Vorrei ringraziare moltissimo per l’invito che mi è stato rivolto. Essere invitata in un contesto come questo è davvero un’occasione preziosa. Vedo persone tra il pubblico che conosco da qualche tempo e . Ma soprattutto è un’occasione enorme per rincontrare, dopo molto tempo, Sergio Dalla Val, che è stato uno dei primi interlocutori nel tempo in cui ho ricoperto l’incarico di Assessora in Provincia, un interlocutore con cui la sintonia è sempre stata piena nel “fare cultura” in un modo che fosse accessibile e diffuso. Cultura quindi non come privilegio, ma come qualcosa che aiutasse tutti, attraverso i libri, che sono stati il nostro terreno di incontro, a costruire strumenti per affrontare da cittadini le questioni della vita quotidiana. Ringrazio anche Caterina Giannelli, sia per l’introduzione al dibattito, sia per l’interlocuzione di questi ultimi
mesi: ci siamo sentite più volte per preparare questa presentazione, perché Il martello delle streghe è un libro non semplice e, com’è noto, anche controverso. È diviso in tre parti: la prima affronta la discussione sulla natura della stregoneria; si sostiene che le donne, a causa della loro debolezza, a motivo del loro intelletto inferiore, sono predisposte ad accedere alla tentazione di Satana. La seconda parte riprende, invece, molte posizioni espresse nella prima e le approfondisce, citando molti esempi, nel tentativo di far comprendere il modo di fare stregoneria e il modo in cui si può eliminarla. E poi l’ultima parte fornisce istruzioni pratiche sulla cattura, sul processo, sulla detenzione e sull’eliminazione delle streghe. Non entrerò, come fa questo volume con dovizia di particolari, su questi temi e sulle argomentazioni intorno alle streghe e al loro comportamento perché ne ha già parlato nell’introduzione Giannelli. Mi interessa dire invece chi lo ha scritto: un frate domenicano, Heinrich Institor, con la collaborazione di Jakob Sprenger, suo confratello; ovvero, due uomini. Mettere in evidenza questo aspetto, nominarlo, mi porta a manifestare una domanda centrale, a parer mio, nella discussione su questo volume: “Chi parla nella storia? Chi è quel soggetto che prende parola, manifesta sapere, competenza, in questo caso, che impone e condanna al tempo stesso, nel Medioevo? Chi è il soggetto che parla e che ha potere?”. Si tratta di uomini, di soli uomini, mentre il punto di vista delle donne ci è ignoto. E se risulta semplice rispondere a questa prima domanda, ne emerge una seconda: siamo proprio certi che queste idee che vengono così bene espresse in questo volume – dove gli uomini hanno il potere di vita e di morte, di scrivere leggi, di dare significato e valori, diversamente dalle donne – appartengano solo ed esclusivamente al Medioevo? E siamo proprio sicuri che, pur essendo cambiate le cose, non ci siano alcuni fili che possiamo tirare anche fino ai giorni nostri, forse non qui, ma in altre parti del mondo, per dire di come questa pratica sia ancora così diffusa? A me fa sempre impressione sapere che siamo nel 2025, nel tempo dell’intelligenza artificiale, nel tempo in cui non fa più notizia sapere che ci sono uomini e donne che vanno sulla Luna e che, ciononostante, ci siano paesi al mondo in cui a una donna è vietato guidare o andare allo stadio.
Vorrei allora brevemente dire che questo racconto, nella sua dinamica principale, ha radici molto, molto antiche e cambiamenti che vanno nella direzione opposta, che sono recentissimi. Il racconto dell’esclusione delle donne dallo spazio pubblico è molto antico: fin dall’antica Grecia, dove donne e schivi erano esclusi dall’Agorà, come pure al tempo dell’antica Roma, dove gli spazi della domus e quello della polis erano rigorosamente separati e le donne avevano potere sullo spazio della domus, mentre gli uomini su quello della polis. Poi, potremmo arrivare, facendo molti salti in avanti, nel Medioevo, e fino a Jean Bodin, uno dei grandi maestri del diritto, citato più volte anche in questo volume, che proclamava la necessità di escludere le donne dal luogo del diritto. Una cosa simile possiamo dirla anche su Rousseau, considerato unanimemente il grande padre della democrazia, colui che riservava alle donne una grande considerazione (per l’importanza che le madri avevano nella crescita dei futuri rivoluzionari) e tuttavia precludeva loro l’accesso al sistema scolastico!
Certamente ci sono eccezioni a questo racconto. Tutti conosciamo, anzi, riconosciamo, Hildegarda von Bingen, che per qualche decennio è stata descritta come una suora che scriveva ricette in un convento e che sapeva molto di erbe e di piante. Poi, gli studi ci hanno ricordato che è stata una delle poche donne del XXII secolo a dirigere e fondare monasteri. Una donna che viveva in uno spazio di potere ben più ampio di quello che possiamo immaginare. Oppure vorrei ricordare Properzia de’ Rossi, bolognese del Cinquecento, ricordata e riconosciuta come la prima scultrice. Giorgio Vasari la ricorda con bianche mani che affondano nel freddo marmo; pare sia stata l’unica donna, la prima, a lavorare in quello che è stato il grandissimo cantiere della Basilica di San Petronio. Mi piace, poiché siamo a Bologna, ricordare anche Elisabetta Sirani: mi fa sempre impressione, quando vado nella chiesa della Certosa, sulla sinistra, ammirare uno dei suoi meravigliosi dipinti, tra i pochi rimasti fuori dalle collezioni private e come tale immediatamente accessibile. E la cosa che colpisce di quest’opera, oltre alla bellezza, è la firma: Sirani è una delle primissime donne a firmare i propri dipinti. E poi potremo andare avanti con Laura Bassi, la prima donna al mondo a ottenere una cattedra universitaria, con Christine de Pisan, la prima scrittrice di professione, e così via.
In questo convegno viene inoltre posto l’accento sulla “parola”; vorrei qui mettere in evidenza una contraddizione in termini: quando si parla di donne, si dice di quanto siano ciarliere, loquaci e chiacchierone. Eppure nella storia risultano particolarmente silenti. Un bellissimo volume, di qualche anno fa, di una studiosa italiana, Anna Rossi Doria, s’intitolava proprio Dare forma al silenzio e presentava scritti politici delle donne, in particolare tra il Settecento e l’Ottocento in tutta Europa. Nessuno l’aveva fatto prima. Noi abbiamo avuto bisogno, soprattutto in quest’ultimo secolo, di storici, prevalentemente storiche, che dessero forma a questo silenzio, al fatto che la storia avesse raccontato poco, quasi per niente, della presenza delle donne nelle società e di come, grazie a quel pensiero, le cose siano cambiate. Rimane che fino a pochissimo tempo fa (ottant’anni in Italia e un centinaio in buona parte d’Europa), abbiamo conosciuto lo spazio pubblico pensato e praticato esclusivamente degli uomini. È solo tra il 1945 e il 1946 (celebriamo proprio l’ottantesimo anniversario del diritto di voto), che le donne, diventano cittadine e quindi entrano nello spazio pubblico, non più come prima in quanto madri, mogli, figlie, cioè espressione di una
relazione in cui il potere stava da un’altra parte, ma entrano in quanto individui. E lì cambia tutto. E, quindi, se dovessi dire proprio la cosa che cambia da quel 1946, quando si vota per la prima volta, a oggi, è che si dà forma a questo spazio pubblico in un modo nuovo, che nessuna prima, ma anche nessuno prima aveva conosciuto. Prendono per la prima volta forma leggi nuove come quella del diritto di famiglia e di parità tra i coniugi del 1975, la legge sul reato di violenza contro la persona e non più contro la morale del 1996, la prima ministra Tina Anselmi nel 1976, la prima Ministra alle pari opportunità Anna Finocchiaro, solo nel 1996 e potrei andare avanti. È così che prende forma lo spazio pubblico per la prima volta, per la primissima volta dopo millenni in un modo nuovo, perché praticato finalmente da uomini e donne, insieme.
Mi scuso per essermi dilungata in particolare sulla questione dello spazio pubblico, su chi scrive le regole e per chi valgono queste regole. Io volevo semplicemente dire che il volume su cui ci confrontiamo stasera è di grande interesse per indagare e capire cosa avvenisse nel Medioevo, in particolare contro le donne, ma ci aiuta anche per capire come alle nostre spalle è stato costruito lo spazio pubblico e come oggi possiamo invece costruirlo in un modo nuovo.