Skip to content
Menu

QUANDO IL GIOCO SI FA SERIO

amministratore delegato di Campagnola Srl, Zola Predosa (BO)

Lei è cresciuta insieme alla Campagnoa, l’azienda fondata nel 1958 da suo padre, Pio Vittorio Ferretti, in una fase di grande fioritura industriale di un Paese come l’Italia che aveva ancora una forte vocazione agricola. Oggi Campagnola è leader nel mondo nella produzione di sistemi per la potatura e la raccolta agevolate. Veri e propri miti sono diventate alcune delle sue produzioni, dalla forbice pneumatica da potatura Super Star all’abbacchiatore Alice, lo scuotitore elettrico per la raccolta delle olive, espressamente dedicato da suo padre alla nipote. Ma com’è incominciata la sua avventura in Campagnola?

La Campagnola è sempre stata per me quasi come una sorella maggio- re, anche perché io sono nata quattro anni dopo la sua fondazione, e i miei genitori hanno avuto cura di nutrirla e farla crescere come se fosse stata una figlia. Questo approccio ha con- tribuito ad assicurarle una grande carica innovativa, che l’ha resa leader nel mercato da quasi settant’anni.

Mio padre è sempre stato molto curioso, gli piaceva sapere che cosa si faceva di nuovo nel mondo. Inoltre, l’Emilia Romagna è una regione ricca di frutteti e di vigneti. Ma, alla fine degli anni cinquanta, le forbici da potatura prodotte negli Stati Uniti erano molto pesanti. Allora mio padre ha avuto l’idea di fare qualcosa di più leggero, in modo che l’utilizzo di questo tipo di forbici fosse più confortevole per coloro che lavoravano in campagna. E così, pian piano, lui ha incominciato a costruire le fortune di Campagnola, lavorando al suo tornio in una casa colonica di via Olmetola, fra Zola Predosa e Bologna. La mattina quel tornio ci regalava anche le uova fresche delle galline che provenivano dal pollaio vicino. In quel primo “ufficio” sono fiorite le idee che hanno portato alla produzione della prima forbice pneumatica Campagnola, la Super Star, che ebbe subito un successo mondiale e che ha permesso a mio padre di viaggiare in vari paesi alla ricerca di rivenditori Campagnola. Ricordo ancora che, quando partivamo per andare in vacanza, lui approntava la Fiat 500 su cui avremmo viaggiato anche io, mia madre e il nonno come capofila della carovana di amici e parenti, pronti a raggiungere la meta agognata. Ma, se accompagnava l’allegra brigata in vacanza, Pio Vittorio Ferretti anche in quelle occasioni tracciava la mappa degli appuntamenti per promuovere la Super Star e poi tornare dalla famiglia e dagli amici che lo attendevano per festeggiare tutti insieme le vacanze dell’Italia industriale.

Dovunque andassimo lui era solito acquistare il quotidiano del posto e, che fosse scritto in arabo, in cirillico o in altre lingue, lo sfogliava dalla prima all’ultima pagina. Da bambina, il mio gioco era di inserirmi fra lui e il giornale, per leggere anche io le lettere delle parole che leggeva. Mio padre ha mantenuto questo suo rito anche quando sono entrata a lavorare in azienda e spesso, quando trovava un articolo interessante, lo evidenziava e strappava la pagina del giornale per recapitarla sulla mia scrivania e su quelle dei più fedeli collaboratori.

E qual è stato il debutto di Laura Ferretti in azienda?

Io avevo deciso che mai sarei en trata a lavorare nell’azienda di famiglia. La Campagnola restava pur sempre una sorella ingombrante, perché avevo creduto che sottraesse tempo prezioso per stare con i miei genitori. Ma La Campagnola era diventata il loro sogno, da cui ancora oggi mia madre, Graziella Rondani, è inseparabile. Così mi sono dedicata all’insegnamento delle lingue alle Scuole Manzoni di Bologna. Del resto, mio padre aveva incominciato a farmi conoscere le lingue, iscrivendomi a un corso audiovisivo i inglese, quando avevo cinque anni. Poi, quando andavamo all’estero o in occasione delle fiere di settore, io mi esercitavo a parlare con le parole che sapevo.

Grazie a questo gioco con mio padre ho trovato anche un’amica speciale, che viveva nella Cecoslo- vacchia degli anni sessanta. Noi ci recavamo spesso a Brno, dove si teneva una fiera importante, ma, all’epoca, non erano molte le strutture alberghiere disponibili. Perciò mio padre aveva chiesto ospitalità presso una famiglia. Lì viveva anche una bambina che era nata lo stesso giorno, mese e anno in cui ero nata io, Lenka, insieme a suo fratello. Siamo amiche da quando avevamo cinque anni e ci scriviamo ancora. Questo incontro era stato per me anche un’occasione per imparare il ceco, oltre che per giocare con i miei nuovi amici. Le lingue sono entrate nella mia vita come un gioco, grazie alla mia sorella maggiore. Io, però, continuavo a dire che non avrei mai lavorato in Campagnola. Poi, all’inizio degli anni novanta, ho accettato di provarci e sono ancora qui.

Campagnola è un nome femminile che trae spunto dalla “campagna”, ma è anche il nome di un’impresa che opera in un settore ancora prettamente maschile…

Ogni tanto dico ai nostri collabo- ratori: “Se mi fate arrabbiare, faccio dipingere tutti i muri di rosa!”. Sì, la Campagnola opera in un settore in cui lavorano prevalentemente uomini. E per me non è stato semplice incominciare a lavorare in questo ambito, anche perché – oggi lo dico sorridendo – talvolta mia madre è intervenuta come una donna fra le più grandi maschiliste che io abbia incontrato. Io, però, ho avuto anche la grande opportunità di assumere la scommessa di mio padre, soprattutto quando lui è mancato, e spero che il suo sorriso ci accompagni sempre. Inoltre, sono circondata da colaboratori e manager di mia fiducia. Questo è molto importante, perché posso confrontarmi con persone pre- parate, delle quali ho molta stima.

La parola ha una funzione importantissima, soprattutto nell’impre- sa. Questa è la lezione che mi ha trasmesso mio padre. Quando ho incominciato a lavorare con lui, era molto attento al modo in cui dovevo scrivere i fax da inviare ai clienti e, a lettera conclusa, chiedeva instancabilmente: “Hai scritto: Caro signor…?”, “Hai scritto: tanti saluti?”. Per lui il modo di parlare era molto importante e proprio per questo controllava con accuratezza che mi attenessi alle sue indicazioni. Poi, pian piano sono riuscita a conqui- stare anche altri ambiti di intervento in azienda. In casa stava spesso in silenzio e aveva bisogno di leggere. Quando è diventato nonno, era felicissimo dell’arrivo di Alice, mia figlia. In una occasione, lei, ancora piccina, con una forbicina aveva ta- gliato un angolino del giornale che lui era intento a leggere e, quando se ne accorse, era stato indulgente con la sua nipotina. Con lui si poteva parlare di qualsiasi cosa, perché aveva una grande capacità di anali- si intorno a ciascun tema e io sono cresciuta con l’idea che il mio papà sapesse tutto.

Dalla parola alla vendita, il cammino di Campagnola è proseguito per lei con l’acquisizione di altre lingue, lungo il gioco incominciato con suo padre, e oggi la Campagnola è divenuta impresa di riferimento nel settore, mentre si sta rivolgendo a nuovi mercati…

Noi non produciamo soltanto forbici da potatura, ma anche per la cura di vigneti e frutteti e abbacchiatori per l’olivicoltura, settore molto importante per l’economia italiana. Nei prossimi anni sarà sempre più difficile trovare manodopera spe- cializzata per la cura della campagna e noi vogliamo essere pronti a rispondere alle nuove esigenze dei coltivatori e delle imprese del settore agricolo.

Da circa vent’anni sono istruttrice di yoga, pratica che anche in questo caso ho incominciato per gioco. Nello yoga si dice che l’universo sia il gioco di Dio e, quando penso alla pa- rola gioco, constato quanto questo sia importante perché è giocando che il gioco si fa serio, ed è così che ciò che facciamo partecipa alla grandezza sconfinata dell’universo.

Avviso sui cookie di WordPress da parte di Real Cookie Banner