Da quasi sessant’anni Lafer Spa, nata per rispondere alle crescenti esigenze dell’edilizia protagonista della rinascita italiana degli anni del boom economico nel mercato della lavorazione e del commercio del ferro, è oggi il centro rivestimenti con la più alta concentrazione di impianti di coating ed è dotata di un team qualificato di tecnici e ricercatori esperti di ingegneria delle superfici. Grazie alla specializzazione continua per ciascun settore di impiego, Lafer è oggi azienda di riferimento per alcune fra le industrie italiane che rappresentano l’eccellenza del Paese nel mondo. Cesare, ci racconta com’è incominciato il vostro viaggio?
Il mio nome all’anagrafe è Cesarino, in realtà, poi, molti mi chiamano Cesare, ma di “Cesare” ce ne sono tanti. La nostra azienda, Lafer Spa, che nel nome conserva le iniziali di “Lavorazione ferro”, è stata costituita nel 1968 con i miei fratelli, Giuseppe Parenti e Luigi Parenti. Noi avevamo già incominciato a lavorare insieme nell’ambito dell’azienda agricola di nostro padre, nella Pinola, ma sempre in modo gratuito. Man mano, però, cresceva per noi anche la necessità di guadagnare qualcosa per soddisfare le esigenze della giovane età. Ma nostro padre non era affatto d’accordo. Allora ci siamo industriati: “Noi avremmo lavorato gratis, però, conclusi i lavori in azienda, avremmo potuto usare le macchine agricole per gli altri agricoltori e tenerci i soldi. Nacque così una società di lavoro a cottimo. Gigi sulla mietitrebbia, io sulla imballatrice e Beppe in giro a cercare clienti e a esercitare la rappresentanza sociale” (tratto dal libro di Cesare Parenti, Racconti, 2021, ndr).
Quando ho incominciato a lavorare in campagna avevamo anche i cavalli, ma a me piacevano di più i trattori, che sembravano ruggire con i loro motori fumanti. Noi siamo stati sempre attratti dalle macchine. Perciò, non appena siamo riusciti a mettere da parte qualche gruzzoletto, abbiamo deciso di investirlo nell’acquisto di un’auto da corsa, la Giulietta Sprint Zagato. Del resto, in Emilia Romagna è diffusa la passione per i motori, che nel nostro caso ha anche contribuito a creare un feeling tra noi fratelli che prosegue da sessant’anni, da quando abbiamo incominciato a lavorare insieme.
Giuseppe, il maggiore fra noi, aveva il germe dell’imprenditoria, mentre Gigi, anche lui ingegnere, ha sempre avuto una vocazione speciale per la meccanica, per lo sviluppo delle sue applicazioni e dei processi produttivi. Io, invece, mi sono dedicato all’arte della gestione amministrativa. Nonostante i miei studi in matematica non prevedessero nozioni di carattere amministrativo, ho imparato la partita doppia, quando ancora la contabilità era svolta in modo quasi manuale e poi è venuta in aiuto anche la mia buona preparazione teorico matematica, che mi ha permesso di mettere a punto un sistema informatico aziendale che gestisce il Gruppo delle aziende di famiglia, Lafer Spa e Paver Spa, quest’ultima fondata nel 1964 da Giuseppe Parenti. Noi abbiamo esteso il sistema informatico anche alla gestione della produzione e oggi, anche a distanza di alcuni anni, siamo in grado di individuare esattamente cosa e quale operatore sia intervenuto in ciascuna fase del processo produttivo. Questi dati sono molto utili per la gestione del sistema qualità, perché in Lafer lavoriamo migliaia di pezzi al giorno, con i rivestimenti più vari, di cui sarebbe impossibile tenere traccia. Registrando ciascuna fase del processo, abbiamo il vantaggio di responsabilizzare i collaboratori nello svolgimento del proprio compito. Inoltre, questo sistema capillare permette di valutare il lavoro di ciascuno, consentendoci di dare un riconoscimento economico aggiunti[1]vo in relazione al risultato complessivo dell’azienda. Noi, infatti, siamo rimasti imprenditori alla vecchia maniera, quando l’azienda era come una famiglia. In ambito agricolo, quando l’annata era stata abbondante c’era da mangiare per tutti e poi, quando il tempo era stato avverso, bisognava tirare la cinghia tutti insieme. Per noi il bene più prezioso resta ancora il lavoro, che occorre difendere a oltranza, nella buona e nella cattiva sorte.
In quali settori industriali interviene Lafer?
Nata come azienda specializzata nella lavorazione del ferro per cemento armato, che negli anni sessanta si svolgeva ancora nei cantieri edili, la Lafer è poi diventata un centro attrezzato per la fornitura ai cantieri, per esempio, di barre d’acciaio sagomate a seconda dei disegni del progetto da realizzare. La nostra idea si è rivelata vincente e i fatturati sono cresciuti in modo costante fino alla fine degli anni novanta. Poi, le acciaierie che producono il ferro per cemento armato hanno incominciato ad acquisire le aziende che facevano questo mestiere e noi ci siamo trovati in concorrenza con i nostri fornitori. Fra il 2008 e il 2009, però, molte di queste grandi imprese e delle cooperative del settore sono andate in fallimento. Per non limitarci al settore dell’edilizia, notoriamente soggetto a cicli di alto e di basso mercato, nel 1985 noi avevamo avviato un’altra divisione di Lafer dedicata alla meccanica, che di lì a poco diventerà la Lafer Rivestimenti. Allora, abbiamo investito in un impianto per il trattamento sottovuoto di oggetti metallici, che ci ha consentito di acquisire esperienza in questa tecnologia. Poi, nei primi anni novanta, è arrivata sul mercato una nuova tecnologia di rivestimenti PVD, Physical Vapour Deposition, e ci siamo dedicati con successo a questo tipo di applicazioni, proseguendo nelle lavorazioni del ferro in Lafer Ferro.
Noi abbiamo incominciato a lavorare il ferro e poi abbiamo proseguito con il rivestimento di oggetti metallici tramite fili metallici estremamente sottili, che arrivano a circa tre o quattro micron – quindi millesimi di millimetro – depositati a bassa temperatura. Questi oggetti metallici rimangono perfetti nelle loro dimensioni, che sono frutto di lavorazioni molto specifiche, ma è come se venissero rivestiti da un guanto sottilissimo che li avvolge completamente. Questo guanto serve a cambiare le caratteristiche fisiche e chimiche dell’oggetto, per esempio ne riduce il coefficiente di attrito e questo procedimento è molto utile nei motori da competizione, per esempio. Ma viene utilizzato anche nelle linee di impacchettamento, perché questo rivestimento consente di far scivolare oggetti di vetro, di carta o di plastica e, divenendo più scivolosa la linea di confezionamento, impiega minore quantità di energia riducendo anche l’usura del prodotto. In questo modo la linea di produzione è in grado di lavorare a velocità superiori e con una manutenzione irrisoria.
Questo tipo di rivestimenti è impiegato anche nell’aerospace?
Nell’aerospace interveniamo per rivestire le pale delle turbine, che, girando ad altissime velocità, sono soggette a maggiore usura. Ma questo rivestimento è impiegato anche negli stampi di tutti gli oggetti in plastica, che sono soggetti a corrosione. Quando la plastica si scalda, infatti, emana alcuni composti dello zolfo piuttosto aggressivi. Questi, però, non intaccano lo stampo dotato dei nostri rivestimenti, perché costituiscono una barriera alla corrosione. Ma l’applicazione principale dei nostri rivestimenti è estesa a tutta l’utensileria, per cui alle punte, alle frese per la costruzione dei torni e delle parti meccaniche più varie, e soprattutto agli ingranaggi. Questi sono impiegati dappertutto, non solo nell’automotive, ma anche in tutti i sistemi di trasmissione di potenza e così via.
Quali sono gli altri servizi che voi offrite, lungo la fornitura dei rivestimenti in PVD?
La nostra specializzazione nel settore ci porta a lavorare in stretta collaborazione con l’ufficio Ricerca e Sviluppo delle nostre imprese clienti. Ecco perché abbiamo circa quindici ingegneri dedicati, con i quali abbiamo instaurato una collaborazione che va anche oltre l’ambito lavorativo: sono persone di famiglia, anche perché ci sentiamo molte volte al giorno, facendo ricerche anche per conto del cliente. La nostra ambizione è quella di offrire un servizio cucito a misura delle esigenze dei nostri clienti, motivo per cui molti di loro continuano a rivolgersi a noi da qualche decennio.
Lei dice che i vostri collaboratori sono come persone di famiglia. Ma qual è la lezione che le hanno lasciato i suoi genitori?
Mio padre e mia madre parlavano spesso con noi di questioni economiche, seduti tutti insieme intorno al tavolo. Parlavamo del vitellino che era nato o della pioggia che aveva rovinato il grano, per esempio. Quindi, noi fin da bambini ci siamo sentiti accolti a partecipare a un’impresa comune. Inoltre, mio padre aveva il terrore delle cause civili e diceva sempre: “Quando avete dei problemi voi accontentate la controparte e fate finta di aver vinto la causa, perché, se andate avanti, è un disastro”. Mia madre, invece, aveva il terrore dei debiti. Quando mio padre doveva fare un investimento per acquistare un nuovo trattore, mia madre non era molto d’accordo. Il loro esempio è per noi ancora motivo di emulazione, perché il vero imprenditore è colui che deve anche ricorrere al credito, ma è sempre necessario che lo investa nell’impresa con grande accortezza. Anche noi abbiamo sostenuto investimenti importanti, quando abbiamo aperto le aziende del Gruppo. E abbiamo sempre investito molto nelle aziende, utilizzando però energie finanziarie nostre. Piuttosto che dividerci i profitti e poi fare debiti con la banca, meglio investirli nell’azienda: sappiamo bene come funziona la giustizia in Italia, quando dovesse arrivare una crisi improvvisa oppure qualche cliente importante non pagasse o fallisse.
A proposito del convegno di cui pubblichiamo gli atti in questo numero della rivista, dal titolo La questione donna e gli inquisitori di ieri e di oggi (Bologna, 22 maggio 2025), quali sono i nuovi inquisitori dell’impresa, in Italia?
Il principale nemico dell’impresa è quella mentalità troppo egualitaria e ostile al merito. Questa mentalità è rimasta soprattutto nel settore pubblico. Le ostilità che abbiamo dovuto attraversare dagli anni sessanta agli ottanta, con un’opposizione ideologica molto dura fra le parti sociali, spesso fomentata dai sindacati, hanno ostacolato la nascita e la formazione di aziende di grandi dimensioni. È vero che nelle piccole aziende, dove maggiore è la vicinanza fra il datore di lavoro e i propri collaboratori – che spesso sono anche lavoratori che tendono spontaneamente a farsi carico delle ragioni dell’impresa – l’approccio costruttivo ha prodotto risultati eccellenti. Invece, le multinazionali in Italia non hanno trovato un terreno favorevole, perché venivano viste in modo ostile, come strutture del potere mondiale, dedite allo sfruttamento. Ritengo che per questo, specialmente in Emilia, siano nate tante piccole e medie imprese. Tuttavia, se per anni è invalso lo slogan del “piccolo è bello”, oggigiorno è anche vero che è necessario internazionalizzare le imprese e, allora, può accadere che quella di piccole dimensioni che deve operare all’estero trovarsi in difficoltà. Per questo sono nati distretti come quello delle Ceramiche oppure quello della Motor Valley, al punto che, quando ci si presenta nel mondo con una macchina sportiva italiana, questa risulta il nostro biglietto da visita migliore. Ma forse soltanto negli ultimi anni molti si sono accorti che l’impresa è fonte di ricchezza diffusa.
I distretti sono una forma di competizione estremamente valida, perché uniscono i vantaggi della piccola impresa con quelli della grande e, soprattutto all’interno del distretto, le professionalità delle aziende che chiudono non vanno perse perché vengono assorbite dalle altre aziende del settore. Inoltre, l’impresa che ha chiuso resta per le altre l’esempio da non ripetere e, quindi, stimola il vantaggio di rinnovarsi senza perdere le professionalità che sono nate in altre aziende. Invece, quando sono le multinazionali a chiudere poi lasciano un vuoto tremendo e il deserto industriale. Grazie ai distretti, quindi grazie a questo modo italiano che gli imprenditori si sono inventati, dovremmo anche ringraziare quasi i sindacati degli anni settanta, i quali, facendo guerra alle multinazionali e a tutte le grandi imprese, hanno favorito la nascita di quelle di piccole e medie dimensioni. Se noi facciamo la guerra a tutte le imprese, invece, finiamo come la Russia all’epoca in cui non era proprio un esempio.
Noi riscontriamo che sono essenziali nell’azienda i dispositivi della parola. Quanto è stata ed è importante nella vostra impresa, non soltanto nella vostra famiglia, la parola?
È importante non avere steccati ideologici e sicuramente è necessario anche avere una buona organizzazione. A me può capitare che, entrando nei nostri stabilimenti, incominci a parlare con un operaio o anche con un apprendista, per esempio. Da questa conversazione può nascere un’idea che non avevo prima di parlargli. Se l’idea è buona, poi ne parliamo con chi dirige il reparto e, comunque, sicuramente siamo propensi sempre a condividere i risultati raggiunti insieme. In azienda nessuno deve avere paura di dire le cose, perché le idee vincenti possono arrivare da ciascuno, anche dai nuovi assunti che offrono una prospettiva nuova. L’impresa deve essere un luogo di promozione, deve dare spazio alla crescita perché ciascuno è un giacimento di talenti talora inespressi. Non è un caso che da noi lavorino collaboratori assunti inizialmente per fare lavori manuali, anche pesanti, ma che poi gradualmente sono giunti ad assumere compiti di responsabilità nell’azienda.
La cura dei collaboratori e degli ospiti di Lafer è tale che li omaggiate anche con i prodotti del vostro bellissimo frutteto…
È un terreno a cui siamo molto legati, di circa 11 ettari, ma in cui abbiamo più di ventimila alberi di oltre cento varietà diverse di frutta. Perché? Per il nostro amore per la campagna. Quando mio padre ci ha lasciati, noi abbiamo ereditato questi terreni e abbiamo avuto l’idea di fare qualcosa che potesse avvicinare le persone alla terra, offrendo quindi il piacere di entrare nel nostro frutteto e di cogliere la frutta con le proprie mani per poi gustarla in mezzo alla natura. Io e i miei fratelli siamo convinti che le aziende siano costituite da persone, che sono la ricchezza più preziosa. Per questo sono solito dire che la porta del mio ufficio è sempre aperta e ciascuno sa che può venire a parlare con me. Abbiamo dato questa educazione ai nostri figli, che sono entrati in azienda incominciando a fare lavori manuali, e abbiamo cercato di trasmettere loro quei valori che i nostri genitori hanno trasmesso a noi a loro volta: la serietà e il rispetto. E sono ancora questi valori a costituire il nostro approccio all’impresa.