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QUANDO LA GIUSTIZIA È SOLO UNA QUESTIONE DI “FORTUNA”

direttore generale di Esametal e di Cryotrucks, Cologna Veneta (VR)

Castagnaro%20Alberto

Esametal esegue lavorazioni in alluminio e produce silos per un mercato che si estende dall’Italia al resto d’Europa, all’America, all’Africa, all’Asia e all’Oceania, mantenendo costante l’investimento in innovazioni a vantaggio della salvaguardia dell’ambiente. Non a caso, è stata la prima azienda in Italia ad aver realizzato i serbatoi criogenici in alluminio, utilizzati nello sviluppo della tecnologia che sfrutta il potere refrigerante dell’azoto liquido, una grande alternativa al gasolio nei trasporti frigo. Le imprese come la vostra danno un contributo essenziale alla civiltà. Eppure, non sono poche le difficoltà con cui devono confrontarsi gli imprenditori, soprattutto in questo periodo…

Le difficoltà per l’imprenditore ci sono sempre state, più o meno grandi. Ma oggi si sono moltiplicate, e non solo in termini operativi. Viviamo in un’epoca in cui si fa costantemente appello a un presunto sapere condiviso, acquisito attraverso Internet, i social e una moltitudine di canali che diffondono nozioni, più che conoscenze. In questo clima, tutti si sentono esperti di tutto, e diventa complicato fare impresa, perché ogni interlocutore – che sia un consulente, un fornitore, un dipendente – si sente legittimato a insegnarti come fare il tuo lavoro. Questo crea una frizione continua, nei rapporti interni e ancor più in quelli esterni.

Quando vai a vendere un prodotto, per esempio, capita che il cliente sia preparato, ma spesso lo è solo su informazioni teoriche, scollegate dal pragma. È un sapere astratto, privo del confronto con la realtà della materia, della progettazione, della manodopera, della logistica. Questo rende difficile la comunicazione vera, quella basata sull’esperienza e sulla responsabilità.

Poi c’è anche la questione dei prezzi: sul mercato troviamo prezzi che non sono sostenibili, perché c’è chi si rifornisce in Cina, in Vietnam o in Sudamerica, senza tenere conto di tutto ciò che comporta: trasporto, assistenza, qualità, tempi, garanzie. È una concorrenza che gioca su regole diverse, spesso con il tacito benestare delle istituzioni internazionali. Eppure, se ci pensiamo, quando si tratta di fare le cose per bene, il risparmio iniziale svanisce di fronte ai costi occulti che questi approcci generano. Ma, intanto, si perde fiducia nella filiera locale.

In un simile contesto, sembra che il sapere non abbia più un valore distintivo e l’imprenditore, l’artigiano, colui che ha imparato facendo, costruendo, sbagliando, non viene più riconosciuto come portatore di una competenza. È costretto a giustificarsi continuamente, a dimostrare di sapere quello che fa, mentre deve confrontarsi con interlocutori che, in realtà, non hanno titolo per valutarlo. Alla lunga, però, il tempo ti dà ragione – il prodotto funziona, il cliente torna, l’azienda regge – ma superare il primo scoglio è ogni volta una fatica immane.

Sul fronte finanziario, poi, si apre un altro capitolo. Il sistema bancario è sempre stato complesso, ma oggi si è aggiunto un ulteriore strato di astrazione. Non parlo tanto dei tassi o delle garanzie, parlo delle persone. Tanti funzionari fanno riferimento a bilanci e rating come se fossero dog[1]mi, senza aver mai messo piede in azienda. Non conoscono né il mercato né i cicli produttivi, eppure prendono decisioni che possono compromettere mesi di lavoro. È paradossale: mentre si chiede agli imprenditori di essere flessibili, innovativi, “visionari”, il sistema che li valuta è rigido, burocratico e cieco.

Un’altra difficoltà che stanno affrontando le aziende oggi è quella della scarsità di collaboratori motivati. Non è solo un problema di competenze tecniche, ma di approccio al lavoro, di senso di responsabilità. Spesso il lavoro è visto come un diritto, non come una possibilità di costruzione e crescita personale. A questo si aggiungono dinamiche sociali ed educative che hanno disabituato molti giovani al sacrificio, alla costanza, alla perseveranza. Eppure, il lavoro resta l’unica vera leva per trasformare la propria vita. Chi lo capisce emerge.

Anche la pubblica amministrazione non sembra aiutare, anzi, le difficoltà aumentano a causa di una burocrazia autoreferenziale. Gli enti di controllo – Inps, Inail, Agenzia delle Entrate – agiscono spesso come se l’imprenditore fosse un nemico dello Stato. Non si tiene conto delle difficoltà reali, delle complessità quotidiane. È giusto perseguire i disonesti, ma la stragran[1]de maggioranza degli imprenditori lavora per costruire, non per fregare lo Stato. Eppure, chi sbaglia in buona fede paga come chi lo fa in malafede. A volte anche di più, perché non sa difendersi.

In questo numero della rivista pubblichiamo gli esiti del dibattito intorno al libro Il martello delle streghe (Spirali), il manuale che gli inquisitori Heinrich Institor e Jacob Sprenger scrissero alla fine del XV secolo per mandare al rogo migliaia di donne ritenute colpevoli di reati inesistenti, che si presumeva avessero commesso grazie a poteri soprannaturali donati loro dal demonio. Oggi sembra che le streghe siano gli imprenditori, sotto accusa a prescindere, e a volte addirittura portati in tribunale senza un motivo concreto…

Chi entra in tribunale ha l’impressione di trovarsi in un mondo parallelo. Io stesso sono stato coinvolto in una causa penale assurda, come ex amministratore di una società di cui non ero più socio da anni. Mi sono trovato a difendermi da accuse infondate, studiate ad hoc perché ero l’unico ex socio amministratore solvibile. Ho dovuto combattere contro perizie e consulenti che cercavano solo di compiacere la controparte. Per fortuna, l’ultimo giudice ha letto davvero le carte e mi ha assolto con formula piena: “Il fatto non sussiste”. Ma ci sono voluti anni e la cosa che mi ha colpito di più in quella vicenda è stata la solitudine, il fatto che nessuno ti ascolta finché non trovi, per caso, la persona giusta. Un avvocato mi ha detto una frase che non dimenticherò mai: “Lei non è stato bravo, è stato fortunato”. Allora mi chiedo: se la giustizia di[1]pende dalla fortuna, che giustizia è? Se basta tirare una monetina – testa: assolto, croce: condannato – allora siamo alla deriva. Il mio pensiero è andato a tutti quelli che non hanno le risorse, economiche o morali, per resistere. E purtroppo sono tanti.

Oggi fare impresa è un atto di resistenza civile. Devi affrontare il mercato, la finanza, la burocrazia, la giustizia, i collaboratori, i soci. Anche con i soci serve chiarezza, lealtà, comunicazione e condivisione delle responsabilità. Se mancano regole e fiducia, il progetto si sfalda. E la cosa più drammatica è che lo Stato non è un alleato: interviene tardi, quando i buoi sono già scappati. Certo, con il PNRR qualcosa si è mosso, ma le risorse sono arrivate a fatica, e spesso dove non servivano davvero. Le imprese in difficoltà si trovano escluse dai bandi per un rating basso o una situazione pregressa. Così si aiutano quelli che già stanno bene, mentre chi avrebbe bisogno di una spinta resta al palo. E intanto si perdono posti di lavoro, competenze, filiere.

Quali sono le sue considerazioni a livello geopolitico?

L’Europa si è trovata nuda: dopo la pandemia e la guerra in Ucraina, ha “scoperto” che non abbiamo materie prime, non abbiamo tecnologia strategica, non abbiamo autonomia industriale. Siamo in balìa delle decisioni americane e delle strategie cinesi. Abbiamo accettato una globalizzazione a senso unico, senza reciprocità, e ora ne paghiamo il prezzo. I dazi, per esempio, penalizzano noi e non chi ha pratiche scorrette. È una concorrenza sleale, e l’Europa non riesce a reagire.

E che cosa può dirci a proposito del vostro settore?

Nel nostro settore, l’alluminio, subiamo la concorrenza cinese. Non possiamo importare liberamente a causa dei dazi, ma i cinesi hanno spostato la produzione direttamente nei loro stabilimenti, con lavorazioni interne sempre più raffinate. Noi reggiamo perché ci siamo specializzati nella saldatura di alta qualità, in una nicchia dove ancora possiamo fare la differenza, ma le aziende di grandi dimensioni hanno qualche problema adesso. È una battaglia continua.

Quindi l’internazionalizzazione è obbligatoria, non tanto per espandersi, quanto per sopravvivere. Stiamo valutando se aprire qualcosa in quei Paesi, almeno per alcune fasi produttive dove conta più il costo della manodopera che la tecnologia. Questo non perché lo vogliamo, ma perché le condizioni lo impongono.

Si sta creando un vortice da cui si fatica a uscire. E capisco i collaboratori – la vita è sempre più cara, i costi sono sempre più alti, gli stipendi non possono aumentare più di tanto – ma, se non ci sarà un riequilibrio globale su salari, tasse, tutele, la competizione diventerà una guerra tra poveri. Per questo l’Europa deve incominciare a proteggere il lavoro, non le rendite.

In conclusione, fare impresa oggi è un’impresa nel vero senso della parola. Occorre lungimiranza, certo, ma anche audacia, resistenza, lucidità. Bisogna essere pronti a confrontarsi con l’assurdo, con l’incompetenza, con la solitudine. Eppure, nonostante tutto, fare impresa è ancora una delle esperienze più interessanti, perché ci consente di costruire, letteralmente. E ciascun giorno, con fatica, diamo prova che il valore non s’improvvisa. Va prodotto. E difeso.

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