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L’IMPRESA: UN GIOCO DI SQUADRA

vice presidente del Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Emilia, di Due Torri SpA e di One Express Italia SpA, Bologna

Nel mio intervento a questo convegno, Gioco e lavoro: l’impresa e il suo valore (Confindustria Emilia, Modena, 27 febbraio 2026), ho il compito di parlare del settore della logistica e di portarvi la testimonianza delle imprese capitanate da nuove genera- zioni. Ho la fortuna di rappresentare la terza generazione della Due Torri SpA. La nostra famiglia negli anni ha investito in altre aziende, tra cui One Express, che offre servizi a 140 PMI italiane, che operano in settori particolari come quelli della logistica e dei trasporti, ma soprattutto sono aziende che hanno un percorso generazionale da compiere. Quindi immaginate la determinazione, l’orgoglio, ma anche l’onere di guidare queste aziende in modo che possano prima di tutto stare sul mercato, cosa non facile, e poi avere una continuità, un futuro.

In questo periodo sui giornali si è parlato tanto dei contratti di lavoro della logistica e dei rider, ed è vero quello che diceva Rosamaria Papaleo: tante aziende ne hanno approfittato, ma in questi settori si tratta soprattutto di multinazionali. Il nostro Gruppo è ancora una mosca bianca: con tre aziende arriviamo appena a duecento milioni di euro di fatturato, mentre i nostri competitor fatturano miliardi di euro, con sedi in Germania, in Francia e negli Stati Uniti. Questo per dire che non è banale per noi stare sul mercato, e l’unico modo che abbiamo è quello di dare valore a ciò che fac- ciamo, ai servizi che offriamo.

Quando ho sentito nell’intervento di Paolo Zanca il riferimento al con- flitto fra capitale e lavoro, mi sono venuti i brividi, perché sono cose lon- tane dalla mia generazione: i giovani non s’identificano più nella lotta di classe, anzi, si rifiutano di lavorare in aziende organizzate secondo un mo- dello fordista, dove c’è ancora il “padrone” che comanda e gli operai che eseguono. Nelle moderne organizzazioni, il cervello dell’impresa non sta nella testa dell’imprenditore, perché è impossibile che una sola persona detenga il know-how che occorre oggi per gestire un’intera attività. È il team, il gioco di squadra ciò che occorre per vincere le partite che dobbiamo gio- care in un contesto sempre più inter- nazionale. Quindi, ciascuno sa che la partita si fa insieme e le scommesse si vincono soltanto se non c’è conflitto e contrapposizione fra capitale e lavoro. Inoltre, considerando che per il 95% le aziende in Italia sono medio-piccole e il campionato che stiamo giocando è come minimo europeo, se facciamo ancora le lotte fra di noi, non solo non ci saranno più lavoratori, ma presto non ci saranno più nemmeno aziende.

Ho fatto anch’io, come molti giovani, il mio periodo di studio e di lavoro all’estero, ma da quando sono tornato, ciascun giorno, sia come imprendito- re di terza generazione sia come vice presidente del Gruppo Giovani di Confindustria Emilia, mi chiedo come le aziende possano riuscire a essere attrattive per i collaboratori, giovani o meno giovani, non importa l’età anagrafica, ma, come diceva Marco Moscatti, importa la loro fame, la loro curiosità, la loro voglia di crescere. Questa è sicuramente la sfida che dobbiamo cogliere, altrimenti abbiamo finito di giocare. È un campionato troppo grande e, come dico spesso alla mia squadra di manager – uno per ogni azienda del Gruppo – come imprenditore di nuova generazione, io non posso essere la torta, io devo essere la ciliegina per loro. E questo vale per l’azienda, ma non solo, vale anche per il Gruppo Giovani di Confindustria, dove mi piace partecipare alle attività che organizziamo e fare volontariato andando presso le scuole. Oggi nessuno può ritenersi insostituibile, né io né gli altri componenti del mio team, e dobbiamo capire che ciascuno fa la sua parte nella “macchina dell’impresa”, che funziona soltanto se ciascun ingranaggio fa bene il proprio lavoro, altrimenti non andiamo da nessuna parte. Noi dobbiamo cercare di coinvolgere le nostre persone nel progetto e nel programma dell’impresa e dob- biamo fare la differenza per innovare.

Abbiamo letto di scioperi che stanno mettendo in difficoltà le aziende che introducono l’automazione, ma la sfida non può più essere fra noi esseri umani e la macchina automatica, perché noi in Italia abbiamo un potenziale enorme di produttività inespressa che dobbiamo recuperare, quindi non dobbiamo aver paura dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie emergenti. Ciò che farà la differenza sarà capire che cosa può aiutare tutte le aziende a stare in piedi, anzi, a crescere, e come riusciremo a utilizzare le nuove tecnologie per migliorare ancora di più la qualità del lavoro e della vita. Quindi, invito tutti a non pensare solo in termini di conflitto, ma di sfida, senza la paura di cam- biare. Le nostre aziende, pian piano, con il dialogo sia fra generazioni sia fra ruoli differenti, devono acquisire la forza per competere su campionati che da tempo ormai si giocano fuori dai confini nazionali.

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