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PERCHÉ I PRIVATI DONANO?

amministratore delegato e fondatrice di Ginger Crowdfunding Srl benefit, Bologna

Da dodici anni Ginger Crowdfunding supporta i suoi clienti nella ricerca di finanziamenti per realizzare progetti di arte e cultura, per le cosiddette imprese culturali, ma anche per il terzo settore e per progetti sociali. Lavoriamo moltissimo con le università per finanziare la ricerca scientifica. Lavoriamo anche con le imprese che non sono ancora in grado di fornire delle metriche di profitto. Per questo, in molti casi, parliamo di ricerca di donazioni e utilizziamo lo strumento del crowdfunding.

La particolarità del crowdfunding è che a coloro cui chiediamo di investire non offriamo un rendimento, il cosiddetto ritorno economico. Ma, come notava Elisabetta Brunelli, l’associazionismo e il cooperativismo sono nati insieme al libero mercato: da un lato c’è l’impresa privata che
incomincia a muovere i primi passi e a innovare e dall’altro il privato, che dà un contributo anche a progetti non necessariamente con scopi di profitto. Alcuni pensano che dovrebbe essere l’istituzione pubblica ad aiutare chi si occupa di disabilità, chi vuole fare una mostra, chi fa ricerca scientifica, ma ho constatato che il privato interviene per finanziare progetti come questi anche se non ne trae profitto e dona, partecipa economicamente, molto volentieri per farne parte.

Qualche tempo fa all’Università di Torino raccontavamo di quanto fosse importante che i ricercatori si mettessero in gioco, dotandosi di
competenze di comunicazione che favorissero la raccolta fondi utile a finanziare la loro ricerca. Un giovane ricercatore disse che non capiva
perché si sarebbe dovuto occupare lui, un ricercatore, di finanziare la propria ricerca anziché lo Stato. Ma questo approccio, come faceva notare Marco Moscatti, interviene secondo una logica assistenziale, nell’idea che a finanziare la cultura e l’arte debba essere lo Stato-mamma. Ma il vittimismo e l’assistenzialismo non concernono il privato.

Qualche giorno fa, durante un convegno sulla riqualificazione urbana, raccontavo quali sono gli strumenti di finanza alternativa per il settore. È intervenuto chi ha chiesto al bancario seduto al mio fianco “modelli di intervento precisi e standard ai quali noi possiamo sottoporre la nostra domanda in modo che ci supportiate i progetti”. Ma, se per ottenere un supporto economico devo ammaestrare la mia storia e poi inserirla in uno standard, non ne valorizzo lo specifico, gli aspetti innovativi e inediti che costituiscono la via del privato. Ma l’imprenditore, come ciascuno, sa che è difficile procedere se si attiene agli standard.

Questo vale anche nella raccolta di investimenti e di donazioni, che non sono un modo semplicistico di fare un gesto benefico. Se mi attengo
al linguaggio dei modelli standard – l’Agenda 2030 dell’ONU per lo sviluppo sostenibile, le valutazioni d’impatto, i KPI –, cioè se la mia richiesta di finanziamento segue un approccio algebrico o geometrico, escludo il rischio e la scommessa del mio progetto. Invece, noi – che con Ginger lanciamo circa quattrocento progetti all’anno e ciascuno di essi raccoglie in media sei volte quello che viene raccolto nelle piattaforme competitor italiane – sottolineiamo la via del privato, cioè proponiamo ai nostri clienti di raccontare in modo pragmatico, ma anche specifico, la loro storia. Consideriamo la ricerca scientifica, che di per sé non offre garanzie: cerco una cura contro il cancro, chissà quando e se la troverò, però intanto chiedo che me la finanziate. Ebbene, i progetti sulla ricerca scientifica che entrano nella mia piattaforma ottengono tre volte quello che raccolgono gli altri pro getti e non offrono nessuna garanzia, ma sono raccontati nei loro aspetti pragmatici: per esempio attraverso la storia del ricercatore, la sua vita quotidiana oppure le qualità dello strumento scientifico di cui ha bisogno e per cui chiede di essere sostenuto. Narrando il proprio progetto, i suoi promotori si trovano a fare la raccolta fondi e anche divulgazione scientifica. E i donatori, per identificazione, ovvero perché trovano un interesse intellettuale, vogliono fare parte di quella scommessa che è nel loro racconto, pur non sapendo se andrà a buon fine.

Negli ultimi dieci mesi sono passati dalla nostra piattaforma oltre cinque milioni di euro e sono tutte donazioni che provengono da privati. Perché i privati donano? Questa è la grande domanda che il mio team si pone ciascun giorno. Probabilmente per ché a chi percorre la via del privato importa, non avere “il ritorno” o fare beneficenza, ma il bello dell’investimento culturale, il bello della ricerca e dell’impresa.

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