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L’APPORTO DEL PRIVATE EQUITY ALLO SVILUPPO DELLE IMPRESE

consulente finanziario

La finanza è come l’energia nucleare: è una cosa buona e una cosa cattiva, dipende dall’uso che se ne fa. La finanza buona è quella che opera in un contesto di crescita economica delle imprese manifatturiere italiane e bolognesi, contribuendo allo sviluppo del nostro tessuto economico, costituito da imprese che sono alla prima, alla seconda o alla terza generazione imprenditoriale, che sono mediamente piccole e, dunque, hanno qualche limite. In passato, quando studiavo all’Università, era diffuso lo slogan “piccolo è bello”, oggi però, in un contesto di filiere internazionali, piccolo non è più bello: non a caso gli investitori esteri che vengono a comprare in Italia cercano di acquistare ciò che a loro interessa, e questo noi lo percepiamo un po’ come una perdita di valore a lungo termine. Marchesini diceva nel suo intervento che le industrie guardano al lungo termine, e questo è importantissimo, perché, per esempio, se una multinazionale canadese acquista un’azienda italiana del settore chimico e incomincia ad avere qualche problema a livello mondiale, per ragioni di posizionamento e di competitività, da dove parte per ristrutturare o chiudere prima di tutto? Non certo dal paese d’origine. Così, siamo in balia delle decisioni altrui e accettiamo l’assenza di politiche industriali, privandoci di un sostegno all’industrie italiana, alla crescita delle imprese.

In Italia la finanza cattiva fa molto più notizia. E questo è gravissimo, perché ci concentriamo sugli scandali finanziari e rivolgiamo molta meno attenzione agli investimenti che possono generare crescita. C’è in Italia un mood negativo, secondo il quale la finanza è l’arte di far passare il denaro di mano in mano e farlo scomparire, il che è anche successo. Ma, siccome esistono anche tanti esempi di finanza buona che non fanno notizia, dobbiamo e vogliamo superare il preconcetto per cui il denaro è lo sterco del diavolo.

Gli strumenti finanziari possono essere sia pubblici sia privati, in particolare io mi occupo di strumenti finanziari privati. Dopo la crisi del 2008, una serie di direttive europee ha fatto sì che si tornasse per via parlamentare a quella che una volta era la divisione tra banche di credito speciale e istituti di credito ordinario, come nel 1936, quando c’erano i Medio Credito e gli istituti bancari specializzati nel credito industriale, da una parte, e le banche commerciali che facevano credito alle famiglie, dall’altra. Si è ritornati, soprattutto per via regolamentare, a una specializzazione analoga.

Non di rado gli imprenditori si lamentano perché le banche non fanno credito per operazioni straordinarie. Chiariamoci: la banca oggi non può fare credito per operazioni straordinarie. Il rapporto tra piccolo imprenditore e titolare della filiale bancaria di cui è cliente, ovvero la fiducia, adesso vale il 5% nella determinazione del rating bancario; tutto il resto sono dati che si possono produrre in modo rapido: con le applicazioni dell’intelligenza artificiale, la storia di qualsiasi impresa viene riepilogata in due minuti in cinque o dieci pagine di numeri. Oggi in Italia la finanza straordinaria per le imprese è affidata a operatori ancora non entrati nell’orecchio dell’opinione pubblica; questa finanza viene erogata da operatori di private equity, intermediari finanziari che raccolgono denaro da investitori, un tempo soltanto istituzionali o grandi investitori privati, oggi anche da clienti come molti di noi, per importi molto piccoli, secondo un principio di democratizzazione che si è affermato nelle direttive europee; dopo aver raccolto il risparmio, gli operatori di private equity entrano nel capitale di imprese che, proprio grazie a queste iniezioni di denaro, possono attuare piani di sviluppo altrimenti impossibili, o troppo lenti, con l’autofinanziamento. In questo processo anche i piccoli investitori possono realizzare ottimi guadagni, e al contempo contribuire alla crescita economica dell’Italia.

Purtroppo, questo tipo di credito in Italia è poco diffuso perché mal si adatta al contesto domestico. Il 95% delle imprese italiane è piccolo, fattura poco, ha pochi dipendenti. Non è vero che i grandi fondi americani non considerano le nostre imprese: non ci finanziano, cioè non cercano di acquisirle, se non raramente, semplicemente perché le nostre aziende sono troppo piccole e “il gioco non vale la candela”. In Italia le grandi operazioni di private equity sono pochissime perché sono pochissime le imprese di grandi dimensioni; la finanza è dei grandi private equity e di origine anglosassone; in Italia il sistema bancario offre il sostegno alle imprese ancora per l’80-85% del loro fabbisogno di capitali, anche se questa percentuale, secondo le statistiche dell’ABI, è in diminuzione. Non dipende da un atteggiamento di preclusione e/o di scarsa attitudine al rischio da parte delle banche, bensì da un combinato disposto fra la normativa in vigore e il fatto che, dopo la crisi del 2008, le imprese sono molto più in grado di autofinanziarsi, perché sono sopravvissute soltanto le migliori. Con il private equity non togliamo nulla alle imprese: sono le imprese che chiedono meno oppure non hanno i termini per chiedere.

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