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LA CACCIA ALLE STREGHE IN EUROPA NELL’ETÀ MODERNA FRA MITO E REALTÀ

professore di Storia del diritto Medievale e Moderno all’Università di Bologna

Dal secondo dopoguerra e più o meno per tutta la metà del XX secolo ha avuto ampia fortuna nella società occidentale un’immagine – per così dire – “attualizzata”, edulcorata, riveduta e corretta della stregoneria e della caccia alle streghe nell’Europa Moderna, in assenza di indagini storiche scientificamente attendibili. Tutt’al contrario, dal 1970 ad oggi, la storiografia internazionale ha fatto della stregoneria uno dei suoi grandi temi, portando a compimento indagini sugli archivi e sulle fonti dottrinali, quantomai capillari su tutta l’Europa Occidentale. I risultati hanno notevolmente mutato i termini del problema.

Non è questa la sede per entrare anche sommariamente in una tematica tanto complessa e sfuggente. Mi limiterò ad alcune conclusioni acquisite, particolarmente rilevanti. Certo, la cosiddetta caccia alle streghe rappresenta sicuramente un momento dello scontro fra cultura “alta”, veicolata dalle Università, e cultura materiale, cultura “bassa”, quasi sempre confinata nell’oralità e nelle consuetudini. Sotto questo profilo, un settore della ricerca storica ha indagato intorno alla cultura delle streghe, che svolgevano un loro ruolo consuetudinariamente codificato entro la comunità di appartenenza, con compiti “mistici” assai vari – per esempio in occasione di nascite e morti, siccità e calamità, amore e vendetta, malattia e delitto –, compiti svolti secondo la cultura popolare codificata dalle tradizioni orali. La loro era però una posizione percepita come ambigua, a contatto con il sovrannaturale, con gli spiriti, con poteri incontrollabili e oscuri. L’equilibrio era fragile e spesso si spezzava. Nel villaggio, le sventure iniziavano a essere loro attribuite. La voce si diffondeva, e talvolta esplodeva nella giustizia tradizionale intracomunitaria – sino al linciaggio – ovvero nella denuncia alle autorità pubbliche. Sotto questo profilo, la giustizia d’apparato
svolgeva un’azione ambigua. E non è un caso che la carneficina di streghe sia avvenuta ben maggiormente nei tribunali locali periferici che non nei tribunali composti da giudici dotti. Da un lato, i giudici di basso livello condividevano appieno la cultura bassa, tradizionale, che induceva al sospetto e all’eventuale soppressione delle streghe. Dall’altro, quei tribunali erano maggiormente alla mercè della pressione popolare che “esigeva” di essere difesa e che premeva – se non “costringeva” – alla condanna.

La cultura “alta” – religiosa e laica – venne condividendo sempre meno, fra Medioevo ed Età Moderna, l’immaginario radicato nelle tradizioni popolari. Una parte della cultura alta – religiosa e laica – sin dal tardo Medioevo escludeva che, pur ammettendo l’esistenza del demonio, questi fosse in grado di incidere sull’ordine del mondo. Tale opinione – con varie sfaccettature – fu minoritaria sin verso la metà del Cinquecento, allorché venne incrementandosi, accentuando al contempo lo scetticismo dei grandi tribunali centrali, religiosi e laici. Non è un caso che i carteggi emersi dagli archivi fra tribunali locali e tribunali centrali spesso attestarono questa contrapposizione. Esemplare nella sua formulazione più radicale fu, in campo criminale, il celebre trattato Cautio Criminalis del gesuita Friedrich Spee von Langenfeld (1591-1635), che conobbe un successo enorme (di recente tradotto in italiano). In esso l’autore affronta giuridicamente il processo inquisitoriale e, a monte, il tema della stregoneria, che la religione condannava non tanto credendo nella realtà dei poteri – assai discutibile teologica mente – bensì in quanto espressione di eresia, cioè il satanismo, una vera e propria eresia organizzata, la peggiore nell’ottica cristiana. Non che gruppi satanisti non esistessero – si tratta di una fenomenologia che si riscontra ancora oggi – ma certo erano ben minori e meno pericolosi di quanto si leggesse in opere come il Malleus Maleficarum, dichiaratamente costruito sulla repressione cruenta, una volta che una certa donna fosse percepita come strega e tale percezione fosse giunta alle orecchie dell’inquisitore. Friedrich Spee, pur non negando l’esistenza di donne che “si credono streghe”, è fermissimo nella critica al processo inquisitoriale e nel rifiuto della tortura e delle prove – di tradizione consuetudinaria-popolare – per identificare la strega. Il fatto è che, essendo la stregoneria un reato “mistico”, “mistiche” erano anche le prove per identificarla – per esempio, la prova dell’acqua fredda o il “marchio” satanico –, e tali prove – di uso antichissimo – potevano essere valide di per sé e portare al rogo, oppure potevano essere determinanti per il ricorso alla tortura, non di rado – nel XVI secolo, sempre meno fra il Seicento e il Settecento – applicata al di fuori di ogni regola e tale da sfociare necessariamente, o quasi, nella condanna.

Bastino questi pochi cenni, senza entrare ulteriormente nel merito della vastissima storiografia scientifica – la materia della stregoneria è
spesso oggetto di approcci dilettanteschi o sensazionalisti, anche a fini commerciali –, per offrire una prima idea di quanto remota sia la pur frastagliata realtà storica, dimostrabile concretamente e certo densa di contraddizioni, rispetto a talune immagini stereotipate, definite e diffuse già nell’Ottocento e il cui prototipo fu il celebre libretto di Jules Michelet, La strega.

Il quadro era certamente errato per eccesso di facile schematismo, ma errato lo era anche nei numeri. Prima delle già nominate indagini a tappeto negli archivi europei si diceva – alla pressappoco – di circa dieci milioni di streghe bruciate in Età Moderna, mentre la storiografia
internazionale concorda oggi su circa 110.000 processi nel periodo più duramente repressivo, fra il 1530 e la fine del Seicento. Interessante è già la valutazione della dislocazione geografica di questi processi. Il maggior numero, circa 50.000, ebbe luogo nell’area germanica – evangelica e cattolica senza eccessiva differenza – del Sacro Romano Impero, 15.000 in Polonia, 10.000 in Svizzera, 10.000 in Francia, 10.000 in Italia e in Spagna (in parte sotto un’unica monarchia), 5.000 in Gran Bretagna, 5.000 nei paesi scandinavi, 4.000 in area slava. Orbene, su 110.000 inquisiti le condanne al rogo furono circa 60.000. Si noti che in Età Moderna il maggior grado di repressione risulta nei tribunali laici piuttosto che in quelli religiosi, con una svolta essenziale rispetto al medioevo, allorché i processi alle streghe, che solitamente
non portavano al rogo, erano istruiti dai soli tribunali religiosi. In realtà, la chiesa cattolica svolse un ruolo di primo piano nella persecuzione
delle streghe fra XV secolo e prima metà del XVI, ma nel XVII, cioè nel periodo di massima espansione della cosiddetta “grande caccia” – come la chiamano gli storici anglosassoni –, la realtà era ormai molto diversa.

Ritornando sul punto cruciale di queste sintetiche righe, la stregoneria era un prodotto culturale oggetto di persecuzione entro il contesto delle culture basse, così come lo è ancora oggi nell’Africa sub-sahariana, benché anche l’Islam la persegua, talora con la condanna a morte. Non a caso, il processo era innescato, nella maggior parte dei casi, dalla cattiva fama – fama di strega – nella comunità e dalle denunce dei compaesani. Si trattava quindi di ridimensionare drasticamente e processualmente il peso della fama. Il già citato gesuita Friedrich Spee si indignava irosamente contro l’abuso giudiziale della mala fama dell’imputata nel villaggio. Scriveva che “per lo più, oggi, la fama trae origine da risse, liti, ingiurie, denigrazioni, falsi sospetti, giudizi imprudenti, responsi di indovini, invidia, beffe di ragazzi, o da motivi analoghi e da un incredibile piacere di far pettegolezzi e di danneggiare gli altri; comportamenti questi che non vengono puniti in nessun modo e hanno perciò grandissima diffusione […]. Tempi pervasi ovunque da denigrazioni e ingiurie, al punto che, se ci capita qualcosa di male, subito lo si attribuisce a questa o a quella che avrebbe praticato su di noi un incantesimo”. Ne conseguiva quanto fosse fattualmente insidioso sottovalutare gli epiteti e i motteggi di stregoneria. I trattatisti – legisti e canonisti – consigliavano in questi casi di querelare immediatamente l’ingiuriante. Su questa linea, si comprende come mai negli interrogatori ci si imbatte spesso in giudici che incalzavano l’accusata sulle ragioni per cui a suo tempo non aveva agito giudizialmente contro chi riteneva l’infamasse ingiustamente di pratiche stregonesche: perché non si era risentita in difesa del suo onore? Vediamo rapidamente qualche suggestione in casi documentati fra XVI e XVII secolo. Una presunta strega della Valtellina, davanti al giudice, ribatteva piamente di aver fatto ricorso al “signor curato, qua le mi essortava a sopportare questo [cioè le chiacchiere sulla sua presunta stregoneria] patientemente per amor di Dio”. Un’altra sul rogo rimpiangeva di essersi limitata ad alzar le spalle e a non reagire formalmente, dicendo che “le genti mormorano di me, ma li lascio dire, che
ingrassano l’anima mia”. Friedrich Spee proponeva una più efficace e rigorosa protezione giuridica contro siffatte pericolosissime calunnie, che poi evolvevano in diceria e in pubblica fama, per condurre, infine, la malcapitata davanti al giudice. Si poneva però allora, come si pone
ancora oggi, il problema dell’interazione tra società e giustizia, laddove l’ingiuriata, anche se vinceva l’accusa di calunnia, rimaneva comunque marchiata e sotto l’occhio della collettività, sempre pronta ad attribuirle fantasiosamente la nomea di strega, magari imputando alle pubbliche autorità di essere state troppo superficiali nel condannare non la strega, ma chi aveva lanciato l’accusa di stregoneria. Insomma, lo stesso processo di calunnia comportava in qualche modo l’acuirsi della mala fama, anche nel caso in cui si concludesse con la piena soddisfazione della donna offesa: “La fama che tutti diffondono – scriveva Bartolomeo da Spina (1474-1546) nella Quaestio de strigibus et maleficis – non perisce mai del tutto, in quanto appare impossibile che ciò che viene pubblicamente divulgato sia proprio del tutto falso”. La soluzione migliore era, se possibile, andarsene a vivere altrove, come avviene ancora oggi per molti immigrati clandestini che, in fuga dall’Africa, adducono ingenuamente la fama di strega o stregone quale necessario e vitale motivo di espatrio. Il problema non è molto distante da ciò che ci raccontano le nostre carte d’archivio di alcuni secoli fa.

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