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LA DONNA SENZA STEREOTIPI E LA SOCIETÀ LIBERA

psicanalista, scrittrice, presidente dell’Associazione “La cifra” di Pordenone

Interrogarsi intorno alla donna, al suo ruolo, alla sua funzione, da millenni significa interrogarsi intorno all’organizzazione della società. Eppure, la vera scommessa, proprio per una questione di civiltà, è esplorare la questione donna partendo dal presupposto che non è la questione della donna o delle donne. Sarebbe riduttivo sovrapporla al tema della parità di genere perché la questione donna riguarda ciascuno, uomini e donne.

Nel nostro paese, le importantissime conquiste sul terreno della politica e del diritto – acquisizioni che in alcune parti del pianeta sono ancora un miraggio – sono indispensabili per il progetto di vita e la chance di intra presa per ciascuno, ma non “risolvo no” la questione donna: dal diritto di voto (1946) all’abrogazione della legge del 1919 che escludeva le donne da tutti gli uffici pubblici (1963), dalla
cancellazione dell’adulterio come reato (1968) alla legge sul divorzio (1970) e alla riforma del diritto di famiglia (1975), dalla parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro (1977) alla legge sull’aborto (1978), dall’abolizione del delitto d’onore (1981) alla qualificazione dello stupro come reato contro la persona e non contro la morale pubblica (1996). Acquisizioni straordinarie di cui ancora ci sorprendiamo che siano così recenti, che tuttavia lasciano irrisolta e irrisolvibile la questione donna che è la base della battaglia per la civiltà e per la costituzione della cittadinanza libera in ciascun paese.

Ogni regime converte la questione donna nel “problema della donna”, per la quale ipotizza soluzioni, in famiglia, a scuola, nel lavoro. Dove  c’è una fantasia di dominio (ovvero di padronanza o di addomesticamento) oppure una fantasia di impero (ovvero di possesso) la questione donna è negata. E così l’istanza della cittadinanza libera.

La battaglia per una società libera non riguarda esclusivamente le donne. Infatti, molti uomini hanno dato un contributo formidabile a questa questione. Uno tra questi è Salvatore Morelli, pugliese, giornalista e scrittore, intellettuale e politico straordinario. In quanto oppositore dei Borboni finì in carcere a Ventotene. Lì, ricevette la grazia per aver salvato tre bambini dall’annegamento ma la rifiutò in favore di un altro detenuto, padre di numerosi figli. Nel 1861 pubblicò La donna e la scienza considerati come i soli mezzi atti a risolvere il problema dell’avvenire, tradotto successivamente in francese e in inglese. Deputato dal 1867 al 1880, Morelli sottopose al parlamento italiano un progetto di legge rivoluzionario, primo caso in Europa, in risposta al Codice civile del 1865 che sottoponeva la donna all’autorità del marito. Il titolo era “Abolizione della schiavitù domestica con la reintegrazione giuridica della donna, accordando alla donna i diritti civili e politici”. Questo progetto comprendeva l’abolizione della servitù della moglie, la condivisione dell’autorità genitoriale, l’uguaglianza civica tra i sessi, il diritto al divorzio, l’autorizzazione alla ricerca della paternità, la possibilità di trasmettere il nome della madre ai figli e l’apertura delle professioni liberali alle donne. Dopo anni di battaglia, questi suoi progetti vennero iscritti all’ordine del giorno solo nel 1877 quando le donne furono autorizzate a testimoniare negli atti giuridici, ma i suoi interventi provocarono l’ilarità dei colleghi. Morelli morì nel 1880 nell’indifferenza. Ci vorrà quasi un secolo affinché le sue idee vengano accolte e approdino alla scrittura del diritto.

La cifrematica dà un apporto inedito e rivoluzionario a questa battaglia di civiltà. Armando Verdiglione scrive che la questione donna procede dalla questione intellettuale: questa affermazione sospende la sovrapposizione tra la questione donna e le istanze che riguardano i diritti delle donne. E porta l’elaborazione molto oltre. In effetti, la vicenda della questione donna è la vicenda della dissipazione di un’idea antica: ovvero che la sudditanza e il rapporto di potere del forte sul debole sia necessario alla società, alla famiglia, all’impresa, alla riuscita, alla stabilità, in breve, al vivere. Elaborare la questione donna, dunque, comporta sfatare questo arcaismo che sta alla base di ogni stereotipo attribuito alle donne, e apparentemente necessario alla costituzione della società. L’idea che il potere necessiti della sudditanza è un’idea facile e semplicistica. Sarebbe come supporre che la visione in bianco e nero sia necessaria alla chiarezza del ragionamento. “Senza la questione donna”, scrive Armando Verdiglione, “ogni ragionamento è infernale e può inseguirsi la salvezza, ma non la salute” (Il capitale della vita, p. 201).

Sigmund Freud, nonostante la portata straordinaria della sua ricerca, era ancorato all’idea che il processo di civiltà esigesse la rinuncia dell’appagamento delle pulsioni. Nel Disagio della civiltà (1929) scrive che l’uomo civile ha barattato la felicità per un po’ di sicurezza. Non accettiamo questo compromesso ipotizzato da Freud. Il processo di civiltà richiede elaborazione, non rinuncia. Importa che la modernità e la lettura non procedano dall’idea di alternativa tra felicità e rinuncia, poiché sarebbe ancora un altro arcaismo. Il ragionamento non si avvale degli stereotipi, ma della loro dissipazione.

In nome di questo preconcetto, che sta alla base dell’idea di potere, alle donne è stata attribuita l’obbedienza come segno della sudditanza. Infatti, a partire da Aristotele la donna storicamente ha costituito il pretesto per una rappresentazione sociale apparentemente comoda e rassicurante: la sottomissione della femmina al maschio, del servo al padrone e dei figli al padre. Questo è diventato il modello per altre forme di sottomissione implicito ancora oggi nel concetto di società.

Per questo ogni forma di regime, nazionale o personale, attribuisce alla donna una funzione materna, quoad matrem, appunto, e di conseguenza le attribuisce il segno della sofferenza in quanto madre o schiava. La donna che non si attenga a questo modello disturba e diviene “la strega”.

L’analisi di questo pregiudizio è essenziale perché, a partire da questo ruolo sociale attribuito alle donne, il narcisismo è rappresentato fantasmaticamente come riscatto ideale dalla sofferenza e dalla sottomissione.

Un contributo interessante lo troviamo nel film C’è ancora domani di Paola Cortellesi, ambientato nella Roma degli anni quaranta, in un quartiere popolare, nei giorni in cui per la prima volta le donne si recano alle urne a votare. Delia, la protagonista, è sposata a Ivano, e da lui viene umiliata, messa a tacere, picchiata. Nel film, come nella realtà, questa era una sorte condivisa da molte altre donne, anche appartenenti a classi più agiate. E tuttavia Delia è devota alla famiglia e si occupa anche del suocero allettato, emblema del maschilismo più violento. Lui stesso spiega al figlio che Delia sarebbe una brava donna se non fosse che “risponde”, pertanto a nulla vale picchiarla per ogni cosa, meglio farlo seriamente una volta per tutte. Nel film, tuttavia, tra ironia e umorismo, non c’è ombra di vittimismo, e la regia intelligente di Cortellesi trasfigura la violenza in un balletto ritmato che sottrae realismo alla scena e sfocia nella parodia. Delia non denigra il marito. Ivano è reso fragile dalla sua stessa adesione a un sistema assurdo, che dovrebbe assegnargli un potere ma in effetti mette in luce tutta la sua debolezza.

Inoltre, Delia è ingegnosa, non ras segnata. S’industria facendo tanti piccoli lavori e riesce a mettere da parte un gruzzoletto per un sogno. Tutto fa pensare a un riscatto amoroso, sentimentale, ma non sarà così. Questo vorrebbe il comune sentire, e infatti lo spettatore ingenuo per un attimo ci casca. Ma il messaggio del film è in al tra direzione: nessuna rivendicazione e nessun risentimento, c’è una strada da fare. Una lettera ricevuta sembra alludere a un sogno. Ma non si tratta di un riscatto amoroso. Alla conclusione del film si capirà che la lettera è la scheda elettorale inviata a ciascuna donna con la convocazione alla prima votazione del 2 e 3 giugno 1946. L’avvenire delle donne è un effetto della scrittura della battaglia civile, della battaglia per la cittadinanza, non sta nel riscatto emotivo, sentimentale, amoroso che nel film viene persino messo in ridicolo in modo artistica mente mirabile. Delia si fa bella, ma non per un altro uomo come sembrano far credere i suoi gesti, la camicetta nuova e il rossetto. Dal vestito da sposa, segno del riscatto sociale, alla vestis che sta nell’investimento per un’altra scommessa, i soldi messi da parte serviranno all’istruzione e alla formazione, un’indicazione per la figlia.

Molte donne confondono il narcisismo con l’immaginazione di una relazione ideale e alternativa in cui essere finalmente amate e riconosciute, portate via, strappate da un contesto difficile. Invece, anche quando si affaccia questa soluzione sentimentale immaginaria, in gioco è sempre la scommessa narcisistica, senza rimedio.

La fantasia di un riconoscimento soggettivo relega la donna nello statuto di madre comprensiva o figlia ossequente, penalizzandola e alimentando in lei l’idea di una prospettiva sacrificale che interviene in ciascun dispositivo familiare e lavorativo. Talvolta, per esempio, interviene nelle trattative dove è in gioco lo stipendio, da cui l’inspiegabile divario retributivo che ancora si registra nonostante la “parificazione” dei salari risalga a una legge del 1977. Ogni donna che si confronti con questo stereotipo, negando la scommessa narcisistica originaria, pensa a quanto debba sacrificare del suo tempo, delle sue ambizioni, dei suoi sogni per la famiglia e per i figli. O, viceversa, che in nome della carriera sia costretta a rinunciare all’amore o alla famiglia.

La donna non ha da scegliere tra questi due statuti sociali alternativi. Attribuire alle donne un ruolo sociale materno alimenta un credito indifferenziato nei loro confronti, causa di tante complicazioni nelle relazioni, in famiglia e nei dispositivi di lavoro, ma soprattutto alimenta un credito nei confronti della vita stessa. Il credito nei confronti della donna è, per uomini e donne, l’espressione di un credito nei confronti della madre che non avrebbe facilitato la strada, attrezzato per la vita o assicurato la giusta copertura contro le difficoltà. Così prospera la società dei figli che si rendono vittime di ogni obiezione, prigionieri del risentimento, reattivi dinanzi all’ostacolo. Ma la società materna è la società omertosa. Rivoluzionario, allora, il contributo della cifrematica. Con l’elaborazione della questione donna non c’è più una prospettiva sacrificale per le donne e questa conquista è indispensabile per la società libera.

 

I testi di Antonella Silvestrini e seguenti fino a pag. 16 sono tratti dalle conferenze tenute dalle autrici nell’ambito della Direttiva P.A.R.I. finanziata dalla Regione Veneto con risorse del Fondo Sociale Europeo.

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