Nel mio intervento vorrei soffermarmi sugli aspetti che fanno della Nave dei folli di Sebastian Brant un capolavoro e spiegano il grande successo del Narrenschiff.
Cominciamo dal contesto storico in cui il testo viene pubblicato. Siamo nel 1494, a Basilea, dunque nel Sacro Romano Impero, e da poco è diventato Re dei Romani Massimiliano I d’Asburgo. Essere “Re dei Romani” significava, di fatto, essere imperatore senza avere ancora ricevuto l’incoronazione papale. Nel 1494 Massimiliano è stato scelto dai principi elettori tedeschi, ma non è ancora imperatore (lo diventerà soltanto nel 1508) e cerca di offrire un’immagine del proprio regno come unitario e stabile, quando in realtà la situazione è ben diversa. La Germania dell’epoca è infatti frammentata in numerosi centri di potere, spesso in conflitto tra loro. La nave dei folli si inserisce dunque in un momento storico estremamente tumultuoso e getta luce sulle principali contraddizioni della società tedesca, mettendone a nudo problemi e tensioni.
Occorre inoltre ricordare che pochi anni dopo, nel 1517, Martin Lutero affiggerà al portone della cattedrale di Wittenberg, nella Germania centro-settentrionale, le celebri 95 tesi, dando avvio alla Riforma protestante. Molti temi propri della Riforma sono già anticipati nel libro di Brant, soprattutto nella critica verso alcuni aspetti corrotti della Chiesa e certe pratiche religiose. È però importante precisare che Brant non è affatto un sovversivo. Al contrario, è un umanista conservatore, di buona famiglia, che lavora per tutta la vita come giurista. Si lamenta di come va il mondo e immagina come potrebbe andare, ma non intende sovvertire l’ordine costituito.
Un secondo elemento fondamentale, già ricordato da Caterina Giannelli, è l’introduzione della stampa a caratteri mobili. Questa geniale invenzione di Johannes Gutenberg rivoluziona completamente la produzione libraria. Fino alla metà del Quattrocento i testi venivano infatti copiati a mano e questo comportava inevitabilmente una molteplicità di versioni differenti. Anche oggi, se chiedessimo a dieci persone di ricopiare un testo, difficilmente otterremmo dieci copie identiche. Con la stampa, invece, ogni copia coincide perfettamente con le altre: se leggiamo un passo a pagina 221 della Nave dei folli, chiunque apra il libro a quella pagina troverà esattamente lo stesso testo.
Si tratta di un cambiamento decisivo, tanto più se pensiamo alla rapidità con cui la stampa consente di produrre libri. Per capire come funzionava la stampa a caratteri mobili, dobbiamo immaginare una struttura lignea simile a un telaio, dentro cui venivano inseriti piccoli blocchi di piombo con lettere rovesciate, imbevute d’inchiostro; il foglio veniva poi schiacciato sulle lettere mediante una pressa a vite. Questa tecnica rese possibile una diffusione dei libri senza precedenti, favorendo soprattutto la circolazione della Bibbia, il libro per eccellenza. Ed è significativo che, accanto alla Bibbia, tra i primi grandi successi editoriali dell’epoca vi sia proprio la Nave dei folli di Sebastian Brant.
Il terzo elemento decisivo è la compresenza di testo e immagine. Le varie edizioni moderne dell’opera sottoli- neano molto questo aspetto, anche perché alcune incisioni vengono attribuite, almeno in parte, ad Albrecht Dürer. Tuttavia, al di là dell’attribuzione artistica, ciò che conta davvero è la funzione delle immagini in una società ancora largamente analfabeta: le incisioni aiutavano il pubblico ad avvicinarsi al testo, presentandone qualche aspetto graficamente. Spesso diamo per scontato che la lettura sia un’attività prettamente privata, silenziosa, di cui godiamo soprattutto nelle ore serali. Per buona parte del Medioevo, invece, la lettura era pubblica e ad alta voce, proprio come quella che abbiamo avuto il piacere di ascoltare durante questo incontro. All’epoca i testi venivano dunque ascoltati da persone che non sapevano né leggere né scrivere e le immagini contribuivano perciò a rendere più immediata la comprensione. La Nave dei folli è quindi un’opera che combina efficacemente arte e letteratura.
Riassumendo, a mio avviso sono dunque questi i tre cardini del successo del Narrenschiff: il contesto storico in cui è stato scritto, la rivoluzione della stampa pochi decenni prima della sua redazione e l’unione tra testo e immagine che lo caratterizza. A questo si aggiunge naturalmente la ricchezza dell’opera stessa: 112 capitoli, brevi satire che colpiscono i diversi vizi e difetti della società del tempo.
Ci si potrebbe chiedere quanto vi sia di realmente nuovo nelle idee di Brant. In realtà, molte delle sue osservazioni riprendono temi e luoghi comuni già presenti nella tradizione antica greca e romana. Questo potrebbe sembrare un limite del testo; io credo invece che sia uno dei suoi punti di forza. È proprio questa continuità a fare della Nave dei folli un classico: un’opera capace di tra- scendere il proprio tempo e di parlare ancora ai lettori di epoche diverse.
Uno dei capitoli, ad esempio, è dedicato all’ingratitudine. Ve lo leggo per darvi un’idea: “Chi ogni giorno vuole essere servito/senza mai che un suo ‘grazie’ venga udito,/a spatolate dev’essere punito. È un matto che ha sempre tanti desideri/e mai si presta a ciò che volentieri/dovrebbe fare alla riconoscenza:/renderlo avuto con opra e pazienza./Chi vuole sempre guadagno ottenere,/facilmente è portato a ritenere/che, poiché qualche spesa ha sostenuto,/tutto il resto gli sia gratis dovuto./Cavallo stanco ancora messo a tirare,/non potrà a lungo in salute restare./E un buon giumento è pronto a intestardirsi/se la biada vedrà a diminuirsi./Chi troppo vuole senza mai pagare,/a me dai retta, è un matto da legare./E chi non sa valutare in modo giusto/lavoro fatto per salario angusto/non potrà a sua volta lamentarsi/se quel servigio vedrà rifiutarsi./ Merita sol di spatolate un fracco./Ed è davvero un cervello bislacco/che accetta cose che a lui riesca grata/e non ha nulla in cambio. Prosciugata/è dell’ingratitudine la fonte/dei benefici. Può forse sua sponte/cisterna dare acqua in cui nessuno/ne versi mai? Un cardine digiuno/d’olio e di grasso si mette a cigolare./Chi a esigui doni non sa mai pensare, grandi non potrà mai regali avere./E nessun dono mai saprà ottenere chi pel servigio non sa “grazie” dire, perché ha un cervello in cui non può capire/riconoscenza. Odioso al saggio è stato/sempre colui in cui scopre l’ingrato”.
Ascoltando questi passi, ci accorgiamo che, a quasi seicento anni di distanza, possiamo ancora riconoscere situazioni ed esperienze profondamente umane. Ognuno di noi, in qual- che momento della vita, ha avuto a che fare con l’ingratitudine. E il libro offre ben 112 esempi di questa natura: è per questo che resta ancora oggi un testo pienamente leggibile e godibile.
Vorrei infine soffermarmi sulla traduzione. Francesco Saba Sardi spiega chiaramente i criteri adottati nelle pagine finali dell’introduzione, intitolate Tradurre Brant. L’ho trovato un det- taglio non scontato, ma necessario per una traduzione che, come motiva Saba Sardi, mira a ricreare una “situazione tardo-medievale”. Uno degli elementi più evidenti di tale processo, insieme alle scelte lessicali, è la presenza costante della rima baciata, come nel testo di partenza. Si tratta di una scel- ta molto delicata e sicuramente opinabile, che ha portato a privilegiare il ritmo e la musicalità del testo originale al posto della fedeltà letterale. La traduzione è sempre una negoziazione, e in questo caso si è deciso di salvaguardare soprattutto la dimensione sonora e ritmica del testo. Anche questo aspetto viene spiegato chiaramente dal traduttore, che ammette inoltre di aver lavorato sulle moderne edizioni tedesche del testo e non su quelle in alto-tedesco medio, ovvero il tedesco medievale.
Vorrei concludere con una piccola curiosità etimologica. Nave dei folli traduce il tedesco Narrenschiff: Narr non significa però semplicemente “folle”. Indica piuttosto il giullare, il buffone di corte, colui che poteva permettersi di dire al sovrano verità scomode proprio perché considerato folle. La satira era tollerata attraverso questa figura. Non a caso, nelle incisioni del libro i personaggi indossano il tipico cappello da giullare: i “folli” sono innanzitutto buffoni.
E, infine, la nave: un’immagine potentissima. Una nave carica di folli che naviga verso Narragonia. È significativo che Brant scelga una nave e non, per esempio, un carro. Un carro segue una strada; una nave, invece, è esposta all’incertezza del mare, alla perdita dell’orientamento, alla deriva. È una metafora perfetta della società secondo Brant: una società che rischia di smarrire la propria direzione morale e religiosa.
Ed è forse questo il messaggio ultimo del libro: la nave dei folli non riguarda soltanto “gli altri”. In fondo, siamo tutti su quella nave. E tutti rischiamo di andare alla deriva, se non impariamo a comportarci in maniera più giusta, sul piano sociale, religioso e umano.