In questo numero della rivista affrontiamo il tema del “privato” come dimensione che non si contrappone al pubblico. Quali sono le sue considerazioni, alla luce della sua esperienza con le imprese familiari?
Il privato non è l’antitesi del pubblico: nella vita delle imprese, i due piani sono intrecciati. Ogni attività d’impresa, per quanto formalmente “privata”, è un fatto pubblico, perché incide sulla vita di lavoratori, fornitori, clienti e sul territorio. Ciò che accade dentro e intorno all’impresa diventa interesse collettivo.
Lo si vede bene quando un’azienda viene acquisita da un fondo: uno dei primi segnali che intercetto è la progressiva disaffezione dei collaboratori, come se si spegnesse il “perché” del loro impegno. Nella continuità aziendale, invece, si preservano la matrice originaria e il senso di appartenenza. Il collaboratore non lavora solo per lo stipendio, ma perché ha scelto “quella” azienda, si riconosce nella sua storia e nel suo progetto. Promuovere la continuità d’impresa significa custodire un patrimonio tecnico e culturale che appartiene a un territorio e a un intero settore.
Nel suo lavoro lei è interlocutrice di imprenditori che pensano di non riuscire a proseguire e sono orientati alla vendita. In che modo li accompagna verso una svolta differente?
Il passaggio generazionale non è una “mossa” tecnica, è un percorso. Spesso i passaggi virtuosi nascono “dal triciclo in avanti”, cioè dall’infanzia, da una presenza naturale dei figli in azienda.
Questo non significa che debbano occupare per forza ruoli apicali. Significa che devono potersi identificare con l’impresa, sentirla come un luogo “di casa”, proprio come si desidera tornare al pranzo di Natale dalla nonna per ritrovare profumi, sapori e volti familiari.
Non è indispensabile possedere tutte le competenze tecniche: ciò che conta è la volontà di custodire una storia. Da lì nasce la capacità di scegliere e valorizzare le persone giuste. Un figlio può non avere le stesse doti del genitore, ma se ha interiorizzato tradizione e cultura dell’azienda può diventare il regista del progetto, capace di orientare chi porterà avanti l’impresa ed essere un interlocutore riconosciuto dai collaboratori, indipendentemente dal ruolo formale.
Mi capita spesso di affiancare imprenditori che non hanno un discendente diretto o una figura pronta a raccogliere il testimone. In questi contesti il lavoro si sposta sulla costruzione di una coesione familiare sufficiente a garantire comunque un futuro all’azienda. Quando non esiste qualcuno che possa “sedersi sulla poltrona” del genitore, il cuore dell’intervento diventa la definizione di un progetto di continuità credibile. Il mio ruolo è creare le condizioni perché un’alternativa alla vendita sia praticabile, soprattutto quando il genitore non ha costruito per tempo il passaggio generazionale o si trova all’improvviso di fronte a un evento imprevisto.
Può fare qualche esempio?
Penso, per esempio, a un imprenditore che ha perso in un incidente il figlio che già lavorava in azienda e che avrebbe dovuto rappresentarne il futuro. In casi come questi, il lavoro è innanzitutto umano: si tratta di trasformare un lutto in un progetto di continuità, senza tradire la memoria di chi non c’è più.
In un’altra situazione la morte improvvisa dell’imprenditore ha reso necessario intervenire direttamente con i figli. In loro era fortissima la voglia di custodire il “tortellino della nonna”, cioè ciò che l’azienda rappresentava per la famiglia, e abbiamo costruito insieme un percorso per assicurare continuità all’impresa, preservando identità e tradizione oltre l’emergenza.
Allora, possiamo dire che il proseguimento di un’azienda esige che una tradizione si tramandi, insieme ai suoi insegnamenti, che consentono di acquisire un’arte, come quella del tortellino. In tal modo ciascuno può ereditare l’impresa nel senso più ampio del termine…
Esattamente. L’impresa, a un certo punto, deve diventare qualcosa che si interiorizza. La metafora del tortellino, che amo particolarmente, è efficace proprio per questo: il tortellino è nutrimento, ma è anche gesto, manualità, “modo di fare” che ciascuno personalizza. Accade lo stesso con l’azienda: è ciò che ti ha nutrito, che ti ha cresciuto e poi diventa qualcosa di tuo. Non è più solo l’opera di qualcun altro che ti limiti a “portare avanti”, ma un progetto che senti intimamente tuo e che vuoi guidare, proteggere, vedere crescere.
In Emilia il riferimento al tortellino non è una semplice citazione folkloristica: è un richiamo a un patrimonio di riti e relazioni che si rigenerano ogni volta che ci si ritrova attorno a una tavola. È lì che molte famiglie – e molte imprese familiari – consolidano la propria identità. Non è un caso che nella nostra regione le imprese familiari rappresentino quasi il 64% del tessuto imprenditoriale: il “tortellino di Natale” sintetizza entusiasmo, appartenenza e desiderio di rivedersi ancora, gli stessi ingredienti che permettono alle imprese familiari di
proiettarsi nel futuro senza smarrire le radici.
