Nel libro di Jean-Joseph Goux, Freud, Marx. Economia e simbolico (Spirali), emerge come il marxismo non coincida esattamente con ciò che ha scritto Karl Marx. Tuttavia, da quando è stato diffuso, il marxismo ha attaccato l’industria, l’impresa e tutto ciò che fa parte del privato, perché vede la proprietà come un furto. Così, si è prodotto il pregiudizio che il lavoro non serva tanto ai lavoratori quanto ad arricchire l’imprenditore, e per questo sarà destinato a finire per lasciare il posto a una società senza lavoro. Già negli anni novanta Jeremy Rifkin scriveva La fine del lavoro…
C’è una cosa interessante su cui riflettevo di recente: il marxismo, come applicazione, è senz’altro fallito. Il crollo del Muro di Berlino ha certificato in modo evidente che il marxismo, nella sua forma originaria, non ha funzionato. Tant’è che oggi probabilmente solo Cuba continua ad applicarne in modo diretto i principi. Tuttavia, il marxismo si è evoluto. I cinesi, per esempio, sono stati molto abili nel trasformarlo: hanno fuso quel metodo di governo, quella filosofia, con una logica capitalistica. Il risultato è un modello nuovo, che ha reso la Cina una grande potenza, in grado di competere con gli Stati Uniti. Oggi, infatti, si discute su quale sia la prima potenza mondiale: molti ritengono che sia ormai la Cina, non più gli Stati Uniti.
Questo cambiamento ha minato le certezze della democrazia occidentale, che viene sempre più percepita come inefficiente, lontana dai cittadini e corrotta. È in atto una grande contestazione e, paradossalmente, a trentasei anni dalla caduta del Muro, sembra che chi ne sia uscito più rafforzato sia proprio il mondo orientale. Il mondo occidentale, invece, appare più fragile, più in crisi.
In che senso l’Occidente è oggi più in crisi rispetto al mondo che, un tempo, era definito “comunista”?
Se analizziamo la situazione attuale, vediamo che tutte le grandi democrazie sono attraversate da difficoltà profonde. I conflitti in Ucraina e in Israele, per esempio, sono anche il frutto di questo squilibrio: la crisi delle democrazie ha aperto spazi di azione a un paese come la Russia di Putin, che sogna ancora di tornare a essere una grande potenza e approfitta dell’incertezza occidentale.
Noi, che siamo stati fautori di un sistema democratico che volevamo esportare in tutto il mondo, oggi dobbiamo ammettere che non funziona
come dovrebbe. Occorre rivederlo e ripensarlo. Anche la NATO, sorta per proteggere l’Europa e contenere il comunismo, mostra tutte le sue fragilità: il partner che l’ha ideata, gli Stati Uniti, sembra oggi il primo a metterne in discussione l’esistenza.
La vera domanda è se l’Europa saprà riscattarsi, se sarà capace di organizzarsi per diventare davvero una leader. Perché dal modo in cui l’Europa saprà riorganizzarsi dipende il nostro futuro economico, politico e imprenditoriale.
Perché la proposta del comunismo è così attraente, almeno in una prima fase, quando c’è la promessa profetica di una società più giusta? Perché è più seducente dei valori occidentali, fondati su libertà, indipendenza e democrazia?
Bisognerebbe conoscere bene la cultura cinese per capirlo. Se non ci fosse stata quella realtà, tutto sarebbe stato molto più controllabile. L’esperienza russa è più dittatoriale che comunista, una pseudo-democrazia mascherata, ma profondamente autoritaria. La Cina, invece, ha una mentalità completamente diversa dalla nostra: lì lo Stato è al di sopra di tutto, mentre noi poniamo l’individuo al centro. Questo ha reso la teoria marxista – e la sua successiva evoluzione capitalistica – perfettamente compatibile con la cultura cinese. Era un terreno fertile per quella visione collettivista. Un popolo affamato, degradato, pronto a tutto pur di uscire dalla miseria, ha accolto quel modello come una liberazione. Da lì è nato un sistema che oggi raccoglie i frutti di quella “utopia applicata”, trasformandola in una macchina economica potentissima.
E in Occidente? I giovani sembrano credere sempre più all’utopia di una vita senza lavoro, come se la fatica fosse un residuo del passato…
Sì, credo che l’Occidente soffra oggi di una mancanza di obiettivi. Non crede più nel progresso. In parte è colpa dei media e della rivoluzione digitale: la società si è spersonalizzata, e i giovani vivono l’illusione che tutto sia a portata di mano, perché con un cellulare puoi parlare con il mondo, accedere a qualsiasi informazione. Questo potere apparente ha generato un’illusione pericolosa: che si possa ottenere tutto senza sforzo. Per molti giovani non è più importante studiare, applicarsi, impegnarsi. Tutto sembra facile, immediato, accessibile. Ma è proprio questa illusione a disorientare le nuove generazioni, a togliere loro la capacità di darsi obiettivi e strategie.
La nostra civiltà deve interrogarsi sui limiti e sull’impatto dei media nella vita quotidiana. Perché, in realtà, oggi più che mai, servono applicazione, dedizione, impegno e scommessa nella riuscita. Solo attraverso impegno e dedizione si ottengono risultati reali. E anche gli strumenti digitali, se usati con intelligenza, possono diventare preziosi alleati: non vanno demonizzati, ma valorizzati. E chi sa metterli al servizio del proprio lavoro, con passione e disciplina, riesce davvero a fare la differenza.

