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NOI AFGHANE

giornalista, saggista

Vi ringrazio per l’attenzione che dimostrate nei confronti delle donne afghane. Sono loro che ci chiedono di non dimenticarle e di continuare a parlare delle condizioni in cui vivono: si rispecchiano nei nostri occhi, non avendo la voce per denunciare ciò che accade. Quindi è grazie anche a voi se possono sentirsi ancora membri della comunità internazionali.

Delle donne afghane noi di “Avvenire” abbiamo cominciato a occuparci in modo sistematico e continuativo l’8 marzo 2023, Giornata internazionale delle donne, quando i talebani erano al potere già da due anni e mezzo. Non potevamo udire le loro voci, sepolte come sono nella prigione che era diventato l’Afghanistan: quindi ci siamo chieste in che modo potessimo dare loro la parola. Dopo l’agosto 2021 nel nostro paese sono arrivati oltre 5.000 afghani, tra loro c’erano molte donne che avevano occupato posti di rilievo nell’amministrazione filo-occidentale o nelle organizzazioni non governative. Abbiamo coinvolto tutte le colleghe giornaliste e abbiamo chiesto a ciascuna di loro di farsi portavoce di una afghana rifugiata in Italia, ma anche all’estero (negli Stati Uniti, in Spagna, in Germania…) o rimasta in Afghanistan. La nostra penna, il nostro giornale, al servizio della loro storia. Ne è emerso un affresco molto vivo e coinvolgente della loro situazione. Le interviste sono state pubblicate su “Avvenire”, sia giornale che sito web, e poi raccolte in un libro dal titolo Noi, afghane. Voci di donne che resistono ai talebani (Vita e Pensiero, pagg. 200), cui sono seguiti un documentario e un podcast.

Ma l’impegno che abbiamo assunto con le donne afghane continua: monitoriamo regolarmente ciò che accade, raccontiamo con frequenza le storie di resistenza e di resilienza. Bisogna fare un passo indietro per capire meglio la situazione attuale. In Afghanistan, già prima che arrivassero gli americani nel 2001 come risposta armata all’abbattimento delle Torri Gemelle da parte di Al Qaeda i cui leader si nascondevano in Afghanistan, il valore attribuito a una donna era inferiore a quello di una capra. I contingenti occidentali hanno appoggiato un governo che per vent’anni ha portato, tra mille problemi e ancora più limiti, un’iniezione di progresso nel paese, che non ha riguardato tutto l’Afghanistan, ma principalmente le città. Nelle vaste zone montuose o rurali le donne non hanno visto migliorare la loro posizione, ma nelle città sicuramente sì. A Kabul il governo filo-occidentale ha cercato d’inserire personale femminile nell’amministrazione e nella società civile: giornaliste, magistrate, parlamentari, sindache, e così via. Migliaia di donne hanno assaporato libertà, autonomia e indipendenza. Il 15 agosto del 2021, però, tutto ciò è tramontato drammaticamente. I talebani hanno conquistato il paese con la complicità dell’Occidente, che si è disimpegnato in tutta fretta abbandonando un intero popolo all’oscurantismo. All’indomani della presa del potere, i talebani hanno dichiarato che non ci sarebbe stata alcuna discriminazione contro le donne, ma queste parole si sono subito rivelate un inganno: gli integralisti islamici ora al potere hanno cominciato bandendo le serie tv con le attrici, poi hanno chiesto alle conduttrici del telegiornale di coprirsi il volto, poi, nel dicembre 2021, hanno impedito alle donne di viaggiare. Anche per andare al lavoro devono essere accompagnate da un uomo. In questi anni sono intervenuti molti altri divieti: sono stati emanati oltre 126 decreti, una cinquantina dei quali specificatamente concernenti le donne, fra cui il più doloroso, quello che ha determinato la sparizione delle ragazze dalle scuole. I talebani hanno detto di non voler chiudere per sempre le scuole alle alunne, bensì di voler creare istituti separati per loro, ma questa promessa si è realizzata solo con la costruzione di madrase, le scuole coraniche per l’indottrinamento islamico. Dal marzo 2022 le ragazze sopra i 12 anni non frequentano le lezioni. All’università, per alcuni mesi, sono state posizionate delle tende per separare le femmine dai maschi, poi nemmeno questo. Via le femmine an che dalle facoltà di medicina, e questa è una gravissima ipoteca sul futuro: le afghane non possono essere visitate da uomini, quindi, chi curerà le donne in un prossimo futuro, se non ci saranno più ostetriche e infermiere? Nessuno, moriranno a casa, senza cure e medicine.

Senza scuole, senza lavoro, senza vita sociale: le donne sono nascoste, sepolte in casa. Per questo diciamo che l’Afghanistan è diventato un’enorme prigione a cielo aperto per le donne.

Ma, nonostante questo, qualcosa accade. Si organizzano per le ragazze scuole clandestine. In alcuni posti sono proibite, in altri tollerate. “Avvenire” con la campagna del 2023 ha raccolto fondi per sostenere una rete di scuole segrete in decine di villaggi.

Oggi l’Afghanistan è isolato diplomaticamente: nessun paese occidentale riconosce la legittimità dell’Emirato islamico. L’Unione Europea non ha ambasciate, ma una semplice delegazione diplomatica a Kabul, mentre la rappresentanza italiana si trova a Doha. Il 50% della popolazione vive sotto i limiti della povertà, le donne non possono lavorare fuori casa e il mondo per potere aiutare gli afghani deve mantenere un contatto con i talebani perché soltanto mediando e negoziando si possono fare arrivare gli aiuti a un popolo di disperati. Altri Paesi si fanno meno scrupoli e, come accade con la Cina, l’India e la Russia, hanno allacciato relazioni economiche con l’Afghanistan senza attuare alcuna pressione per fermare questa enorme violazione dei diritti umani. E questo è ovviamente inaccettabile.

Intanto nel paese si deve sopravvivere, le donne devono sfamare i propri figli (l’Afghanistan è il paese con la più alta percentuale di vedove al mondo). Stiamo dunque assistendo in questi mesi alla crescita di lavori che si possono svolgere senza uscire: forni casalinghi, catering, trasformazione alimentare, gioielleria, tessitura… Anche alcuni enti del terzo settore italiani stanno dando un apporto a queste attività.

Molti mi chiedono cosa possa fare il mondo per aiutare le donne afghane e la popolazione in generale. Quello che loro ci chiedono è di non dimenticarle, di parlare di loro, di tenere gli occhi aperti. Ma sappiamo che molte donne afghane vivono in Italia o cercano di arrivarci attraverso tortuosi e pericolosi itinerari delle migrazioni: possiamo ricordarci di loro, aiutarle, rispettarle. E possibilmente anche il governo italiano, dopo averle accolte con generosità, dovrebbe ora concentrarsi sul riconoscimento dei titoli di studio. Abbiamo conosciuto donne qualificate nelle professioni sanitarie, che nel loro paese erano dottoresse ospedaliere, infermiere, ostetriche e che invece in Italia non possono spendere la loro formazione. Infine, vorrei citare ciò che ci ha detto Fatima, una giovanissima giornalista fuggita da Kabul nell’agosto 2021 con uno degli ultimi aerei senza il tempo di salutare la sua famiglia né di capire quale fosse la sua destinazione. Le abbiamo chiesto: “Fatima, cosa può fare il mondo per aiutare le afghane?”. Lei ha risposto: “Non dimenticarle. La comunità internazionale non può far finta che non esistiamo. Un mondo senza l’Afghanistan sarebbe incompleto. È dunque necessario che gli altri Paesi esercitino una continua pressione per far ragionare gli imam. Non mi rivolgo però solo ai governanti. Chiedo anche alle persone comuni: parlate delle afghane con i vostri amici, con i conoscenti. L’opinione pubblica ha un potere, non rinunciatevi. È anche nel vostro interesse. Se si consente a un regime di cancellare i diritti umani della metà femminile di un popolo, altri potranno imitarlo. E potrebbero non limitarsi solo alle donne”.

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