l’utilità della maggioranza. Secondo Karl Marx l’utilità generale è l’utilità della classe operaria, secondo una certa borghesia è l’utilità delle imprese. L’interesse di tutti, quindi, è un concetto astratto e difficile, ma i singoli
hanno carne e ossa, hanno nome e cognome, hanno una storia.

Se noi parliamo dei singoli abbiamo il diritto privato, che i Romani hanno codificato in primis con i diritti della persona (il nome, i diritti di
famiglia, il matrimonio, il divorzio, il diritto di eredità) e poi con il grande capitolo dei contratti: il contratto è l’incontro di volontà libera delle
parti, come nella compravendita. E il principio dell’autonomia contrattuale dice che se due persone sottoscrivono un contratto, per qualunque cosa, sia anche la cosa più strana, sono tenuti a rispettarlo. Questo è un principio sacrosanto, è privato non perché toglie qualcosa a qualcuno o è fatto di nascosto, ma nel senso che lo Stato non può fare nulla per impedire tutto questo. L’idea del singolo nasce nel diritto proprio come soggetto giuridico, fornito di una capacità di agire, di una capacità giuridica che è legata a lui.

Il diritto della persona è ciò che sostiene il diritto romano, che è il residuo della civiltà che è giunta fino a noi, mentre la parola generale ha a
che fare con i temi più svariati. Ma nel corso della storia successiva è stata estesa, in nome del diritto generale, all’intera società. Oggi è tutto
diritto pubblico, non puoi fare niente. Qualunque cosa rientri nel diritto di proprietà è subordinata alla concessione, alla tutela, alla garanzia
del Comune. Qualunque diritto, se non è accettato esplicitamente dalle leggi in quanto tale, non viene riconosciuto. Il diritto del lavoro non è
originariamente un diritto privato? Ma poi la normativa sul lavoro si è sviluppata, e molte di queste norme sacrosante sono state di utilità per le classi più sfruttate. Mi ricordo che nel 1963 il primo governo di centro-sinistra fece una legge importante, grazie a cui le donne, dal giorno
della pubblicazione del loro matrimonio, non potevano più essere licenziate per un anno. Questa è una legge di utilità generale per tutte le
donne, quindi io non contrasto l’intervento dello Stato, ma questo intervento spesso è talmente invasivo sulle cose inutili, sui controlli, sui
sistemi, che ha superato nettamente la sua finalità generale. Quando è deceduto mio padre, è capitato che l’impiegato di un ufficio, in Abruzzo, mi abbia chiesto un certificato di esistenza in vita. Io, stralunato, ho pensato si riferisse a mio padre defunto. “No no, il suo, il suo!”, disse. Voleva il certificato mio di esistenza in vita per dimostrare che l’erede era vivo. Questa è l’invasione del pubblico, che è cresciuta in modo così soffocante e insopportabile. I diritti civili sono una tutela giuridica che abbiamo conquistato con dure lotte per far sì che i privati cittadini non siano considerati come delinquenti, truffatori o avventurieri, ma siano titolari di diritti.

Fa un po’ sorridere l’articolo 41 della Costituzione: “L’iniziativa economica privata è libera”, ma “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale”. È stato un espediente, soprattutto della parte cattolica dei costituenti, per inventarsi che l’armonia tra interesse privato e interesse pubblico non può avvenire automaticamente, ma deve avere per forza una mediazione politica. E anche la proprietà privata, riconosciuta e
tutelata nell’art. 42 della Costituzione, non può essere in contrasto con la sua “funzione sociale”. Ma qual è la funzione sociale della proprietà
privata? Quando, nel lontano 1963, il governo di centrosinistra ha approvato la nazionalizzazione dell’Enel, lo Stato ha pagato i proprietari
delle piccole aziende produttrici di energia molto più di quello che valevano, perché l’indennizzo per i danni subiti e l’esproprio per pubblica
utilità è un diritto fondamentale dei singoli da tutelare.

Nella filosofia il privato è inteso come soggetto. Il più grande filosofo francese e forse mondiale del Seicento si chiamava Cartesio. Studiava in
un collegio dei gesuiti e un bel giorno si stufò di quel collegio e mise in dubbio tutto quello che gli era stato insegnato, e persino di esistere. Ma poi concluse: “Io penso, dunque sono”. Il pensiero come fondamento, perché una cosa è certa: solo l’individuo è un soggetto, mentre la società, la città, l’Europa, il mondo, il genere umano sono soggetti sempre più astratti, costruzioni della nostra mente. È la nostra mente che costruisce i concetti generali, ma l’unica cosa che esiste davvero è il soggetto in quanto tale; ovvero ognuno di voi, ognuno di noi sente se stesso come l’unico vero soggetto del mondo. Come si fa a sostenere che si possa costruire un mondo, cambiare le cose, affidandosi a concetti generali come la società e lo Stato? Alla fine esistono le persone, i soggetti in quanto tali, e questo è il punto: senza persone non c’è pensiero.

L’articolo 33 della Costituzione, il più disapplicato, dice che l’arte e la scienza sono libere, e libero ne è l’insegnamento. Ma chi è l’artista, chi è lo scienziato? Sono persone in carne e ossa, non concetti astratti. Se noi riduciamo Dante Alighieri a un rappresentante della cultura medievale, se ogni grande genio, ogni inventore lo riconduciamo nelle regole delle relazioni sociali, finiamo per banalizzarlo. La loro grandezza sta nella loro unicità. Il pensiero non nasce nella collettività, non nasce nei mass media, portavoce di una cultura codificata e professionalmente ben raccontata, ma senza scienza, senza cultura. L’arte e la cultura sono libere. In Italia questo concetto fatica a affermarsi, soprattutto perché la scuola in quanto tale è statale e la scuola cosiddetta privata, se per sopravvivere ha ottenuto qualche riconoscimento, si è dovuta adeguare a svolgere gli stessi programmi della scuola statale. È lo Stato che stabilisce che a 15 anni tu devi studiare. E i programmi scolastici devono rispettare standard generali di servizio pubblico sorti per un paese contadino nel 1859, con la legge Casati, che stabilì due anni di istruzione obbligatoria, volendo insegnare agli italiani a mettere la firma e a fare le quattro operazioni principali. Ma in una società in cui ci sono la televisione, l’informatica e i viaggi all’estero, perché mai deve esserci un programma stabilito da
un ministero della Pubblica Istruzione? Al nostro liceo era iscritto uno studente che non voleva studiare la matematica, mentre era bravissimo in tutte le altre materie. A giugno veniva sempre rimandato in matematica, e a settembre, invece di risolvere il problema imposto dal Ministero, scriveva una poesia. E quindi il collegio dei docenti si trovava sempre a discutere: lo bocciamo o no? Il professore di matematica, naturalmente, si sentiva in difficoltà e voleva bocciarlo, ma noi notavamo che non era sicuro che non sapesse la matematica. Se lui dice che non vuole studiarla, non dice che non la sa. E poi quando anche non avesse saputo solo la matematica e per il resto fosse
stato un genio, perché mai avremmo dovuto fargli ripetere l’anno su tutte le materie, anche su quelle in cui andava bene?

Dire che l’arte e la scienza sono libere implica che io adesso mi sento finalmente libero, perché nelle conferenze di filosofia, che un centinaio di persone mi chiedono di tenere, il programma non me l’ha stabilito il Ministero. Anche quando insegnavo nei licei cercavo il più possibile di
ritagliarmi spazi di libertà: Giovanni Gentile, che aveva scritto i pro grammi di filosofia, mi garantì più di tutti, perché aveva scritto nel suo
programma che gli autori da studiare non sono un elenco indicativo, ma un campo entro il quale l’insegnante, nella sua libera scelta, può fare
delle selezioni. Richiamandomi a Gentile ho vinto anche dei ricorsi contro presidi che pretendevano che io spiegassi a modo loro. Poi la prassi scolastica è diventata più coercitiva degli stessi programmi, e più realista del re.

Sergio Dalla Val ha fatto bene a rincorrere anche gli etimi, effettivamente anch’io avevo pensato che c’è qualcosa di negativo nel lessema
“privato”. Privato di qualcosa? Sembra quasi che tu ti stacchi da qualcosa, come uno staccarsi dalla pianta, staccarsi dall’ente collettivo, ma noi non siamo appesi a delle piante, a un sistema sociale. La società è fat ta di liberi individui che decidono liberamente, il soggetto proprio
siamo noi, siamo i singoli: da che cosa ci siamo staccati? No, con le rivoluzioni noi abbiamo affermato che siamo tutti uguali, mentre in un
albero non c’è l’uguaglianza delle foglie. La collettività, la società, la classe sociale, il partito, la Chiesa, gli enti collettivi imprecano contro il privato perché il privato è chi si sottrae a quella appartenenza, ma sono loro gli invasori del privato. Il privato è l’individuo, la sua centralità, la sua genialità, anche il suo carattere, che a volte è dannoso. Io non dico che gli individui operino naturalmente bene, un diritto pena le ci vuole comunque. Ma ridurre al minimo l’intervento dello Stato è fondamentale. Nella rivoluzione inglese e in quella americana le libertà civili dipendevano dalle carte nelle quali c’era scritto che cosa lo Stato non può fare, non dicevano cosa deve fare il cittadino, perché il cittadino sa cosa deve fare.

Avete letto sui giornali che, vicino a San Giovanni Lipioni, due stranieri, un’australiana e un inglese, vivono in mezzo al bosco e vi si sono
adattati senza tecnologie e elettricità. Io non presento questo come modello di vita, ma è la loro scelta. I servizi sociali, che non si preoccupano di tante altre situazioni più drammatiche, colpiscono quella diversità, perché i due stranieri hanno mangiato un fungo avvelenato – questo è stato il pretesto dell’attacco. Le situazioni limite sono quelle che contano: la libertà d’idee è ammessa per chi non turba nessuno, ma è quando uno la spara grossa che deve intervenire la difesa della libertà: quando uno dice una sciocchezza enorme, quella va difesa come libertà di pensiero. Io ricordo che Robert Faurisson, professore in varie università francesi, qualche anno fa sostenne la tesi che i lager nazisti non erano stati costruiti dai tedeschi ma dagli americani, per dare la colpa ai tedeschi subito dopo la guerra. È una sciocchezza.
Tuttavia, non è vero che quelle erano le baracche in cui vivevano gli ebrei, perché quelle sono state ricostruite quando i campi sono stati distrutti. Faurisson ha detto che in realtà hanno costruito i campi dopo, anche se avrebbe dovuto dire che c’erano prima e sono stati ricostruiti dopo. In conclusione, fu licenziato e privato della pensione per aver commesso un reato di opinione. La sua formulazione è discutibile, ma il licenziamento dopo che lui aveva sostenuto un regolare concorso non è un modo di rispettare la libertà di pensiero. L’università doveva dimostrare che stava sbagliando, ma non avrebbe dovuto privarlo di un diritto.

Quindi, il diritto alla libertà dell’individuo è una forma di tutela rispetto alle invadenze, ma non è un modo per dire che cosa l’individuo deve fare. I diritti civili, secondo il filosofo Isaiah Berlin, sono diritti negativi, cioè dicono non che cosa tu devi fare, ma che cosa lo Stato non deve fare. Riscopriamo queste istanze, e non vergogniamoci di dire al mondo intero che la grande sfida che l’Occidente, dai tempi dell’antica
Grecia a oggi, ha lanciato al mondo cristiano, al mondo islamico, al mondo tecnologico è quella di riuscire a costruire una società, uno Stato, un ordinamento in cui alla base ci sia l’autonomia degli individui, il riconoscimento che gli individui sono il motore dell’impresa, della cultura, della società.

 

 

Avviso sui cookie di WordPress da parte di Real Cookie Banner