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LA MANO CHE DIPINGE, LA MANO CHE SCRIVE

ricercatore, cifrematico

Vincent van Gogh negli ultimi cinquant’anni è stato ed è tuttora l’artista più presente nelle collane e nelle pubblicazioni periodiche dedicate all’arte. È diventato un’icona di moda, popolarissimo in ciascun continente. I tratti dei suoi quadri, nelle varie sfumature, vengono utilizzati in molti prodotti di arredamento contemporaneo, nelle campagne pubblicitarie, nella computer art. È indubbiamente quel che si dice un’icona planetaria. Eppure, mancavano ancora molti elementi essenziali per parlare con proprietà di questo grande artista e della sua arte, per dissipare i pregiudizi e i giudizi, approssimativi ma purtroppo consolidati, che gravavano su di lui e sulle sue opere. Occorreva pertanto il libro Vincent van Gogh di Armando Verdiglione, analista, intellettuale, scrittore, con al suo attivo decine di pubblicazioni su arte, artisti e scrittori, libro che assolve in modo eccellente al compito di esplorare altre vie per incontrare il grande pittore olandese di Zundert. Il testo di Verdiglione è la lettura e l’analisi degli scritti dell’artista – le lettere al fratello Theo, alla sorella Willemien, a Paul Gauguin, a Emile Bernard e ad altri artisti – e di moltissime sue opere del periodo tra il 1883 e il 1890, quindi riguardanti gli anni trascorsi a Nuenen, poi a Anversa, Parigi, Arles, Saint-Rémy e Auvers.

Verdiglione ci fa incontrare un artista autore di ricerche approfondite intorno all’arte, con numerose letture e importanti teorizzazioni. Purtroppo, per pochi altri grandi artisti, come per Van Gogh, le definizioni, i commenti, le narrazioni, anche da parte di autori cosiddetti “competenti”, hanno costituito finora un orientamento di giudizio che, pur non mettendo più in discussione la sua arte, è apparso altrettanto rigido e basato ancora su suggestioni, pregiudizi, approssimazioni: l’artista è stato definito secondo casistiche di tipo personologico, sociale, o addirittura nosologico.

Van Gogh va considerato un artista non catalogabile e non assegnabile in modo esclusivo a nessuna corrente artistica. Quindi Verdiglione, nel libro, ha ritenuto opportuno lasciare che lo stesso Van Gogh si esprimesse attraverso le sue lettere. Emerge anche l’interesse dell’artista, senza alcuna ricerca di modelli, per altri artisti come Delacroix, Daumier, Daubigny, Theodor Rousseau, Corot e per la celebre “Scuola di Barbizon”, il gruppo di pittori, fra cui emerse Millet – del quale Van Gogh ammira Le spigolatrici e L’Angelus –, che si riuniva in questa località della Francia per una ricerca costante intorno al “paesaggio” e al “mondo” contadino che lo caratterizzava.

Come emerge nel libro, di van Gogh si sono occupati per secoli, e purtroppo tuttora, oltre centocinquanta fra psicanalisti, psicologi, e soprattutto psichiatri, che ne ha scritto dando spesso giudizi nosografici molto più tranchant di quelli degli stessi psichiatri con cui Van Gogh ebbe effettivamente a che fare. Da questa congerie non poteva che sorgere la figura di un Van Gogh artista immenso ma “sofferente”, “tormentato”, addirittura “sociopatico”.

L’importanza e il vero e proprio messaggio di questo libro sta nel confutare con decisione, anche attraverso le lettere dell’artista, ciascuno di tali giudizi, senza mai suscitare polemiche verso coloro che li hanno espressi. Dalle lettere di Van Gogh non traspaiono mai trascuratezza e approssimazione, anzi, una ricerca costante verso la precisione e la qualità. Come il libro sottolinea, egli si occupava della scelta dei materiali, dei pigmenti, dei colori, cui ha sempre attribuito un valore espressivo straordinario. Tale tensione è stata anche linguistica, e lo ha portato sia a creare e a produrre in pochissimo tempo un numero considerevole di opere pittoriche sia a scrivere moltis- simo, con una precisione e una lucidità oggi sorprendenti. Purtroppo, l’ideale romantico di artista maudit, meglio se povero e malato, è perdurata per quasi due secoli in Occidente. Lo stesso Van Gogh ne fa una critica scrivendo al fratello: “Mentre noi viviamo come un rinascimento vero e grande dell’arte, la tradizione tarlata e ufficiale che è ancora in piedi ma che è impotente e fannullona in fondo, i nuovi pittori, soli, poveri, trattati come folli, tanto che, in seguito a questo trattamento, lo divengono realmente almeno quanto alla loro vita sociale”.

A questo proposito Armando Verdiglione, dopo avere rilevato la locuzio- ne rinascimentale di “mano intellettuale”, senza più dicotomia tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, ha coniato per Van Gogh la nuova locuzione di “mano della vita” e Sergio Dalla Val ha inteso dare come titolo all’appuntamento di presentazione del libro La mano di Van Gogh, come mano che dipinge, ma anche come mano che scrive. Van Gogh ha affermato nelle sue lettere: “Quel che io cerco di ottenere non è di essere capace di disegnare una mano ma il gesto, non di disegnare una testa matematicamente corretta ma la grande espressione”. E Armando Verdiglione ha precisato: “Non abbiamo tenuto l’opera di Vincent van Gogh dinanzi a noi per specchiarci, guardarci, osservarci, commemorare o rimemorare, oppure per dialogare con essa. È l’opera di Van Gogh che tiene noi dinanzi, ci attira nella sua attenzione, nel suo orizzonte, nella sua direzione”.

I testi di Carlo Marchetti e seguenti, fino a pag. 13, sono tratti dal dibattito La mano di Van Gogh. Pittura e scrittura (28 aprile 2026, Fondazione Lercaro, Bologna).

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