Skip to content
Menu

SESSANT’ANNI DI ELEGANZA, FRA GIOCO E LAVORO

stilista, presidente di Anna Marchetti Fashion Srl, Modena

La mostra A Modo Mio: Anna Marchetti, 60 anni di Eleganza (Fondazione Collegio San Carlo, 24 gennaio-15 febbraio 2026), che si è tenuta in occasione del 60° anniversario della sua Maison, ha registrato 16.289 visitatori in sole tre settimane, segnando un risultato senza precedenti per un evento dedicato alla moda a Modena. Il progetto della celebrazione, curato con arte e invenzione da Jessica Giuliani, sua figlia, ha avuto il suo culmine con la serata evento La Voce della Moda, al Teatro San Carlo, dove lei ha raccontato al pubblico, attraverso le domande del giornalista Ettore Tazzioli, aneddoti della sua vita fra lavoro, famiglia e incontri con clienti famose, stilisti e artisti di tutto il mondo. Ne è risultato il ritratto di una donna che non ha mai smesso di lavorare con entusiasmo e gioia, e per questo ha dato appuntamento al pubblico al 2036, per le celebrazioni dei settant’anni…

Se oggi, dopo sessant’anni, amo ancora questo lavoro come il primo giorno, è perché non l’ho mai vissuto come un peso. Il lavoro è una cosa seria, certo, ma si può fare in allegria. Perché non dovrebbe esserci gioia? Non stiamo andando al patibolo il lunedì mattina. Le ore di lavoro sono la parte più grande della nostra vita: se non ci metti amore, stai male tu per primo. Quindi, io mi diverto ancora. Per me è normale provare gioia nel fare il mio lavoro, anzi, in ciascuna cosa che faccio. Per- ché non faccio solo moda.

E che cosa fa?

Faccio anche edilizia e agricoltura. Sono figlia di muratore: mio padre, Paolo, era uno di quei maestri mu- ratori di una volta, con una tale pas- sione che ha coinvolto noi figli fin da piccoli. Amo ristrutturare case, mi piace riportare le cose belle al loro antico splendore e questa passione me l’ha trasmessa lui.

Io ho dato tanto al lavoro, ma il lavoro ha dato tanto a me. È uno scambio. È vita. Avevo parlato di tutto questo con la mia cara amica Maria Rita Parsi, che voleva scrivere un libro sulla mia gioia nel lavoro, non tanto sulla mia storia, quanto su cosa significhi fare lo stesso mestiere per sessant’anni amandolo come il primo giorno. Poi la vita ha deciso diversamente e purtroppo è scomparsa il 2 febbraio 2026.

Nel suo libro Essere Anna, lei racconta della sarta che veniva a casa vostra due volte l’anno ad aggiornare il vostro guardaroba…

Ho il ricordo di quando avevo cinque o sei anni e vedevo questa donna piccolina abbracciare mio padre, un omone alto quasi un metro e novanta, per prendere le misure: io ero gelosissima, mi sembrava impossibile che un’altra donna, oltre a mia madre, potesse avvicinarsi così a lui.

Le sarte in realtà erano due, Graziella ed Elena. I miei genitori le alternavano per non fare torto a nessuna.

Ricordo i viaggi per comprare i tessuti: noi abitavamo al Borgo Casalcicogno, sulle colline modenesi, ma per le cose importanti andavamo a Sassuolo. Per il matrimonio della maestra scegliemmo per papà uno scozzese elegante e per mamma una lana-seta jacquard bellissima. Allora si facevano pochi capi, ma buoni. Ho ricordi vivissimi di mia madre, Jolanda, che bagnava i tessuti per evitare che si ritirassero una volta confezionati i vestiti e di quella sartina che credo abbia acceso la prima scintilla in me. O forse era nel mio DNA, anche se in famiglia nessuno faceva quel mestiere. Io andavo dalla sarta (la “Celina”) mentre studiavo, attraversando il bosco con la mia amica, Teresa, per andare da lei; poi ho frequentato la scuola di modellismo e stile della famiglia Maramotti (Max Mara), una delle più serie, dove imparavi bene il mestiere.

Quando ha lasciato la collina per andare a lavorare a Modena?

Dopo la scuola di modellismo, a diciassette anni e mezzo. Scambiai la mia stanza con quella della maestra Carla, che era di Modena e insegna- va al mio paese. Nella sua stanza c’era un divano che di notte diventava il mio letto e di giorno tornava a essere il divano “buono” della casa. Lo tiravo giù la sera e lo richiudevo al mattino, perché quella stanzina – forse quattro metri per quattro – era insieme camera mia e studio professionale. Avevo il manichino, che conservo ancora, la macchina da cucire, il primo vero regalo di mio padre e mia madre, il tavolo da lavoro, che ho tuttora, e l’asse da stiro. Poi, il fratello di Carla, che faceva il falegname, mi costruì un armadio scorrevole dove mettevo le stoffe, i capi finiti, i sogni.

Io vivevo e lavoravo nella casa di quella famiglia che mi aveva accolto come una figlia. C’era l’ingresso, la mia stanzina, poi il bagno, le loro camere e la cucina: mangiavo con loro e stavo bene. Eppure, quelle cinque notti – dal lunedì al sabato – erano durissime. Papà mi portava il lunedì mattina e mi veniva a riprendere il sabato pomeriggio. Io facevo la “grande”, ma la nostalgia c’era. E sono sicura che anche i miei la sentivano.

E la prima cliente come è arrivata?

Con il passaparola. Le amiche di Carla, le vicine. Lei diceva: “Viene questa mia ex alunna, è brava, date- le fiducia”. E quante volte mi sono sentita dire: “Sei brava, ma sei tanto giovane”. Quella frase mi feriva mortalmente. Mi feriva perché era vero: ero proprio giovane, e di esperienza non ne avevo. Avevo fatto il vestito per la mamma, qualcuno per mio fratello, i capi su cui mi ero esercitata alla scuola Maramotti e, prima ancora, dalla “Celina”, ma la scuola non era il pubblico. Il mio debutto è avvenuto quando ho confezionato il primo abito per una cliente pagante. Proprio perché mi dicevano “sei giovane”, mi sentivo sfidata: “Vi faccio vedere cosa so fare”, dicevo tra me e me. Certo, le clienti mi affidavano il tessuto – che allora costava più della manodopera – e scommettevano che lo trasformassi nell’abito per una festa, per un’occasione importante. Era una fiducia enorme. E io ci met- tevo l’anima.

Ma dopo quanto tempo ha incominciato a capire che la sartoria le stava stretta?

Dopo otto, dieci mesi. Mi piaceva lavorare “su misura”, ma capivo che dovevo creare qualcosa di mio e venderlo. Eravamo nel 1967, cominciavano a nascere le prime boutique. A Modena fino a poco prima l’abbigliamento elegante pronto quasi non esisteva. Allora ne parlai con i miei genitori e mio padre mi accompagnò a Bologna, dove andammo a cercare i negozi ai quali proporre le mie prime creazioni. Sulla via del ritorno, comprammo i primi tessuti, tornai a casa e feci i campionari sulla base degli ordini ricevuti dai negozi.

Coinvolsi tre o quattro mie ex compagne di scuola: io facevo modelli e stile, loro cucivano. Quando scendevano dalla collina le facevo dormire con me. Intanto la stanza di Carla cominciava a essere stretta anche per loro, e così affittammo un piccolo appartamento accanto: piano terra, sala, cucina, camera e bagno. Piccolo, ma nostro.

E, in mezzo a tutto questo, ha portato giù anche i suoi fratelli…

Sì. Carlo, mio fratello, faceva la seconda elementare in una pluriclasse, con un’unica maestra per tutti. Pensai che a lungo andare avrebbe avuto difficoltà. Ne parlai con mamma e papà. È stato un atto di fiducia enorme da parte loro: mettere nelle mani di una figlia di diciotto anni anche gli altri due. Carla, mia sorella, venne a fare la scuola di moda, mio fratello a studiare. Io facevo da mamma. Al mattino lo portavo a scuola, spesso in bicicletta – una Graziella con il seggiolino dietro e il cestino davanti. Quella era la nostra “macchina”.

La vocazione materna l’ho sempre avuta. E credo che proprio lì si capisca anche la vita splendida che ho avuto con mio marito, Franco Giuliani: lui era uomo da famiglia, io donna da famiglia. Venivamo da due case umili ma solidissime, dove lo studio, il rispetto e il sacrificio erano valori veri.

Quando ha incontrato Franco?

La prima volta alla mia festa di diploma. Mio padre e mia madre mi organizzarono una grande festa di due giorni, con parenti, amici e il complessino sotto il portico che mio padre aveva sistemato per farci ballare. Una meraviglia che ho ancora negli occhi.

Un mio caro amico, Fausto, venne con questo ragazzo di Baggiovara: Franco. Io non lo notai neppure, con duecento amici intorno. Ma lui sì, mi notò eccome. La domenica dopo mi fece guidare la sua 750 Abarth truccata. Dissi con troppa sicurezza che sapevo guidare e a una curva rischiai di finire nel prato. Da lì non mi mollò più. Ci vedevamo solo la domenica, perché io lavoravo a Modena e tornavo a casa il fine settimana. Lui aveva un buon lavoro nel settore ceramico presso un’importante industria. Licenziarsi non era sempli ce: tutta la sua famiglia lavorava lì. Fu sua madre, che era stimata dalla proprietaria, a parlargliene. Quando Franco andò a spiegare che voleva tentare l’avventura con me, lei gli disse: “Vai. E ti auguro ogni bene. Ma se qualcosa andasse storto, qui è casa tua”. È un gesto che non ho mai dimenticato. Un’imprenditrice di grande spessore, capace di unire fermezza e umanità.

E la prima uscita pubblica a quando risale?

Dopo qualche vendita locale, la grande occasione è arrivata con la fiera “Moda Selezione” a Torino, al Valentino. Era il 1968, il reparto boutique era il cuore pulsante della nuova moda italiana. Io non dormivo la notte per pensare a come fare: non avevo una cultura imprenditoriale, non c’era internet, non avevo manuali. Guardavo, leggevo, ascoltavo, curiosavo. Franco ha creduto in me dall’inizio e mi è stato accanto sempre. E quando trovi persone educate, responsabili, con valori solidi, insieme si costruiscono cose grandi.

Tutto è nato dalla passione. E quando una cosa nasce così, non ti chiedi perché, dopo sessant’anni, lavori ancora con piacere. Allora, finché il Signore mi darà le forze, io continuerò su questa strada.

Avviso sui cookie di WordPress da parte di Real Cookie Banner