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LA NOSTRA BATTAGLIA PER L’ARTICOLO 46 DELLA COSTITUZIONE

avvocatessa, segretaria generale Cisl Emilia Centrale

È sempre un piacere ascoltare imprenditori illuminati come quelli che intervengono in questo convegno, Gioco e lavoro: l’impresa e il suo valore (Confindustria Emilia, Modena, 27 febbraio 2026), in cui si discute di temi importanti, fra cui la crisi del lavoro, non più concepita soltanto come una crisi economica, ma come una crisi culturale, organizzativa e simbolica. Non a caso, già nel depliant che promuoveva questa iniziativa, sono stati accostati diversi temi e diversi autori: per esempio, nel libro di Jean-Joseph Goux, Freud, Marx. Economia e simbolico, che ha
dato lo spunto all’evento, vengono accostati Freud e Marx. E fra i temi troviamo quello delle Grandi dimissioni, quello della perdita del lavoro, quello della fuga dei talenti e quello del coinvolgimento dei giovani nelle imprese.

La questione che dobbiamo porci rispetto agli strumenti per attrarre i giovani deve partire da un presupposto: i giovani non mancano. Spesso si parla dei Neet come fantasmi, che non vediamo, ma che purtroppo sono tanti, e questo è un problema. Però, poi, ci sono anche giovani che invece si fanno vedere, che si fanno sentire, che si mettono in gioco, e allora qui è necessario chiederci come possiamo attrarli. Sicuramente dobbiamo rivedere il nostro modello, anziché pensare che i giovani debbano adattarsi e accettare un tipo di impresa che ormai appartiene al passato. Dobbiamo pensare a un nuovo modo di fare impresa, perché abbiamo giovani con alte competenze, ma che danno importanza anche al tempo libero. Le Grandi dimissioni non sono un caso, sono indice di una trasformazione culturale che sta avvenendo in occidente. Lo stesso Goux auspicava nel suo libro, già nel 1973, un nuovo modo di organizzare
la produzione. Oggi ci troviamo nella stessa situazione e dobbiamo chiederci qual è il modello produttivo di cui abbiamo bisogno per attrarre giovani che vivono nuove complessità, perché lo scenario globale geopolitico è completamente mutato. Per non parlare del problema demografico con cui dovremo fare i conti fra dieci, vent’anni. E allora credo che la risposta sia quella che proponeva Marco Moscatti: fare in modo che i giovani divengano protagonisti nelle imprese.

Questo è implicito nel tema della partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa, richiamato dall’articolo 46 della nostra Costituzione e auspicato da CISL, che ha portato avanti una battaglia in questa direzione, fino alla promulgazione della Legge 76 del 2025, una delle poche leggi d’iniziativa popolare, sostenuta da quattrocentomila firme, che ha superato l’iter parlamentare. Questa legge rappresenta la risposta della CISL per far crescere quel senso di appartenenza che richiamava anche Gian Luigi Zaina nel suo intervento e soprattutto per introdurre un nuovo modello organizzativo, che può fare aumentare la produttività e può diventare una leva potente, una grande opportunità, nonostante i numerosi detrattori. Per esempio,
c’è chi ritiene che venga affossata la contrattazione, obiezione che si smonta subito perché in realtà la partecipazione viene realizzata proprio attraverso la contrattazione di secondo livello. Questa leva potente della contrattazione di secondo livello attualmente viene poco utilizzata, ecco perché la partecipazione diventa anche un modo per far sì che si sviluppi maggiormente questo tipo di contrattazione che non solo consente ai lavoratori di divenire protagonisti, ma rende anche più pesanti le loro buste paga.

Purtroppo, in Italia, nonostante abbiamo 4,5 milioni di aziende, a settembre 2025 soltanto 18mila avevano depositato contratti di secondo livello e addirittura soltanto 1.600 avevano depositato accordi di secondo livello che prevedevano accordi di partecipazione.

Ritornando alle eccezioni mosse alla recente legge sulla partecipazione, c’è chi sostiene che il limite di questa legge stia nel fatto che è stata snaturata perché non c’è coercizione, ovvero non si obbligano le aziende a fare partecipazione. Noi riteniamo invece che questo non sia un punto di svantaggio, ma un punto di forza: quello che vogliamo costruire con la legge di partecipazione sono relazioni di fiducia, perché l’obiettivo è prima di tutto far diventare protagonisti dell’azienda coloro che si mettono in gioco, quindi dare voce all’intelligenza diffusa dell’impresa, ai lavoratori che stanno sulle linee, a chi si occupa della manutenzione o degli uffici tecnici, e questo aumenta la produttività. Lo abbiamo già verificato in uno studio empirico di casi in cui veniva applicata la partecipazione, prima dell’approvazione della legge 76/25. Inoltre, vogliamo favorire chi è protagonista nell’impresa costruendo aree d’influenza effettiva in cui i lavoratori possono dare il loro apporto sulle scelte organizzative, formative e d’innovazione, diventando corresponsabili insieme all’azienda. Dopodiché, vogliamo ridurre il conflitto: non viene eliminato, come qualcuno teme perché è abituato ai rapporti conflittuali con l’azienda, ma si trasforma, diventa un conflitto negoziato, con delle regole, e allora rimane sullo sfondo. L’obiettivo è ricorrere al conflitto quando è necessario, quando sono falliti tutti i tentativi di negoziazione, e non erigerlo a linea guida nei rapporti fra lavoratori e imprenditori.

Abbiamo davanti una grande opportunità da sviluppare, che diventa un ulteriore elemento di forza proprio nel momento in cui il lavoro si sta trasformando ancora di più con l’introduzione delle nuove tecnologie. Potrei fare tanti esempi sull’importanza di rendere protagonisti i lavoratori, e i giovani in particolare, in diversi settori: pensiamo al settore dei rider, di cui si parla molto in questi giorni, oppure a quello della logistica, che non dobbiamo più pensare come un settore dove si lavora soltanto con il muletto o in cui c’è soltanto il lavoro sottopagato, il lavoro più fragile; oggi la logistica è tanto altro, è software, interazioni uomo-macchina, e i lavoratori hanno opportunità di crescita, di carriera, di formazione continua, tutti elementi necessari per far crescere l’azienda insieme al lavoratore, e per trattenere i collaboratori. Perché oggi i lavoratori, soprattutto i giovani, vanno via non soltanto per una questione di retribuzione, ma anche perché non sono sufficienti i servizi, perché non ci sono aspettative di carriera, perché comunque per troppo tempo rimangono intrappolati. Certo, in Italia abbiamo due grandi problemi che
sono due facce della stessa medaglia: quello della produttività e quello della stagnazione salariale, ma se aumentiamo la produttività aumentiamo anche la retribuzione. Un modo per fare aumentare la produttività è proprio dare protagonismo ai lavoratori. Quindi, con la legge 76/25, si istituzionalizza il meccanismo della partecipazione, si valorizza la contrattazione di secondo livello, si lega la produttività al risultato e al raggiungimento degli obiettivi, ma soprattutto si rende l’impresa meno fragile proprio nella competizione per l’attrazione dei talenti, perché oggi un’impresa è competitiva non soltanto per i salari, ma se riesce a garantire la conciliazione vita-lavoro, se riesce a garantire servizi, quindi se riesce a garantire valore, perché l’impresa non è solo profitto.

In questo momento è necessario che i lavoratori si sentano parte dell’azienda perché la tecnologia è impattante, ha il beneficio di aumentare la produttività, ma non è in grado di scegliere il modello sociale della sua applicazione e quindi è necessario agire sulla governance. Ecco perché dobbiamo “contrattare l’algoritmo”, ovvero fare in modo che l’introduzione dell’intelligenza
artificiale e delle nuove tecnologie non vengano subite, ma governate. Se esistono spazi di partecipazione, la tecnologia diventa miglioramento continuo e non intensificazione del lavoro a ritmi insostenibili. Allora, proprio per evitare il rischio che sia l’algoritmo a decidere, è necessario che ci sia la governance dell’algoritmo e dell’intelligenza artificiale. Naturalmente, questo richiede un’infrastruttura pubblica di intelligenza artificiale, ecco perché è essenziale, per la nostra Regione, che il super computer Leonardo di Bologna (che in questi giorni abbiamo temuto fosse spostato a Roma) rimanga in Emilia Romagna, perché è un’infrastruttura pubblica strategica, che elabora dati importanti ed è capace di attrarre progetti e talenti, di aumentare il dialogo tra ricerca e impresa e quindi di promuovere innovazione.

Per concludere, dico che il modello fordista del Novecento non è più in grado di reggere la complessità: i giovani chiedono all’impresa non di essere perfetta, ma di essere più vera per quanto riguarda salari, formazione, prospettive di crescita e possibilità di contare. E la partecipazione per noi è una delle risposte, perché tiene insieme tutti questi aspetti, quindi non dobbiamo vederla come il contrario dell’impresa, ma come un modo migliore per farla funzionare.

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