Com’è iniziata la sua esperienza in Pronto Soccorso?
Ho incominciato ad aprile del 2013, dopo circa un anno come libero professionista. L’approccio con l’urgenza-emergenza è stato del tutto inaspettato, perché il mio progetto di vita era un altro. Fin da quando mi sono iscritto alla Facoltà di Medicina pensavo che avrei fatto il medico di base: era quella la mia vocazione, anche perché avevo avuto un grande esempio nel mio medico di famiglia, uno della “vecchia scuola”.
Che ricordo ha di lui?
Un uomo ruvido, ma di grande cuore. Ciascuna mattina visitava in ambulatorio chiunque si presentasse, senza bisogno di prenotazioni, e ciascun pomeriggio andava a casa dei pazienti malati in motorino, perché non aveva nemmeno la patente, con qualsiasi condizione atmosferica. Era innamorato della sua professione, più interessato alla materia che alla forma. Era molto legato alla natura e agli animali e, oltre alla medicina ufficiale, coltivava l’interesse per la fitoterapia e per la medicina tradizionale cinese. Veniva spesso criticato dai colleghi più ortodossi, ma per me aveva un fascino irresistibile, per questo volevo seguire il suo esempio.
E invece cosa è accaduto?
Durante il tirocinio post-laurea ho scoperto una realtà differente: la medicina di base era moderna e rigorosa, ma più asettica e burocratizzata rispetto a come l’avevo immaginata. Proprio in quel periodo un’amica di famiglia, coordinatrice infermieristica nel Pronto Soccorso dove tuttora lavoro, mi chiese se fossi interessato a cimentarmi nella medicina d’urgenza. All’inizio ero scettico: cercavo un lavoro più tranquillo, lontano dagli imprevisti. Ma per una forma di cortesia nei suoi confronti accettai di visitare il Pronto Soccorso e da quel giorno non me ne sono più andato.
In che momento ha deciso di specializzarsi in Anestesia e Rianimazione?
Con il tempo mi sono reso conto che le mie competenze dovevano essere rafforzate e approfondite. Così, mi sono iscritto alla Scuola di Specializzazione in Anestesia e Rianimazione dell’Università degli Studi di Bologna: cinque anni molto impegnativi, per me e per la mia famiglia. Ho continuato a lavorare in Pronto Soccorso e al 118, arrivando anche a 72 ore settimanali. È stata un’impresa resa possibile solo grazie al sostegno di mia moglie Francesca e delle nostre famiglie.
Dal 2020 è responsabile del Pronto Soccorso. Come ha vissuto questo passaggio di ruolo?
È stata una responsabilità importante, arrivata dopo otto anni di attività. Abbiamo attraversato momenti molto duri, in particolare la pandemia, che ha messo a dura prova le nostre risorse umane e professionali. Alcuni colleghi hanno lasciato il lavoro o si sono spostati in sedi più vicine a casa, e in certi periodi abbiamo dovuto ricorrere a ditte esterne. Nonostante le difficoltà, siamo andati avanti e continuiamo a servire il territorio.
Quanti accessi annuali gestite?
Circa 15.000, su un territorio molto ampio: dai comuni di Loreo e Ariano nel Polesine fino al litorale da Rosolina a Porto Tolle, tra Venezia e Ferrara. In estate la popolazione raddoppia per l’arrivo dei turisti, e il picco di accessi si registra in agosto. Ci capita anche d’intervenire in zone impervie come gli scanni – le lingue di terra che separano il mare aperto dalla laguna – raggiungibili solo via mare, o sulle spiagge, dove spesso ci supportano i gestori dei bagni con i loro fuoristrada.
Di recente avete inaugurato la nuova sede del Pronto Soccorso. Cosa cambia rispetto al passato?
Dal maggio 2025 siamo in una struttura nuova, più che raddoppiata negli spazi. Oltre a tre box per i codici verdi e due per i codici rossi, abbiamo un’area isolabile per i pazienti infettivi, progettata in piena pandemia, e quattro postazioni per l’osservazione breve intensiva. Abbiamo anche un ambulatorio in più, che ci consente di gestire meglio gli iper-afflussi e di svolgere attività diagnostiche e consulenze senza rallentare il resto del lavoro.
Quando un paziente ha bisogno di cure non disponibili da voi, come vi organizzate?
In questi casi si attiva la rete hub e spoke: noi siamo lo spoke e ci appoggiamo al centro hub di Rovigo. La rete sanitaria italiana è organizzata secondo il modello hub e spoke (“mozzo” e “raggi”). L’hub, come il mozzo di una ruota, costituisce il centro della rete sanitaria locale, ovvero il grande ospedale in grado di fornire praticamente tutti i servizi sanitari necessari. Da questo fulcro si dipartono alcuni raggi, i centri spoke, gli ospedali periferici che hanno a disposizione meno servizi e che, in caso di necessità, inviano i pazienti verso il centro di riferimento quando non riescono a erogare il livello di sevizio richiesto. Per esempio, nei casi di patologie tempo-dipendenti come infarto, ictus o politrauma, abbiamo protocolli condivisi che ci permettono di centralizzare i pazienti verso l’hub in modo tempestivo, ottimizzandone l’outcome.