
Vorrei raccontare un episodio che risale alle origini della nostra azienda, forse ancora prima che nascesse, perché indica come, senza particolari mezzi, ma, ingegnandosi e impegnandosi, talvolta si riescono a fare cose che sembrano quasi impossibili. Paolo e io lavoravamo nella stessa azienda, io come metallurgista e lui come chimico. Una sera, dopo il lavoro, mentre ci salutavamo per andare a casa, gli ho detto: “Dai, Paolo, facciamo qualcosa insieme”. Aprire un laboratorio ci sembrava abbastanza semplice, poi, però, ci consultavamo con il commercialista e lui iniziava a fare i conti, ci metteva davanti a mille difficoltà – la burocrazia impossibile, i soldi che non si trovavano – e noi uscivamo da quegli incontri demoralizzati. In quella fase avevamo uno spirito da artigiani, non da imprenditori, come se dovessimo aprire una piccola bottega, un piccolo negozio. E in effetti la prima Eurolab (si chiamava così) è nata come impresa artigiana, per due motivi fondamentali: costava meno rispetto agli altri tipi di società e poi speravamo di accedere a qualche contributo della cassa artigiani, che ci avrebbe fatto molto comodo. Poi, quasi per caso, abbiamo imparato che la gloriosa fonderia Corni di Modena, con un passato veramente importante, una delle fonderie più all’avanguardia in Europa, poi passata alla Necchi, vendeva alcune macchine da laboratorio di prova. Sempre alla sera, dopo il lavoro, ci siamo incontrati e ci siamo detti: “Dai, andiamo a fare un giro. Andiamo a vedere di cosa si tratta”. Quando siamo arrivati, dimenticando quello che ci aveva detto il commercialista e tutte le preoccupazioni che ci aveva fatto sorgere, abbiamo visto le macchine e le abbiamo comprate. Non avevamo ancora l’azienda, ma abbiamo preso le macchine. E, poi, già che avevamo comprato le macchine, abbiamo deciso di aprire il laboratorio.
Primo passo: cercare la zona e l’appartamento dove aprirlo. Ovviamente, poi il laboratorio era da allestire, e qui mi ha dato una grande mano mio suocero, Mario Grassi, che era appena andato in pensione. Sapeva fare di tutto, quindi ci siamo messi di buona voglia e abbia[1]mo fatto gli elettricisti, gli idraulici, i muratori, e ce la siamo cavata, perché comunque soldi da spendere non ce n’erano.
Quando è venuto il momento di trasportare la macchina dalla fonderia al laboratorio, però, ci siamo resi conto che non era banale: una macchina di trazione con un pendolo di resilienza non si poteva trasportare così com’era, bisognava smontarla. “Ma come si smonta una macchina di trazione?”, ci siamo chiesti. Allora, abbiamo consultato un manuale e abbiamo capito che potevamo farcela, anche perché a quei tempi le macchine erano completamente meccaniche, non c’era niente di elettronico, e in Emilia, come si sa, nella meccanica ci sappiamo fare non poco. Ma, man mano che procedevamo, spuntavano altri problemi, per esempio, non avevamo nessun mezzo di sollevamento. Così, ci è venuta incontro la fonderia Necchi che ci ha prestato uno di quei transpallet che usavano i meccanici per togliere i motori dalle macchine, tutto manuale, e abbiamo smontato la macchina, l’abbiamo messa a terra pronta per essere trasportata nel nostro laboratorio. Sembrava tutto facile, tutto risolto. Eh, no, la macchina era da spostare. Come facciamo a spostarla cercando di spendere pochi soldi? Facile! Una domenica di giugno, alle 6 del mattino, quando non c’erano persone in giro, Paolo e io con un transpallet a mano abbiamo spostato la macchina lungo via delle Suore e l’abbiamo portata nel laboratorio. Io tiravo e Paolo spingeva. Oggi sarebbe impossibile una cosa del genere, ma trentacinque anni fa era un’altra epoca e, con un po’ di buona volontà e un po’ di pazzia, l’abbiamo fatta. Appena finito di montare la macchina, però, ci siamo accorti che non ci stava, toccava il soffitto. Come si fa? Nessun problema: facciamo un buco nel soffitto. Abbiamo fatto un buco nel soffitto e da quel momento abbiamo iniziato a usare la macchina. Era un esemplare degli anni sessanta e quando la fonderia Corni l’aveva comprata costava come due appartamenti. Noi l’abbiamo usata fino al 2002, ovviamente rimodernandola, ma già dall’anno successivo all’apertura dell’attività ci aveva consentito di essere accreditati da Accredia: eravamo il più picco[1]lo laboratorio d’Italia, con tre persone, ma accreditato Accredia. E, tra parentesi, la nostra prima dipendente lavora tuttora con noi. Eravamo diventati talmente bravi a montare questa macchina che quando nel 1994 ci siamo trasferiti da Modena a Campogalliano l’abbiamo smontata e rimontata ancora, però questa volta eravamo cresciuti, eravamo più bravi: il trasporto l’abbiamo fatto con un camioncino preso a noleggio.
Questo per dire come, con poche macchine usate, tanto entusiasmo e tanta voglia di fare, è iniziata la nostra meravigliosa avventura che oggi proviamo a raccontare.
L’articolo di Alberto Montagnani è tratto dal convegno Raccontare l’impresa. Costruire il futuro, in occasione dei
35 anni di TEC Eurolab (Palazzo Ducale, Modena, 10 giugno 2025).