Negli ultimi anni la trasformazione del settore automotive ha registrato l’avanzata di grandi costruttori cinesi anche in Europa. La tradizione italiana è però frutto di un’altra tensione industriale, che ha attraversato il paese dal dopoguerra in poi, mentre cresceva man mano l’ambizione alla qualità. Lei è fra gli imprenditori che hanno rilanciato quell’ambizione, fondando la MWM, divenuta oggi leader nella riparazione della plastica per l’automotive. Proseguire nell’attività di impresa è un gesto di civiltà anche perché, quando voi assumete nuovi collaboratori, non offrite soltanto un lavoro ma anche un progetto di vita…
Oggi fare impresa è una missione, non è più soltanto un mestiere. Per proseguire, occorre che ciascuno scommetta senza riserve in ciò che fa oppure nel prodotto e negli uomini e nelle donne dell’azienda, senza alternative. In passato, le imprese nascevano per una sfida e proseguivano per raggiungere insieme degli obiettivi. Oggi siamo in pochi a procedere dalla sfida e nascono sempre meno imprese manifatturiere, mentre invece prolife- rano nuove aziende di servizi.
È necessario promuovere la cultura della manifattura e favorire la curiosità e l’interesse per questo ambito dell’industria, anche fra i nostri giovani. Dopo la fase dell’emergenza Covid, tutto sembra diventato automatico, scontato e, accanto alla chiusura di aziende manifatturiere, si sta producendo anche un’altra questione: le persone tendono a parlare tramite mail o messaggi dallo smartphone.
In alcuni segmenti della manifattura qualcosa di nuovo sta incominciando, per esempio stanno crescendo le aziende che producono componentistica in carbonio, per l’automotive e anche per la filiera delle due ruote, in cui la maggior parte dei telai si fanno in carbonio. Ma resta il dato che non aprono nuove imprese nella manifattura meccanica. Allora, occorrerebbe che la scuola fa- vorisse questo interesse.
Ma anche il modo di intendere il lavoro è differente…
Il lavoro è sempre stato inteso come un’opportunità per migliorare le condizioni di vita, ma non c’è più quell’attaccamento al proprio lavoro o al prodotto da costruire. Quando ho cominciato l’attività, i giovani erano disposti a trattenersi in azienda oltre l’orario di lavoro, quando occorreva, e comunque non andavano via finché non avevano concluso. È molto raro che questo accada oggi, perché è intervenuta la mentalità che sia più importante il tempo libero. Il lavoro era un’occasione di riscatto e l’azienda non era mai stata intesa come alternativa al resto della vita, come invece spesso avviene. Oggi tutto ciò che ruota intorno all’impresa diventa quasi un’incombenza, come per esempio rispondere all’invito di festeggiare in azienda i risultati raggiunti. Non è un obbligo trovarsi tutti insieme per fare festa, ma viene inteso come tale anche l’incontro conviviale per trascorrere insieme una bella serata, mangiando, ridendo e facendo qualche battuta.
Ma quali sono le novità in atto nel settore automotive, in cui voi intervenite attraverso la produzione di attrezzature per la riparazione delle carrozzerie delle auto?
Il settore tiene, anche se registra una riduzione delle vendite. Noi non abbiamo perso clienti, ma le richieste sono diminuite. I venti di guerra stanno producendo la destabilizzazione dell’economia di molti settori. Quasi dappertutto le aziende non tengono più le scorte di magazzino.
Io mi chiedo dove sia quell’ambizione che ha reso grande l’Italia e che ha portato all’apertura delle migliaia di piccole e medie imprese di questo paese. Oggi è forse un po’ più sazio, perché vive dei profitti del passato scaturiti proprio dall’ambizione di riuscire.
Ciò che mi stupisce ancora di più è che nessuno abbia promosso scioperi o abbia protestato quando, per esempio, Stellantis (ex Fiat) ha venduto Iveco Group a una multinazionale indiana. L’operazione è avvenuta nell’indifferenza totale. Gli stabilimenti di Stellan- tis di Melfi e di Cassino hanno ridotto notevolmente le ore di lavoro. Intanto, l’ipotesi di joint venture fra Stellantis e uno fra i maggiori costruttori cinesi dell’auto fa sperare che la produzione resti in Italia. Ma ciò non toglie che il settore automotive stia attraversando una trasformazione radicale, in cui sembra che non ci resti che ambire a mantenere posti di lavoro in Italia, anche se con proprietà estera, dando così ossigeno a tutto l’indotto dell’automotive. Sempre che qui non si finisca per fare soltanto l’assemblaggio dei componenti delle auto. Del resto, non sarebbe una novità perdere il patrimonio di esperienze della nostra manifattura, dal momento che abbiamo permesso alla ex Fiat di andare a costruire gran- di stabilimenti in Marocco, accettando di esportare mano d’opera dall’Italia. Quando i sindacati avranno chiaro che sostenere le aziende di questo paese è un bene per tutti, non solo per l’im- prenditore (che comunque già si fa carico di molti rischi e oneri), allora forse l’Italia potrà avere un peso maggiore anche a livello internazionale. Non abbiamo alternative. Se si spezza l’anello fondamentale dell’economia di questo paese, che è quello dell’impresa, allora anche l’avvenire delle famiglie sarà compresso.
Quali sono le ipotesi per l’avvenire?
È la direzione in cui andiamo che decide del nostro avvenire. Sarà sempre più essenziale tornare a parlarsi e a fare ragionamenti critici. Nelle aziende, il cervello dell’impresa sarà costituito sempre di più dalla squadra dei collaboratori intraprendenti. Allora, per esempio, quando stiamo lavorando a un nuovo prodotto, nella squadra interviene sempre chi propone di procedere in un modo e chi in un altro: “Io farei questo pezzo così e tu cosa dici? No, facciamo questa modifica” e così via. Sarà sempre più essenziale coinvolgere i collaboratori nei progetti dell’impresa, perché, se ciò non avviene, loro non potranno avere ben chiaro cosa stanno facendo.
Nella sua esperienza imprenditoriale in che modo lei è ricorso a interventi fuori dagli standard?
Fino a qualche decennio fa non pote- vamo fare impresa senza fare interventi che non fossero folli. Per esempio, quando investivamo oltre le possibilità economiche e finanziarie dell’azien- da, accumulando debiti. Ma noi scommettevamo tutto nel nostro progetto e non ci stancavamo mai di rilanciarlo. Molti di quegli investimenti hanno dato i loro frutti, anche se a un certo punto ci siamo trovati in condizioni veramente preoccupanti. Allora, io insieme a un collaboratore di fiducia ci siamo fermati, abbiamo stampato il piano dei conti e, dopo averlo studiato, abbiamo cercato di capire come potevamo ridurre i costi. Avevamo dei fornitori importanti, ma non eravamo in condizioni di onorare gli impegni presi. Così siamo andati a visitarli e abbiamo raccontato le nostre difficoltà, chiedendogli di congelare per alcuni mesi il debito contratto. Però avevamo bisogno di liquidità per riprendere il ritmo della produzione e abbiamo chiesto di continuare con le forniture. Dopo diversi mesi avremmo incominciato a saldare anche il vecchio conto. In quell’occasione, quattro delle aziende più importanti hanno accettato la nostra proposta, perché sono andato in prima persona a parlare con loro. E siamo arrivati fino a qui. L’impresa si fa con la parola, che è sempre puntuale. Allora però, quando l’economia italiana cresceva perché c’era chi faceva follie come queste, quando gli italiani non avevano paura di investire in macchine, nuovi prodotti e tecnologie, avevano il tempo necessario per recuperare. Ma oggi rischiamo di perdere la battaglia per non fare follie come queste.
Chi non rilancia il proprio progetto, assumendo il rischio d’impresa e aspettando di fare qualcosa quando avrà i soldi, è sicuro che non farà mai niente. Quanto facciamo deriva dalla forza che mettiamo nel nostro progetto e che non permette di arrenderci. La strada è tracciata da ciò in cui scommettiamo: “Questo è il prodotto, ci credo ed è ciò che occorre. Bene! Andiamo avanti”. A volte questo approccio semplice ci ha dato ragione e altre volte no, ma è sicuro che l’imprenditore non può lavorare per cercare consen- so, come qualcuno dice oggi. Forse è anche per questo buonismo che non nascono nuove imprese. L’imprenditore deve intervenire in modo prag- matico, secondo ciò che occorre alla propria scommessa. Di questa follia ha bisogno l’Italia.
