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LA QUESTIONE DONNA NELLE ORGANIZZAZIONI, NELLE ISTITUZIONI E NELL’IMPRESA

psicanalista, presidente dell’Associazione cifrematica di Venezia

Inaugurando il corso Le donne, l’ingegno e la via della riuscita, ci chiediamo di quale riuscita si tratti: qual è l’ingegno che occorre instaurare? Quali sono, se esistono, i canoni che donne e uomini assumono e che impediscono la riuscita?

Nadia è una giovane donna che comincia il suo primo lavoro in un ufficio strategico all’interno di una struttura complessa. Vania, la coordinatrice dell’ufficio, esige dedizione al lavoro e disponibilità totale da parte delle proprie collaboratrici, tutte donne; i modi di Vania sono sempre molto ruvidi, le mail sono stringate e senza alcuna indicazione. Vania impone alle collaboratrici un codice di comportamento in cui l’interlocuzione con clienti, fornitori, direttore e colleghi di altri reparti è vietata e ogni comunicazione deve essere approvata da lei. Nell’ufficio governa un clima di paura fino al terrore. Tuttavia, a poco a poco, la squadra si abitua al codice e alcune delle impiegate sembrano assumere le modalità della coordinatrice. Vania assegna le attività sulla base di carichi e scarichi di lavoro, come vasi da riempire e da svuotare. Nessuna delle collaboratrici deve affezionarsi a ciò che sta facendo, pertanto, periodicamente, Vania applica la job rotation, senza preavviso riassegna le mansioni in modo brusco.

Il più delle volte Vania convoca le colleghe a ora di pranzo. Spesso, il lunedì mattina porta in ufficio un dolce preparato dalla madre, chiama le collaboratrici alla scrivania e offre loro il dolce. Periodicamente, Vania dimostra riconoscimento per le colleghe più leali e impone silenzi e punizioni verso coloro che non sono state diligenti e solerti. Le punizioni si traducono in esclusioni da meeting importanti o eventi di conclusione di qualche progetto: sono modalità di privazione del piacere. La soddisfazione che segue a un compimento è il vero nutrimento per ciascuno, non certo la spartizione della torta materna. Il pasto d’amore sottende il pasto d’odio. Nelle occasioni di compimento che costituiscono la struttura stessa del piacere, le collaboratrici che non hanno rispettato il codice di Vania vengono estromesse. Il suo modo severo e allo stesso tempo materno risponde alla logica mercenaria che purtroppo appesantisce i processi di lavoro in cui non ci siano dispositivi della parola, tanto nel pubblico quanto nel privato. L’applicazione della logica mercenaria si fa di approvazioni, disapprovazioni, compensazioni, minacce. È il lavoro messo sotto pena.
Nell’ufficio di Nadia prevalgono terrore, idealità immaginate o credute, idee di fine. In quel contesto viene meno la lucidità e fanno capolino il risentimento e il pettegolezzo, la competizione e le continue dimostrazioni. È ciò che accade quando non c’è il dispositivo della parola, ma un apparato nel quale sembra prevalere la logica mercenaria secondo cui ognuno si assegna il compito di dimostrare l’amore ideale: chi ama di più? E quanto di più?

Nadia teme di adeguarsi a questo, all’idea della volontà dell’Altro. Ma la questione della salute non riguarda solo Nadia o le colleghe, riguarda anche Vania, riguarda anche chi fa la rappresentazione della carnefice.

L’”istituzione totale” sembra respingere la libera iniziativa, ma in virtù del narcisismo originario la mortificazione o l’avvilimento non riescono. Quale chance per Nadia e per Vania? Il narcisismo originario è la proprietà della scrittura dell’esperienza, nulla a che fare con l’egoismo o con l’affermazione dell’idea di sé.

Il dispositivo della parola è senza più idea di sé o dell’Altro: così, si instaura un’altra scommessa, costruttiva. Il dispositivo dell’interlocuzione è essenziale per la direzione dell’organizzazione e per la regia. Qual è l’intervento di chi, uomo o donna, ha il compito di dirigere una squadra in modo che intervenga il talento di ciascuno? Senza interlocuzione, l’amore e l’odio sono cercati e rappresentati come pasto d’amore e pasto d’odio, sostanziali e transitivi, dell’uno per o contro l’altro.

La cifrematica propone un’altra accezione di amore e di odio: custodi del progetto e del programma di vita. È una proposta clinica di estrema rilevanza che potrebbe avere effetti di salute per Nadia, per Vania e per le altre.

Come cogliere gli spiragli? Come cogliere la breccia della parola? Come distinguere tra successo, riuscita e profitto? Alcuni fornitori si accorgono della modalità asfittica dell’ufficio di Nadia; qualcuno interviene umoristicamente sottolineandone la caratteristica militare, religiosa. E, infatti, nonostante il codice e nonostante l’ideologia dell’uniformità, Nadia e le sue colleghe lavorano giocando, ridendo, con amicizia. E imparano. Il gesto e la parola non si fanno confinare, l’inconscio non si fa confinare, nemmeno in una caricatura dell’istituzione totale.

Nei contesti di lavoro possono intervenire alcune fantasie molto comuni: l’idea di dover mediare, salvare, farsi carico di qualcosa da proteggere, da nascondere o da giustificare, come nel racconto di Nadia. Oppure può intervenire l’idea di assumere il ruolo di vestale a protezione del tempio: può capitare, per esempio, che chi svolge mansioni di segreteria si assegni un compito materno pensando di dover filtrare il positivo e il negativo e di trattenere il disturbo. In altri casi ancora può intervenire la fantasia di essere in credito (“ho già fatto molto e mi aspetto che qualcuno mi restituisca i meriti”) facendo una caricatura della penitenza o di essere sempre in debito: in questo secondo caso la dedizione totale dovrebbe estinguere il debito, così il lavoro è una pena perenne. Altre volte, infine, capita che intervenga l’idea di divenire un nome, di farsi un nome o di trovare un nome sotto cui ripararsi. Sono tutte fantasie che comportano la parodia del soggetto padrone o del soggetto schiavo.

La protagonista del film Il diavolo veste Prada, interpretata da Anne Hathaway, si arrabatta nel tentativo di compiacere la direttrice della prestigiosa rivista di moda in cui lavora. Per un presunto previlegio dovuto al nome della rivista (il marchio) e al nome della direttrice, la protagonista accetta una pena come fosse dovuta, con l’idea di ricevere in cambio un riconoscimento ideale.

Nessun contesto lavorativo, familiare o di amicizia è ideale. C’è chi cambia lavoro continuamente o cambia famiglia alla ricerca del contesto ideale, ma la chance sta proprio nell’esplorare gli elementi linguistici del contesto in cui ci si trova.

È impossibile espungere dalla parola la contraddizione e il malinteso. Il narcisismo originario è la tendenza alla scrittura dell’esperienza e, attenendosi a questo narcisismo, ciascuno è in viaggio verso la riuscita del progetto e del programma della vita, ovvero verso il destino di qualità. Ciascuno: lo statuto della parola senza nemici, lo statuto intellettuale che procede dall’ascolto.

Vania sente il peso del controllo, conduce una vita severa e triste, di notte non dorme e il giorno è votata al sacrificio eroico. Anche Nadia ha creduto di dovere adeguarsi a qualche modello e di poter divenire vittima sacrificale.

La cifrematica compie un’elabora zione inedita della questione donna, questione essenziale per trovare il modo efficace di collaborare nelle organizzazioni – nelle scuole, negli ospedali, nelle aziende, nelle pubbliche amministrazioni – laddove accade che la ricerca del nome sia maggiormente esasperata: lì conta avere un nome, acquisire un nome o affermare il “proprio nome”.

La questione donna, che non riguarda soltanto le donne, ma ciascuno, s’instaura a partire dall’impossibile assunzione di un nome: è impossibile avere o essere un nome, impossibile mettersi al riparo dalla vita, grazie a un nome.

Le dottrine hanno sempre attribuito alla donna il compito di svolgere una funzione materna. La donna ricopriva un ruolo a supporto della genealogia, per garantire il proseguimento della genìa. La donna non aveva nome: poteva assumere il nome del padre o del marito. Anonimato del nome. Il nome non si assume: questa è una grande chance! La questione donna è la questione di ciò che sfugge al sistema di padronanza secondo cui la donna dovrebbe rispondere a un funzionalismo genealogico: il valore di ognuno sarebbe dato dall’appartenenza a un sistema. Questa modalità si traspone anche negli apparati aziendali o organizzativi tutte le volte in cui alla donna vengono assegnati ruoli di assistenza materna, intesi come “al servizio di”.

Le donne, l’ingegno e la via della riuscita: ciò che importa non è certo lo scontro tra generi. La questione donna risponde a un’esigenza di trasformazione della società e comporta alcune constatazioni in direzione della salute: non c’è modo di assumere il nome, di mangiarsi il nome, di avere o essere un nome. Come scrive Armando Verdiglione, il modello che è andato per la maggiore in Occidente è quello della donna che oscilla tra due figure: da un lato, Atena, vestale del tempio, a garanzia dell’ordine, militaresca, per nulla accogliente e donna non madre; dall’altro, Medusa, madre che esaudisce ogni desiderio, che riempie ogni carenza, seppur pietrificando l’interlocutore; esaudisce ma pietrifica, madre non donna.

Vania oscilla tra Atena, donna di legge, militaresca, e Medusa, materna, che porta i dolci, il cibo, lo zuccherino, ma pietrifica. Vania dà il pasto, ma toglie la parola. In entrambi i casi è un modello di donna che deve tutelare, proteggere. Vania impone un codice e pietrifica chi non sta alle direttive. Vania oscilla tra Atena e Medusa, donna legislatrice e donna materna, abolendo l’Altro. E, per Nadia, quale scommessa e quale tornaconto?

Le idee soggettive rendono “convertibili la famiglia e il gruppo”, come scrive Verdiglione nel libro La stanza dei gelsomini. La leggenda e la saga. Anche l’ingegno non è di qualcuno, ma è la proprietà dello sforzo che compiamo per ragioni di salute e di piacere. Lo sforzo linguistico non toglie la spontaneità, virtù del gerundio della vita. E il servizio non toglie il processo linguistico di scrittura, Sta qui l’ingenuità, virtù del gerundio della vita. La scommessa è altra sia per Nadia sia per Vania.

Ciò che importa non è il riconoscimento del “proprio nome”, ma l’instaurazione del “nome proprio”.

Il narcisismo originario è quella proprietà della scrittura dell’esperienza che consente la valorizzazione della vita in assenza di soggettivismo, in direzione del caso di qualità, del “nome proprio”, la cifra della vita.

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