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LE AVVENTURE DI UN’IMPRESA FAMILIARE ITALIANA NEL MONDO

ingegnere aerospaziale, direttore Ricerca e Sviluppo, G. Mondini Spa, Cologne (BS)

Fin dalla sua nascita, nel 1972, la G. Mondini Spa è rinomata per la qualità e l’affidabilità di ciascuna apparecchiatura costruita: dal sistema semiautomatico a sigillo singolo alla più complessa linea di confezionamento di pasti pronti min termosaldatura o in atmosfera modificata. Con una base di installazione di oltre 2800 linee in tutto il mondo e un fatturato annuo di oltre trenta milioni di euro, oggi è leader di mercato nell’industria alimentare mondiale. Basti pensare alle aziende di cui è fornitrice nel settore della carne fresca in atmosfera modificata (M.A.P.): Cargill Corp, IBP Inc, Tyson Foods Inc, Smithfield Food Inc., Westfalenlandfleisch, Lidl, A.I.A., ABP, Kerry Foods, Artland, Nölke/Gutfried e molte altre. L’investimento di G. Mondini in ricerca e sviluppo ha sempre giocato un ruolo importante nel garantire l’innovazione del design e l’eccellenza tecnologica, assicurando le migliori soluzioni per i propri clienti. Quali sono le sfide che sta affrontando l’azienda nell’ultimo periodo?

Le sfide sono tante, sia esterne sia interne. Da una parte ci sono quelle commerciali, legate ai progetti e al mercato, dall’altra quelle di gestione aziendale. Dal punto di vista dei progetti esterni, la sfida principale è quella di offrire al cliente risposte sempre più rapide, puntuali e precise, non solo in fase di vendita, ma anche nell’after-sales.

Viviamo in una società abituata a ricevere soluzioni immediate: basti pensare ai call center digitali o all’assistenza tecnica di colossi come Apple. Mi è capitato, per esempio, di avere un problema con l’account del cellulare e un tecnico Apple ha preso il controllo da remoto del mio telefono per risolverlo in tempo reale. La stessa richiesta di assistenza immediata sta arrivando anche nel mondo industriale: tecnici, operatori e manager si aspettano risposte e soluzioni istantanee anche per impianti complessi.

Nel nostro settore, però, non è così semplice standardizzare il servizio. A differenza di chi lavora nel B2C, noi abbiamo macchine altamente customizzate, quindi offrire un servizio immediato è più complicato. Ciascuna macchina ha le sue specificità, lavora in ambienti diversi e con prodotti differenti. La vera sfida è costruire un servizio di assistenza che risponda a queste esigenze particolari, pur restando veloce ed efficace.

Il cliente oggi si aspetta che il costruttore conosca già il suo problema e la relativa soluzione, e che gliela fornisca prima possibile. Per questo stiamo investendo in strumenti che ci permettano di raccogliere dati direttamente dal campo: vogliamo che il nostro reparto after-sales sia sempre aggiornato e in grado di anticipare le esigenze del cliente, non solo di rispondere alle richieste. Il mercato si muove in questa direzione, e molto rapidamente.

Una trasformazione che passa anche per l’intelligenza artificiale. Come state affrontando questo tema?

L’intelligenza artificiale è una grande opportunità, ma oggi regna ancora una certa confusione. Gli strumenti disponibili sono tantissimi, spesso sviluppati da start-up non ancora strutturate, che magari non hanno nemmeno chiaro come il loro prodotto possa essere applicato concretamente in azienda. È un mondo in continua evoluzione, tutto da esplorare. Partecipo spesso a eventi sull’intelligenza artificiale e sento parlare di rivoluzioni imminenti: si dice che semplificherà i lavori, che sostituirà molte mansioni, ma la realtà quotidiana è molto più complessa. Il potenziale c’è, ma bisogna capire come sfruttarlo davvero. I primi che riusciranno a farlo avranno un vantaggio competitivo enorme. La vera sfida è questa: capire come utilizzare in modo intelligente questi strumenti per creare valore.

Ammetto che, a volte, si avverte anche una certa FOMO (“fear of missing out”): la paura di perdere il treno dell’innovazione. Dobbiamo investire per essere pronti, perché quando l’evoluzione parte, chi resta indietro rischia di essere tagliato fuori.

Nel frattempo, non possiamo trascurare il cuore della nostra attività, la macchina: è imprescindibile continuare a garantire prodotti solidi, robusti, efficienti e produttivi. Dedicare tempo e risorse alla digitalizzazione e all’intelligenza artificiale è importante, ma senza mai perdere di vista la specificità del nostro prodotto. La sfida è gestire in modo intelligente le risorse per riuscire a portare avanti ciascun aspetto, considerando che il settore delle macchine automatiche sta vivendo una transizione tecnologica importante. Negli ultimi anni le nostre macchine, che un tempo erano più meccaniche che elettroniche, sono diventate veri e propri robot. Oggi il software ha superato di gran lunga la complessità meccanica. Tuttavia, siamo ancora in una fase di transizione: abbiamo una grande competenza meccanica, ma servono sempre più softwaristi, persone capaci di sviluppare programmi efficienti, strutturati e facili da usare. L’usabilità è un tema chiave. Nel B2C si utilizzano strumenti intuitivi – smartphone, computer – che tutti, persino i bambini, sanno maneggiare. Le macchine industriali, invece, sono ancora troppo complesse, con troppi parametri e procedure. Questo rappresenta un problema per le nuove generazioni di operatori, che faticano ad adattarsi e cambiano lavoro spesso. Con la conseguenza che l’elevato turn-over costringe ogni volta a ricominciare da zero la formazione. Per questo diventa essenziale progettare interfacce più semplici, intuitive e user friendly, e per questo servono nuove competenze, come il designer di sistema o di interfaccia. È un salto culturale che tutta l’industria dovrà compiere e chi arriverà per primo su questo fronte avrà un vantaggio enorme.

Quindi, oltre alla tecnologia, anche le persone sono una sfida importante. Oggi è difficile trovare persone capaci e motivate, disposte ad assumersi responsabilità e a impegnarsi in progetti di lungo periodo. Sempre più spesso vedo giovani attratti da lavori a breve scadenza,
gestibili da remoto, che garantiscono maggiore libertà e richiedono meno coinvolgimento.

Nel nostro settore, invece, i tempi di realizzazione dei progetti si misurano in anni, non in mesi. Sviluppare una nuova macchina, un nuovo software o integrare nuovi strumenti interni può richiedere due o tre anni. Lo stiamo sperimentando anche ora con l’introduzione di un nuovo CRM: sono già sei mesi che facciamo software selection, e il progetto durerà ancora per molto tra implementazione, integrazione e sviluppo. Trovare qualcuno disposto a impegnarsi per tanto tempo è sempre più raro.

Purtroppo, i giovani non sempre considerano la solidità, anche finanziaria, di piccole e medie aziende familiari e vanno in cerca dei colossi, come se questi potessero garantire loro maggiori opportunità di carriera o di retribuzione. Il caso di G. Mondini, invece, è la prova che la patrimonializzazione in Italia è una virtù delle aziende familiari…

Fortunatamente sì. Mio nonno, mia mamma e mio zio hanno sempre creduto nella solidità patrimoniale e hanno costruito un’azienda che non ha mai fatto ricorso in modo massiccio alla leva finanziaria. Abbiamo accumulato capitale negli anni, grazie a investimenti e risparmi oculati, e oggi stiamo finanziando la costruzione del nuovo stabilimento senza chiedere prestiti. Per quanto mi riguarda, ritengo che la leva finanziaria vada usata con molta cautela: rimane sempre un rischio.

In un incontro sul passaggio generazionale, il direttore di una banca ha presentato dei dati secondo cui le aziende familiari incontrano difficoltà perché non fanno ricorso alla leva finanziaria. Evidentemente, quel funzionario voleva vendere i servizi finanziari della banca… 

Infatti, i dati mostrano il contrario: le aziende familiari italiane sono le più performanti, se la loro solidità viene valutate in base alla redditività, al fatturato e alla crescita. La loro forza sta proprio nella struttura: piccole e medie imprese gestite da famiglie che investono con audacia, che si assumono rischi e responsabilità non solo verso se stesse, ma anche verso i propri collaboratori e le loro famiglie.

È chiaro che la competizione con le grandi corporate straniere è difficile: hanno più risorse finanziarie, più persone, più appeal per i talenti. Ma le PMI italiane hanno qualcosa che le grandi aziende non possono replicare: la flessibilità, la creatività, la capacità d’innovare rapidamente.

Nel nostro settore, le macchine italiane sono tra le migliori al mondo: c’è più cura del dettaglio, più inventiva, più spinta al miglioramento continuo. Nelle PMI l’imprenditore può decidere di rischiare, d’investire su idee nuove, anche se non ha la certezza del risultato. Nelle corporate, invece, le decisioni sono spesso rallentate dalla catena di comando, e chi sbaglia paga caro.

Ecco perché credo che la vera competitività italiana nasca proprio dal nostro tessuto di imprese familiari: perché uniscono audacia, competenza e indipendenza nelle decisioni.

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