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LA DROGA DELL’ARTE

poeta, scrittore, presidente del Laboratorio di Poesia di Modena, direttore della rivista “Steve”

Vincent van Gogh di Armando Verdiglione è un libro molto coraggioso. Io conosco e leggo Armando Verdiglione da alcuni decenni e in ciascuno dei suoi libri possiamo individuare una sfida molto azzardata e audace, perché lo scopo non è mai semplicemente fare la filologia di un autore, impostare la didatti ca di un grande artista. Accostando le opere e le lettere, in un universo infinito come quello di Van Gogh, credo che Verdiglione abbia voluto rimettere in circolazione Van Gogh. Certo, Van Gogh non è mai scom- parso, tuttavia, c’è la tendenza a ren- dere stereotipo quello che invece è stato un grande processo vitale, che ritroviamo nelle lettere come nelle opere. Le lettere e le opere appartengono allo stesso universo e forse Verdiglione direbbe allo stesso “cosmo”. La parola cosmo, fra l’altro, la troviamo subito all’inizio di questo libro. Il cosmo, secondo la definizione di Nietzsche, sarebbe l’apollineo, l’ordine, l’armonia, contrapposta al caos. Ricordo che fra l’altro proprio quest’anno il Festival di filosofia di Modena ha come tema Caos. Sempre Nietzsche diceva che Apollo e Dioniso sono due divinità complementari, che in Apollo c’è Dioniso e in Dioniso c’è Apollo. Allo stesso modo, nella vita di un grande artista come Vincent, l’aspetto demoniaco si sposa con l’aspetto divinamente armonico oppure con l’aspetto suggestionante, per dir così, che capta, che rielabora, che trasmette, che si connette profondamente con la sua condizione vitale, esistenziale, da cui nascono poi queste lettere, che non sono letteratura, sono lettere necessarie, cioè frutto della stessa necessità dell’artista di dipingere in quel modo. Ed è anche la stessa necessità con cui Vincent chiede a Theo le cose più ovvie, più banali, più esistenziali, più impoetiche.

Allora, rimettere in circolazione oggi Van Gogh e non accettare la versione stereotipata vuol dire andare alla radice di ciò che egli ha pensato e operato, di ciò che ha veramente vissuto, mettendolo anche in rapporto con questo presente, con il nostro presente, certamente con Kiefer, che rappresenta un caso di rimando di poetica. Ma il presente non è solo Kiefer, il presente sembrerebbe essere propriamente la resa per simboli elementari della complessità di un’opera. Insomma, Munch non è solo L’urlo, Hokusai non è soltanto La grande onda, Leonardo non è soltanto La Gioconda, alla quale possiamo fare i baffi. Non è certamente ciò che l’intelligenza artificiale può mettere in moto. L’intelligenza artificiale può mettere in moto La notte stellata: c’è movimento in quel quadro, ma anche se non ci fosse sappiamo benissimo cosa la tecnologia può operare, e qualcuno che se ne serve c’è sicuramente. Ma poi c’è anche tutto il pellegrinaggio al Van Gogh mitizzato, quello che ad Amsterdam porta i pullman in visita, previe magari tutte le accortezze degli accompagnatori, dei critici, dei docenti che hanno preparato la visita e avranno dato tutte le informazioni del caso. Ma Van Gogh è questo? Van Gogh è presente nel nostro tempo? Se oggi ci fosse un irregolare alla Van Gogh, sarebbe riconoscibile o non sarebbe invece confuso o ignorato, o non visto? Oggi l’irregolare di cui possiamo avere una nozione o è uno stereotipo mediato dal passato o, sinceramente, non c’è. Guardiamo per esempio il livello di diaristica, di epistolari e di autobiografie: oggi costruire un’autobiografia è semplicissimo, si prendono alcuni canoni standard e l’editore ha già fatto la storia. Quante biografie di persone che si sono “fatte dal nulla” e sono diventate di successo abbiamo letto in questi anni? Sta diventando anche questo uno stereotipo. Non so cos’avrebbero fatto di Vincent oggi, e non mi interessa saperlo, però se voglio andare a vederlo oggi, se voglio guardarlo, se voglio perdermi a guardarlo, a osservarlo e provare a entrare nei suoi panni, nella sua “pazzia”, se voglio provare a essere lui per un attimo, come ha fatto Verdiglione in questo libro, allora devo mettermi in gioco. Non si tratta più di nozioni, di informazioni e neanche di strutture conoscitive: la trasmissione, se c’è, avviene a un altro livello, avviene nel livello in cui l’opera più l’avvicini e più la perdi, più la dimentichi e più te la ritrovi, perché non puoi dimenticarla, perché fa parte comunque di quella stagione – che qualcuno chiama secondo romanticismo, qualcuno chiama decadentismo, qualcuno chiama simbolismo, altri impressionismo – in cui l’artista fuggiva dal proprio tempo, in una qualche misura. Lo stesso Gauguin cercava i Tropici, cercava qualcos’altro. E con Vincent si capivano, ma si urtavano, com’è giusto che sia: due artisti non sono una società di mutuo soccorso e i movimenti artistici sono occasionali possibilità di incontro, di influenza, di suggestione, di arricchimento, che portano inevitabilmente a una rottura. Tutti gli artisti hanno litigato, non solo Leonardo e Michelangelo, ma anche all’interno del surrealismo, per esempio, altro movimento antimodernista. Ma questa era la loro ricchezza, la loro particolarità, il loro stare insieme e il loro separarsi. Del resto, proprio nel surrealismo noi troviamo uno dei topos che già Van Gogh aveva in qualche misura colto e anche rielaborato profondamente. I surrealisti parlavano di terrain vague, cioè quel luogo all’interno della città che non è stato toccato dalla progressività dello sviluppo, dall’urbanistica modernista; cercavano quegli spazi vuoti, lontani, incontaminati in qualche misura, magari con le erbacce, però con colori che non erano stati ancora alterati, con strutture che non erano ancora state in qualche modo artefatte e lì trovavano qualcosa che non era la loro identità e non era neanche la storia. André Breton diceva: “L’histoire tombe au-dehors comme la neige” (“La storia cade fuori, fuori dalla finestra, come neve”), nel senso che è un elemento estraneo. E tutto ciò in una visione globale del mondo altamente civile, perché c’era una chiara dimostrazione di appartenere a un tempo rispetto a cui gli artisti si sottraevano, rispetto a cui cercavano vie alternative, vie di crescita, vie di stelle, di girasoli, di cose molto sem- plici, come quelle che vediamo nelle opere di Van Gogh.

Non c’è bisogno di inventare fenomeni paranormali, qui siamo a un livello in cui il paranormale s’insinua, anche se non lo vogliamo considerare. Quando guardiamo le opere di Vincent, soprattutto dal vivo, senza la mediazione della riproduzione, un po’ di brivido si sente: il colpo di pennello, quel gesto, che era la sua natura che si esprimeva attraverso la mano – e attraverso le parole di Verdiglione, attraverso la sua restituzione, possiamo ricostruirlo –, è un gesto di una manualità assoluta. Ed è curioso che, contrariamente a quello che si diceva un tempo di Lucrezio, cioè che scriveva per intervalla insaniae, ovvero nei momenti di lucidità, Van Gogh dipingeva forse meglio nei momenti di “pazzia”, perché era la sua maniera di essere e di sfruttare tutto quello che era in sé. Poi d’altro canto aveva un profondo sentimento religioso, amava San Francesco, e anche questo è anti-modernista.

Allora, ha ancora senso accostarci a Van Gogh come una questione viva per noi oggi? È questa la domanda che ci poniamo. E credo che Verdiglione abbia risposto semplicemente: “Bene, questa è la parola di Vincent, che è l’equivalente della sua opera”. Nel mio intervento non ho proiettato immagini delle opere e mi sono affidato alla piccola valenza della parola parlata – nell’italiano di oggi, che sta modificandosi profondamente al proprio interno – perché è importante salvare la parola. Verdiglione ha salvato la parola, anche attraverso questo excursus intorno a Van Gogh, e non ha fatto letteratura. Del resto, nemmeno Benvenuto Cellini pensava di stare facendo letteratura quando ha scritto La vita, e per questo è riuscito un capolavoro. Il rapporto fra la parola e l’immagine è essenziale, ma anche fra l’immagine e la musica; della musicalità della pittura è stato scritto molto: c’è musica nel quadro. Un romantico o un pre-romantico come Novalis diceva: “La poesia è la prosa fra le arti”, e si riferiva al terreno che accomuna tutti coloro che fanno arte, sia figurativa sia plastica, sia musica sia teatro sia letteratura. In questo senso, possiamo dire che il discorso dei generi già all’epoca era ampiamente superato. Come ricordavano i relatori che mi hanno preceduto, Vincent era persona colta, aveva una passione straordinaria per le letture e pare che leggesse in maniera insaziabile e quindi giungeva a profonde elaborazioni proprie. La sua maniera di esprimersi l’ha cercata a lungo prima di trovarla. È probabile che abbia avuto bisogno di andare a Parigi, perché senza andare a Parigi certe lezioni probabilmente non le avrebbe mai potute acquisire. Poi ci ha aggiunto la Provenza, per trovare i colori, anche se i colori erano dentro di lui e, forse, erano anche parole. Le parole che enunciamo hanno una loro vita nel momento in cui mettono insieme le persone, legano e slegano le persone, come facciamo noi al Laboratorio di poesia, come fanno le persone nell’am- bito dei movimenti e dei gruppi di lettura o coloro che si preoccupano del fatto che la lingua stia alteran- dosi; parlo dell’italiano, ma anche dei cento dialetti italiani che sono scomparsi nel frattempo.

Una piccola nota: il Laboratorio di poesia fa traduzioni, ma non le fa dall’inglese, le fa dal gaelico; non le fa dal francese, le fa dal vallone; non le fa dal tedesco, le fa dal croato, perché sono le lingue che rischiano di più di scomparire e che purtroppo stanno scomparendo. E anche le lingue maggiori si stanno contaminando con altre maniere di esprimersi, di deteriorarsi, per dir così. Naturalmente distinguiamo fra la lingua della comunicazione e la lingua dell’arte. Vincent si è incamminato nell’arte perché gli era assolutamente indispensabile, non c’era altro modo di comunicare per lui: i colori li aveva dentro e le forme le ha trovate, quelle che potevano realmente interessarlo, quegli ulivi, quei girasoli, quelle cose anche mol- to scarne e anche quella umanità che lo distingue dai pittori da Moulin Rouge. Lui è piuttosto un pittore di luoghi popolati da povera gente.

Per il resto aveva i suoi piccoli riti, su cui sarebbe interessante fare un altro tipo di riflessione: beveva molto assenzio e l’assenzio era la droga comune per molta gente in quell’ambito e in quel periodo; i bevitori di assenzio li troviamo nei quadri di Manet, di Degas e di altri impressionisti, come dello stesso Toulouse-Lautrec, che dipinse il Ritratto di Vincent van Gogh (con bicchiere di assenzio). Ecco, ci si droga con ciò di cui si ha bisogno: ci si droga anche di arte.

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